Il centrodestra finge di ignorare l’austerity del Ppe

Il centrodestra finge di ignorare l’austerity del Ppe

Nelle sue quaranta pagine (un riassunto iniziale avrebbe forse aiutato il cittadino a cogliere più facilmente i punti salienti) il programma del Ppe ha un ampio respiro politico con alcuni sintetici ma molto chiari riferimenti alle tematiche economiche. Sono proprio questi ultimi a segnare profonde differenze con il programma di Forza Italia e quello del Nuovo Centrodestra, ma stridono anche le poche e “fredde” parole da questi ultimi dedicate alla visione dell’Europa rispetto ai toni speranzosi del Ppe.

Nel programma del Ppe si descrive un’Europa che, dopo anni di incertezze ed errori, vuol diventare artefice di se stessa e protagonista: crescere all’interno per poter svolgere ruoli di primo piano anche in politica estera, nel Mediterraneo, nei rapporti con gli Usa, con la Russia e con la Cina. Le idee sono molte e alte: tecnologia, agenda digitale, rafforzamento della mobilità di studenti, giovani professionisti e giovani imprenditori, programmi di investimento continentali focalizzati nelle aree più foriere di crescita, supporti alle piccole e medie imprese per uscire dai confini nazionali e diventare europee, impulso al mercato comune anche velocizzando il recepimento delle Direttive, promozione della concorrenza sui mercati ed al contempo rafforzamento delle tutele per i consumatori, valorizzazione delle risorse del mare, lotta al crimine ed alle frodi con una politica di sicurezza coordinata sia all’interno che alle frontiere ed un rafforzamento della cooperazione tra sistemi giuridici, unione bancaria e sorveglianza centralizzata sugli intermediari bancari e finanziari (uno dei pochi punti di dettaglio tecnico).

Al centro di questi propositi, e come base per il futuro, c’è il modello di economia sociale di mercato, che dovrebbe diventare il tratto distintivo dell’Europa, combinando la libera competizione sui mercati, istituzioni capaci di regolazione efficiente e un moderno sistema di welfare attento a promuovere la formazione di capitale umano e l’occupazione, soprattutto quella dei giovani, e pronto a raccogliere la sfida dell’invecchiamento della popolazione.

Rispetto a obiettivi così vasti e da cui traspare anche entusiasmo europeista, la parte del programma del Ppe dedicata all’economia e agli strumenti con cui perseguire gli obiettivi è visibilmente sottodimensionata. Il programma guarda lontano, al medio-lungo periodo, e sembra volersi mantenere fuori dal dibattito di politica economica sulle ricette per fronteggiare la cogente attualità della crisi, e soprattutto fuori dal dibatto sul ruolo della Bce e della politica monetaria.

Alcuni tasselli sono tuttavia molto chiari, nei quali si riconosce nettamente la linea di moderata ortodossia finanziaria impressa dalla Cdu di Angela Merkel: «più spesa pubblica non è la risposta…», «non vogliamo contrarre debiti che dovranno essere pagati dai nostri figli…», «possiamo spendere solamente i soldi ed usare le risorse che abbiamo…». Il consolidamento della finanze pubbliche è parte del percorso di ritorno alla crescita, anzi si sottolinea che proprio i Paesi che per primi hanno rilanciato la competitività e corretto gli squilibri di finanza pubblica sono quelli che hanno retto meglio nella grande crisi. Nel programma la moneta unica va difesa anche perché «l’Euro non è solo una moneta, è un grande progetto unificante indispensabile per il futuro dell’Europa»; gli Stati che adottano la moneta unica devono essere responsabili nel portare a compimento le riforme strutturali e nel rispettare gli obblighi di bilancio. Ciascuno con le proprie forze, chiaramente, pur nell’ambito del necessario coordinamento europeo, che va rafforzato: nessun accenno a Eurobond o altre forme di messa in comune del debito. Insomma, dopo il sogno dell’Europa che verrà, la dura realtà delle cose da fare per costruirla, ma passate rapidamente in rassegna come non fossero punti di disaccordo e parlando in termini generali di riforme economiche senza dettagliarle.

Che invece sulle ricette economiche i punti di vista siano molto diversi lo testimonia proprio il confronto con gli accenni programmatici di Fi e del Ncd, due formazioni politiche che pure si fregiano di appartenere alla grande famiglia del Ppe.

Innanzitutto va detto che né Fi né il Ncd hanno elaborato un vero e proprio programma per le elezioni europee. Questo tradisce un insufficiente livello di attenzione per le tematiche europee, che già di per sé si pone in contrasto con le radici e lo spirito del Ppe e con la sua visione europeista a tutto tondo.

Alcuni spunti programmatici possono tuttavia essere intuiti e ricostruiti sulla base delle dichiarazioni di esponenti dei due partiti, o dai rispettivi siti web. Idee vere e proprie sull’Europa non se ne vedono, in realtà. L’Europa sembra interessare come riflesso dei problemi da risolvere in Italia. E qui c’è una divergenza netta rispetto al programma del Ppe perché, pur con parole diverse, sia Fi che il Ncd chiedono l’allentamento del Fiscal Compact, la revisione dei meccanismi di controllo e coordinamento delle finanze pubbliche, la modifica dello statuto della Bce affinché la politica monetaria si attivi per lo sviluppo e l’occupazione (oggi il mandato unico è sull’inflazione) insomma la fine dell’austerity (termine invece del tutto assente dal programma del Ppe). Non mancano imprecisioni sul piano dell’economia, quando si parla con superficialità dello “stampar moneta” per promuovere tout court la crescita, e della Bce che dovrebbe “emettere Eurobond” o project bond (funzione che potrebbe esser svolta semmai dal bilancio dell’Unione europea con, eventualmente, la Bce che li acquista o garantisce).

Confrontando la visione a lungo termine del programma del Ppe e le facili richieste di allentamento delle regole dei programmi di Fi e del Ncd, si tocca con mano sia lo scarso ruolo di mediazione e omogeneizzazione che un grande contenitore politico come il Ppe riesce a svolgere, sia la frattura ideologica profonda tra il nostro centro-destra e quello di matrice luterana, sia, infine, quanto i nostri partiti nazionali preferiscano ancora dare la colpa dei nostri problemi all’Europa, piuttosto che farsi promotori di soluzioni meno demagogiche ma capaci di coagulare un faticoso consenso sovranazionale.

L’impegno sulle riforme strutturali è condizione imprescindibile per assegnare alla Bce un ruolo più interventista nella stabilizzazione del ciclo economico e, contemporaneamente, l’ammorbidimento dell’ortodossia monetaria è necessario per fare politica economica per la crescita e rendere attuabili le riforme stesse, come accade negli Usa. E invece il Ppe si impegna solo per le riforme strutturali e gli obblighi di bilancio dei singoli paesi membri, mentre Fi ed il Ncd chiedono allentamenti fiscali ed emissione di debito europeo. È l’immagine di un’Europa sempre più frammentata, che pure tra qualche giorno ci chiama al voto.

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