Uber, se un’app diventa più forte di una legge

Uber, se un’app diventa più forte di una legge

E così l’11 giugno i tassisti di un intero continente scioperano contro Uber. E forse, seguendo una suggestione, si potrebbe dire che l’11 giugno, un pezzo di Europa sciopererà contro Benedetta Arese Lucini, la manager italiana della multinazionale che sta creando un terremoto nel settore del trasporto pubblico, e che ha fatto del nostro Paese una delle nazioni più importanti in cui sperimentare un servizio che accende polemiche dirompenti e pone interrogativi nuovi. 

Benedetta all’anagrafe, “Maledetta” secondo i tassisti, è la ragazza-simbolo che è diventata il volto, ma anche il bersaglio della protesta contro Uber, l’applicazione grazie a cui chiunque può diventare conducente, e grazie a cui i noleggiatori stanno facendo concorrenza ai tassisti. Benedetta, che ho intervistato ieri, è una manager trentenne dal sorriso angelico e dalla determinazione adamantina, perfettamente consapevole di non essere una semplice amministratrice, ma l’amazzone di un nuovo mondo.

La polemica intorno a Uber, è appassionante e carica di implicazioni, perché rappresenta di sicuro l’anticipazione di un dibattito enorme, che non sconvolgerà solo un singolo settore della vita commerciale, ma la vita di tutti noi, le dinamiche sociali del millennio in cui stiamo entrando. Oggi esiste una applicazione sul modello Uber per le tate, domani – in linea di massima – potrebbe esistere per ogni tipo di servizio.

Ovviamente il punto di partenza di questa storia è il nesso libertà-regole, che trova in questa esperienza un’incarnazione davvero seducente: il fatto che praticamente chiunque possa diventare un tassista grazie alla semplice intermediazione di una app, deve essere considerato un grande salto di civiltà, o una perdita di garanzie per qualcuno? La prima cosa da dire è che, nell’Italia del Far West e dei legifiicatori assonnati, Uber si muove sul confine tra la legalità e l’illegalità, e molto spesso – in mancanza di norme che siano al passo con i tempi – sconfina in questo secondo campo. Sarà pure vecchia, la legge che prevede la partenza dei noleggiatori dall’autorimessa, sarà pure sospesa, però è l’unica legge che per ora esiste materia: un noleggiatore non è – e non può essere – uguale a un tassista. Sarà pure obsoleto il fatto che serva una licenza per poter svolgere un servizio pubblico, ma per ora questa normativa c’è, e qualunque altro modo di intendere le regole vuol dire aggirarla. Sarà pure molto trendy il fatto che chiunque possa mettersi al volante e svolgere una prestazione occasionale, magari arrotondando i magri salari in tempo di crisi, però è innegabile un punto: il tassista paga le tasse, ha una patente professionale, risponde agli standard di sicurezza previste per la sua macchina, un uberista no. Il primo problema che Uber pone, dunque, è che se le leggi non ci sono vanno fatte tempestivamente.

Quindi il nodo più importante che pone Uber riguarda per ora i soli tassisti, ma in realtà è molto più ampio: in queste ore, attraverso questo braccio di ferro, si sta riscrivendo un codice di convivenza civile. Ovvero: la sinergia fra la potenza del web e la pervasiva efficacia e viralità delle applicazioni assume un valore normativo di fatto che è superiore a quello delle leggi esistenti. Ma qui si pone il problema dei problemi: se il tassista svolge un servizio pubblico, è sottoposto a dei precisi vincoli di legge, deve offrire degli standard di sicurezza molto stringenti, ha degli obblighi fiscali, ha degli standard tecnici a cui si deve adeguare, ha degli orari che deve coprire pena la revoca del suo diritto a lavorare, paga un prezzo enorme per una licenza che lo sottopone a queste regole, è giusto che sia esposto alla concorrenza di uno che non ha nessuno di questo vincoli? Io credo proprio di no.

Quindi il discrimine cruciale per giudicare questa vicenda non è se Uber sia una multinazionale o se sia finanziato da Goldmam Sachs o dalle carte di credito (cosa di cui a me non frega nulla), ma la differenza enorme che corre tra fare la tata e fare il trasportatore: il primo è un servizio utile, il secondo è un servizio pubblico. Perché un servizio sia davvero pubblico deve essere regolamentato, e avere delle regole diverse da quelle creative ma caotiche del mercato. Perché un servizio sia regolamentato non possono svolgerlo tutti. Perché un servizio sia pubblico chi non si adegua agli standard richiesti deve essere sanzionabile. A nessuno verrebbe in mente di fare Uberprontosoccorso, oppure Uberscuola. Ecco perché sento molto il fascino seduttivo dell’idea di libertà agitata dai sostenitori di Uber, ma vi dico che, nell’interesse dei cittadini, se devo scegliere, quando si tratta di servizio pubblico credo che alla libertà si debbano affiancare le regole: #iostoconitassisti.

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Linkiesta Paper Estate 2020