Fargo, ovvero l’abilità di Martin Freeman per le lingue

Fargo, ovvero l’abilità di Martin Freeman per le lingue

Tu prendi Martin Freeman, con quel suo essere biondo, bassino ed educato, così terribilmente inglese, e mettilo in una stanza comune, ordinata, anonima. Ecco, hai appena arredato quella stanza di stupore. Hai appena guadagnato la sensazione che stia succedendo qualcosa di inaspettato anche se non sta succedendo proprio niente. Hai cosparso muri e finestre di materiale vischioso, invisibile e incredibilmente attraente per Freeman, che però è incapace di comprenderlo e lo guarda con l’eterno stupore di un ragazzino che si accorge delle sue compagne di classe alle prime grida ormonali. Lui ha quell’aria lì. L’aria di chi non sa mai dove si trova e anche quando glielo spiegano, con tutta la pazienza del mondo, non riesce a crederci. Però accetta, comprende, mette in tasca e porta a casa. Perché è la cosa educata da fare, verrebbe da pensare.

Fargo è un delizioso bagno di sangue. È un susseguirsi ininterrotto di morti inspiegabili, non perché misteriose — non per lo spettatore per lo meno — ma perché incomprensibili e inaspettate. Se si prende a campione il film di cui la serie figura come adattamento, ma io direi meglio “esaltazione”, si arriva abbastanza in fretta alla conclusione che, più che un lavoro di rimodellamento per il piccolo schermo, siamo davanti a una finissima sovrapposizione di genialità: quella dei fratelli Coen, che nel 1996 hanno dato alla celluloide un capolavoro pieno di neve e gesti inconsulti, quello degli autori della serie, Adam Bernstein e Noah Hawley, che hanno restituito lustro alla perfezione, e quello degli interpreti, Freeman su tutti — c’è da dire qualcosa su Billy Bob Thornton? Posso dirla: se avessi una faccia come quella di Thornton la userei esattamente come fa lui, senza pagarle rispetto.

Poteva rimuginare, Freeman nella parte di Lester Nygaard, mentre veniva preso in giro dal vecchio e enorme compagno di scuola, poteva dare davvero mandato di vendetta, poteva reagire al disprezzo del fratello, della moglie, poteva sottolineare la docile rassegnazione del suo personaggio con un brontolio sommesso, stringendo i pugni dalla rabbia che non deve venire a galla. Poteva dare allo spettatore quello che si sarebbe aspettato, il tuono lontano che prelude alla madre di tutte le tempeste, prima di esplodere. Ma niente. Il Nygaard di Freeman non lascia passare un’emozione, non lascia trapelare la sensazione che in effetti abbia un’anima rivoltosa pronta a rispondere alle angherie. È semplicemente lì, rassegnato alla vita e a se stesso, sensibile al fracasso di una lavatrice più che alle ingiurie. Al Minnesota, che sembra davvero il posto più freddo del mondo. Il fatto è che da uno come Martin Freeman non ti aspetteresti mai un gesto di stizza, figuriamoci un omicidio, e solo nella prima puntata di Fargo — lunga, sì — gliene metti in conto almeno un paio, eseguiti o indotti poco importa.

Martin Freeman viene, come spesso capita ai grandi — leggi alla voce “passione di Bryan Cranston per la pasta di Fissan” — da un passato di gavetta e un successo quasi improvviso. Imbroccare la serie giusta è come vincere al Kentucky Derby, non a tutti viene concesso il privilegio di partecipare, ma quando sei in pista hai già metà della gloria in tasca. Il cavallo schiumante di Freeman è stato The Office, foraggiato e sferzato da Ricky Gervais, che meriterebbe un capitolo a parte nella grande storia della commedia inglese. Non è che poi si sia fermato lì, ma quello è il momento in cui il piccolo Martin, a trent’anni suonati, ha potuto sporgersi per la prima volta dal parapetto della notorietà. Poi, con l’espressione dell’eterno debuttante, è diventato una specie di icona del sotto-cinema-cult britannico: da qualche parte in Sean of the Dead, poiGuida galattica per autostoppisti, Hot Fuzz,prima di sfociare nel miracolo di Sherlock e nell’impianto colossale dello Hobbit. La sensazione è che lui ami il pubblico seriale, compulsivo nella ripetizione, quanto il pubblico seriale ama lui. Senza strapparsi i capelli e scoppiare in lacrime alle convention, ma con infinita e sincera devozione, maturata dalla stima piuttosto che dall’abitudine.

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C’è una cosa che sulle prime mi ha fatto storcere il naso, ma poi ha finito per convincermi ancora di più della giustizia profonda di Freeman nel ruolo: il suo accento. Martin Freeman sta alla campagna brumosa inglese come William H. Macy sta alle strade che sembrano scolpite nel ghiaccio, come la faccia di Billy Bob Thornton sta all’omicidio brutale, come ogni cosa sta alla sua natura e la dovrebbe riflettere fedelmente per non spezzare l’incanto. Salvo guardare la serie doppiata — ma in questo caso sarebbe impossibile, oltre che sconveniente — non può non saltare all’orecchio la discontinuità tra il modo in cui Freeman muove la bocca e il modo in cui prendono forma le parole. Per chi è abituato a vederlo nel suo elemento naturale, accanto a giganti del calibro di Benedict Cumberbatch, dal colorito glaciale e il portamento albionico, il fatto di sentirlo parlare con un accento far northern è qualcosa che sul subito può sollevare un moto di abominio. Ma poi ci si fa l’abitudine e tutto diventa logico, perché se alla bravura innegabile dell’attore si associa lo sforzo di uscire dalla propria voce per stare nel personaggio, ci si sveglia davanti al genio e la trama prende il sopravvento. In quel modo silenzioso e naturale che solo i grandi interpreti sono capaci di garantire.

«Non volevo fare una parte comica» ha detto Freeman a Screen Rant quando gli hanno chiesto dell’accento «non volevo fare le voci. Mi sono trovato a interpretare un personaggio che, per caso, parla in quel modo lì e viene da quei posti lì. […] Non ho guardato il Fargo originale perché non volevo farmi influenzare, volevo diventare una persona del Minnesota e non uno che imita una persona del Minnesota». Affermazioni come questa, per quanto possano suonare banali, danno l’esatta dimensione dell’attaccamento di un attore alla parte. È probabilmente quello che hanno pensato Joel e Ethan Coen quando hanno risposto alle critiche che quella di Freeman era «l’unica scelta logica» per la parte. Logica sì, e non è un caso che sia ricaduta su un attore tanto limpido e chiaro, tanto poco complesso. Facile da inserire in un contesto così distante dalla realtà da cui proviene. Come schiacciargli il pianeta per far passare un’autostrada interstellare e mandarlo a vagabondare per gli universi in compagnia di Zooey Deschanel, più o meno. Lo fa, perché è un professionista e ci mette tutta l’umanità di cui è capace.

Il pacchetto Fargo è prezioso: mette i puntini sulle “i” dell’argomento “miniserie”, senza possibilità di appello. Chiude i discorsi aperti e lasciati a metà sulla competitività della televisione nei confronti del cinema, compiendo un cerchio perfetto e indiscutibile. La serie è quanto di più vicino al filmone sia mai passato attraverso gli sguardi dei telespettatori. Curioso pensare a come l’elemento comune tra due delle più grandi produzioni degli ultimi anni sia sintetizzabile in un nome e un cognome: mi sbaglierò, magari, ma se c’era un problema di definizione della produzione in grande per il piccolo schermo, Martin Freeman è parte della soluzione.

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