Privatizzazioni, tutti i veti dei servizi segreti

Privatizzazioni, tutti i veti dei servizi segreti

A fine febbraio, come ogni anno, i vertici delle agenzie di sicurezza inviano al Parlamento una relazione su quanto fatto nei dodici mesi precedenti. Dentro, ovviamente, non c’è rischio di trovare una notizia, tanto meno risposte. Al contrario, molte domande che però tra le righe lasciano intuire i punti focali della sicurezza nazionale. Nelle 100 pagine di relazione ci sono numerosi passaggi dedicati agli asset strategici da tutelare. Gli 007 scrivono che il loro impegno è un mix di chiusura e di apertura per dare risposte alle direttive del governo. A maggior ragione quello di Matteo Renzi che ancor più di Monti e Letta ha fatto dell’apertura ai capitali esteri una bandiera.

Così, a fronte delle opportunità per il nostro Pil, i servizi, che con la legge di riforma del 2007 hanno anche il compito di tutelare gli interessi economici, certificano che nel corso del 2013 sul fronte estero è stato necessario sempre di più lavorare per mantenere in sicurezza le strutture industriali tricolore. Soprattutto nei luoghi di approvvigionamento energetico. Sul fronte interno è stato fondamentale «indagare sugli assetti patrimoniali poco trasparenti di certi Fondi Sovrani», si legge nella relazione, «le cui strategie di intervento risultano funzionali all’esercizio di influenza politica». Capire dove l’intelligence punta i fari, aiuta quindi a fare chiarezza sulle reali intenzioni del governo di aprire le porte agli stranieri. Al di là della comunicazione propagandistica.

Le preoccupazioni – si apprende sempre dalla relazione – riguardano l’energia, le Tlc e la logistica aeroportuale. Gli stranieri presidierebbero gli scali «con l’obiettivo di indirizzare il traffico passeggeri e merci a beneficio dei Paesi di origine». Obiezione estremamente discutibile (anche se nessuno chiede ai servizi segreti di essere liberali) che però spiega un alert circolato lo scorso anno a livello di Aisi e Aise che metteva in guardia da ulteriori investimenti francesi in Italia. Poteva sembrare anacronistico visto lo shopping selvaggio dei cugini d’Oltralpe negli anni precedenti, a meno che l’attenzione richiesta fosse da dedicare proprio ad Air France e Alitalia. Poteva sembrare anche paradossale visto che più o meno nello stesso periodo, a ottobre 2013, il ministro Maurizio Lupi chiamava in causa i francesi per l’aumento di capitale. Forse al chiuso delle stanze si preferivano già i partner arabi. E questo (oltre a ragioni finanziarie) potrebbe spiegare l’andamento degli eventi. Fino al balletto attuale con Etihad.

Un’immagine complessiva che non aiuta ad attirare tanti capitali. Al nostro Paese, se volesse diventare davvero attrattivo, servirebbe infatti non solo riformare la giustizia, il fisco e la burocrazia ma anche un bagno di trasparenza sugli asset strategici. Dire chiaramente che cosa gli stranieri non possono acquistare. Che cosa è in vendita per gli europei e che cosa per le aziende provenienti dal resto del mondo. Più o meno quello che succede nelle altre nazioni evolute. «L’azione informativa», si legge sempre nella relazione degli 007 al Parlamento, «ha fatto emergere un consolidamento dell’interesse di investitori stranieri verso i settori delle telecomunicazioni in relazione alla possibilità di accedere al controllo dell’infrastruttura di rete (…) e dei processi di trasformazione di petrolio e gas con l’obiettivo di utilizzare il territorio nazionale quale piattaforma per lo sfruttamento dei bacini di idrocarburi nel Mediterraneo». Il che farebbe pensare: occhio a Telecom e niente vendita delle reti. Ma come al solito in Italia i divieti se ci sono non sono mai espliciti, forse perché si vorrebbe portare a casa i soldi senza perdere potere.

Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza 2013 

Basti pensare alla gara per l’acquisizione del 49% di Cdp Reti. La sub-holding di Cassa Depositi e Prestiti che detiene il 30% di Snam e dovrebbe incamerare il 29,9 di Terna. Sono in lizza australiani e cinesi. Quali criteri di selezione saranno utilizzati? E in caso di ingresso cinese quale governance sarà imposta? China State Grid Corporation si sta muovendo attivamente anche solo per ottenere uno spezzatino della quota di Cdp Reti in vendita. In queste settimana sta lavorando attivamente anche in Grecia per portare a casa la maggioranza dell’operatore energetico di Atene. Non più di un mese fa la stessa Terna si era detta – a determinate condizioni – favorevole a valutare un investimento in Grecia. Immaginiamo che potrebbe succedere se China State Grid, concorrente di Terna, ne detenesse indirettamente una quota? Il meno sarebbe ottenere informazioni privilegiate. Immaginate se tralasciando l’energia, anche la rete Telecom venisse scorporata e messa in pancia a Cdp Reti. La Cina si troverebbe con un asset delicatissimo a completa disposizioni. A quel punto ci sarebbe la possibilità di mettere paletti? Sicuramente, no.

Eppure c’è chi la pensa diversamente. Purtroppo sono interrogativi a cui forse la pazienza darà risposta. Infatti, sia nel DL 21 del 2012 sia nel Dpcm di attuazione del golden power entrato in vigore o scorso novembre restano delle aree poco chiare. In sostanza a fine gennaio il Consiglio dei Ministri ha approvato uno schema di decreto del Presidente della Repubblica nel quale vengono individuate le procedure per l’attivazione dei poteri speciali nei settori della difesa e della sicurezza nazionale, il cosiddetto ”golden power”. I poteri sono esercitati in caso di minaccia, di grave pregiudizio per gli interessi nazionali e consistono in interventi autoritativi di varia natura. Successivamente si è spinto il piede sull’acceleratore per far rientrare la rete Telecom negli asset strategici. Se da un lato non ci sono dubbi che gli apparati per la connettività (fonia, dati e video), la sicurezza, il controllo alle reti private virtuali, in uso alle Amministrazioni dello Stato competenti in materia di pubblica sicurezza, soccorso pubblico e difesa nazionale siano tutti elementi che rientrano nel più ampio segmento della sicurezza nazionale, inserire l’intera rete in un bene non negoziabile ha lasciato perplessa prima l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, poi il Consiglio di Stato e infine l’Europa. In quanto l’applicazione integrale della golden power potrebbe riguardare anche gli operatori con passaporto Ue. In particolare, «per essere in grado di analizzare la legislazione italiana in questo campo», ha dichiarato all’indomani dall’entrata in vigore del decreto Chantal Hughes, portavoce del commissario europeo al mercato interno Michel Barnier, «i servizi della Commissione hanno chiesto chiarimenti alle autorità italiane».

Bruxelles ha chiesto di approfondire a l’aspetto della «connessione tra gli asset delle telecomunicazioni, a cui fa riferimento il decreto, e gli interessi fondamentali per la sicurezza che potrebbero essere minacciati». In realtà anche i giudici amministrativi hanno “censurato” il fatto che resti ancora troppo agio sui dettagli. Il governo dovrebbe emanare un preciso elenco dei singoli impianti telefonici da considerare “segreto di Stato”. Fatti salvi gli aspetti militari e tipici del comparto difesa (dalle strutture di comando e controllo ai sistemi tecnologici integrati fino ai complessi sistemi d’arma capaci di attivare difese preventive del territorio nazionale da attacchi esteri, ndr), l’Italia ha allargato con il Dpcm 20 marzo 2014 n 35 il perimetro di intervento del governo anche in caso di Opa ostile. In rarissime situazioni anche da parte di aziende comunitarie. «I poteri speciali esercitabili nel settore dell’energia, dei trasporti e delle comunicazioni consistono nella possibilità di far valere il veto dell’esecutivo alle delibere, agli atti e alle operazioni concernenti asset strategici, in presenza dei requisiti richiesti dalla legge, ovvero imporvi specifiche condizioni», si legge nel testo del decreto, «di porre condizioni all’efficacia dell’acquisto di partecipazioni (…) in società che detengono attivi “strategici” e, in casi eccezionali, opporsi all’acquisto stesso».

In sostanza, più o meno quanto vale nel comparto difesa, «gli obblighi di notifica sono estesi alle delibere, atti o operazioni aventi a oggetto il mutamento dell’oggetto sociale, lo scioglimento della società, la modifica di clausole statutarie riguardanti l’introduzione di limiti al diritto di voto o al possesso azionario. Il veto alle delibere, atti o operazioni può essere espresso qualora essi diano luogo a una situazione eccezionale, non disciplinata dalla normativa – nazionale ed europea – di settore, di minaccia di grave pregiudizio per gli interessi pubblici relativi alla sicurezza e al funzionamento delle reti e degli impianti e alla continuità degli approvvigionamenti, ivi compresi le reti e gli impianti necessari ad assicurare l’approvvigionamento minimo e l’operatività dei servizi pubblici essenziali». Quindi, tra le braccia protettrici del governo può finire la rete di trasporto del gas nazionale, i centri di dispacciamento e tutte le infrastrutture che permettono all’Italia di acquisire energia direttamente da nazioni extra Ue. Per quanto riguarda la logistica e le infrastrutture sono da considerare sensibili scali aeroportuali, porti e reti ferroviarie trans-nazionali.

Con tale discrezionalità, la questione Telecom è destinata a tenere banco per molto tempo. Stati Uniti, Russia, Cina, Francia e Inghilterra hanno leggi specifiche in materia. Tutte più o meno semplici. L’Italia dal 1994 invece tenta di legiferare in materia di golden power creando però percorsi più che altro tortuosi. In questo ultimo Dpcm si è inserita la questione della banda larga e ultra larga come asset strategico anche con l’obiettivo di tutelare i cittadini. Ed è proprio questo aspetto che potrebbe fare storcere il naso ai controllori Ue. Nessuno mette invece in dubbio il fatto che i cavi sottomarini e transoceanici che collegano il Mediterraneo al Medio Oriente e al Nord Africa siano sensibilissimi. Soprattutto dopo le vicende Snowden. A questo punto potrebbe avere una logica creare un veicolo pubblico che prenda in gestione la rete e mettere tutto il resto sul mercato. Fattibile. Ma forse sarebbe una strategia che meriterebbe chiarezza negli annunci e qualche anno di anticipo. Vale per Eni, Terna, Cdp, Telecom e l’intero comparto difesa. Rete ferroviaria e porti. Fare un elenco della spesa e della non spesa, che includa tutti gli asset non negoziabili, non sarebbe certo un pericolo per la sicurezza nazionale. Vivere nel vago invece è sicuramente un freno agli investimenti esteri. (5.continua)

LEGGI LE ALTRE PUNTATE DELL’INCHIESTA SUI MERCATI FINANZIARI

Entra nel club de Linkiesta

Il nostro giornale è gratuito e accessibile a tutti, ma per mantenere l’indipendenza abbiamo anche bisogno dell’aiuto dei lettori. Siamo sicuri che arriverà perché chi ci legge sa che un giornale d’opinione è un ingrediente necessario per una società adulta.

Se credi che Linkiesta e le altre testate che abbiamo lanciato, EuropeaGastronomika e la newsletter Corona Economy, così come i giornali di carta e la nuova rivista letteraria K, siano uno strumento utile, questo è il momento di darci una mano. 

Entra nel Club degli amici de Linkiesta e grazie comunque.

Sostieni Linkiesta