La strage di piazza Tienanmen

La strage di piazza Tienanmen

La mattina dell’8 aprile 1989, il Politburo del Partito Comunista si riunì a Pechino per una seduta di ordinaria amministrazione. Il settantaduenne Hu Yaobang, presidente e poi segretario del partito tra il 1981 e il 1987 ma allora caduto in disgrazia, ebbe un malore, forse a causa di un infarto. Venne portato in ospedale e sembrò migliorare, ma il 15 aprile ebbe un nuovo attacco e morì.

Hu era stato un importante artefice delle riforme di Deng Xiaoping, l’allora leader supremo, ma negli ultimi tempi era stato vittima dell’opposizione interna al partito. Nessuno poteva prevedere che la sua morte lo avrebbe fatto diventare un simbolo, il simbolo di tutto quanto non andava per il verso giusto nella Cina avviata a diventare una potenza globale. Le proteste che seguirono e che si ispirarono inizialmente a lui avrebbero portato al peggior massacro della storia cinese recente, la strage di piazza Tienanmen. La ricostruzione che segue è tratta in gran parte dall’ottimo e aggiornato libro dello storico Jonathan Fenby, The Penguin History of Modern China, uscito nel 2008.

La via cinese al socialismo

Nei primi mesi del 1989, i leader comunisti cinesi potevano essere soddisfatti dei risultati economici raggiunti dalla «via cinese al socialismo». Le riforme avviate da Deng Xiaoping, leader supremo dalla fine degli anni Settanta, avevano già dato ottimi risultati, con una crescita del prodotto interno lordo che si aggirava intorno al dieci per cento dall’inizio del decennio e un picco del 15 per cento nel 1984.

Ma allo stesso tempo, una crescita così rapida aveva causato problemi che era sempre più difficile arginare: la Cina soffriva sotto il peso della sua stessa crescita. La corruzione era endemica in tutti i livelli del Partito Comunista; il crimine era in aumento, e nello Hunan i governanti locali si lamentavano di una situazione così incontrollabile che «persino l’omicidio non sembra più serio dell’uccisione di un pollo»; i problemi ambientali cominciavano a farsi gravi nelle aree del paese più industrializzate, mentre nelle campagne i terreni coltivabili erano in calo a causa dell’erosione e degli scarsi investimenti nei sistemi di irrigazione. A fianco delle città costiere in rapida e tumultuosa crescita, che spesso soffrivano per i blackout di una rete elettrica incapace di fornire tutta l’energia richiesta, i villaggi rurali dell’interno erano ancora formati da baracche di fango senza acqua corrente.

Gli studenti cinesi — le università erano uno dei pochi luoghi in cui il dissenso nei confronti del potere era tollerato fin dai tempi dell’Impero — avevano manifestato in decine di città nel novembre 1987, contro la corruzione e per la democrazia. A dicembre ci furono nuove proteste, che attirarono decine di migliaia di persone a Shangai e a Pechino. La reazione delle autorità fu relativamente modesta, nonostante lo sporadico uso della violenza: ma Deng Xiaoping, il leader supremo dalla fine degli anni Settanta, disse ai vertici del partito che nessuna apertura troppo brusca sul piano politico era in programma. Chi perse il posto ai vertici del partito fu proprio Hu, quando Deng aveva deciso di prendere le parti dei dirigenti meno disposti al compromesso — e di abbandonare così uno dei maggiori sostenitori della linea pragmatica e di superamento dell’ideologia maoista, che aveva superato con lui le dure lotte di potere successive alla morte di Mao.

Altre proteste seguirono nei primi sei mesi del 1988, con manifestazioni in venticinque città diverse. Nel marzo 1989, una rivolta a Lhasa, in Tibet, portò all’introduzione della legge marziale nella regione. Nei disordini successivi furono uccisi duecento manifestanti e molte migliaia vennero arrestate — ma la repressione venne considerata un successo, che gettò buona luce sul capo del Partito Comunista locale, il 46enne e futuro leader supremo Hu Jintao. La situazione, in Cina, era esplosiva; quello che ancora mancava era una scintilla. E quella scintilla fu la morte di Hu Yaobang.

20 maggio 1989, professori dell’Università Normale di Pechino partecipano alle proteste in piazza Tienanmen (CATHERINE HENRIETTE/AFP/Getty Images)

L’uomo onesto

Le commemorazioni per Hu Yaobang cominciarono in piazza Tienanmen, a Shangai, a Nanchino, a Xi’an: l’anziano ex leader venne celebrato non tanto per le sue azioni quanto per ciò che rappresentava. Nel campus dell’università di Pechino venne affissa una poesia che diceva:

L’uomo onesto è morto.
Gli ipocriti sono vivi:
l’entusiasmo è morto;
l’indifferenza lo ha sepolto,
le parole vuote, la vanità, il mah-jong, il bridge .

I manifestanti, guidati dagli studenti universitari, marciarono verso piazza Tienanmen con stendardi bianchi — colore del lutto in Cina — striscioni e canti in favore della democrazia e della giustizia. Il 17 aprile c’erano già diecimila persone e il Monumento degli Eroi nella piazza fu riempito di fiori. Il giorno dopo venne aggiunto uno striscione che diceva “l’anima della Cina” e un grande ritratto di Hu con la scritta “Come possiamo far vivere il suo messaggio?”.

All’alba del 18 aprile centinaia di studenti ventenni cominciarono un sit-in di fronte alla Grande sala del popolo. Tra le loro richieste c’era la libertà di parola e di stampa, la pubblicazione di informazioni sui redditi dei leader politici, più fondi all’istruzione, la fine della campagna di propaganda contro il «liberalismo borghese» e elezioni democratiche per sostituire i governanti incapaci. Cominciarono proteste e scioperi studenteschi anche in altre città cinesi: a Xi’an una folla di diecimila persone dette fuoco alla sede del governo provinciale.

A Pechino, la cerimonia funebre di Hu Yaobang si tenne alla Grande sala del popolo la mattina del 22 aprile. Centomila persone radunarono nella piazza, e dopo che la salma fu partita in direzione del cimitero tre manifestanti salirono i gradini della Grande sala, inginocchiandosi alla maniera di chi presentava una richiesta agli imperatori. Dietro di loro, file di poliziotti stavano seduti a terra. Più tardi respinsero gli altri manifestanti che tentarono di salire i gradini, arrestando 98 persone.

Il leader supremo

Alla guida della Cina c’era allora l’anziano leader Deng Xiaoping, nato il 22 agosto 1904 in una famiglia di piccoli proprietari terrieri del Sichuan. Era un fumatore accanito e un grande appassionato di calcio e di bridge. Aveva un certo senso dell’autoironia: negli anni Venti, già membro del Partito Comunista allora clandestino, si era scelto un soprannome, “Xiaoping”, che significava “piccola pace”: era alto infatti un metro e cinquanta.

Alla morte di Mao, nel 1976, la linea portata avanti dal successore designato Hua Guofeng era sintetizzata nella dottrina dei “due qualsiasi”: «Qualsiasi decisione sia venuta dal Presidente Mao deve essere da noi difesa risolutamente; qualsiasi istruzione sia stata impartita da lui deve essere da noi obbedita senza tentennamenti». Deng pensava invece che bisognasse portare avanti un approccio diverso, ben espresso un vecchio detto del Sichuan che Deng adattava così: «Non è importante il colore del gatto, finché acchiappa il topo». Con il “topo” si intendeva la crescita economica; il senso generale era quello di abbandonare le linee di sviluppo economiche e politiche ciecamente ideologiche che avevano portato ai disastri del Grande balzo in avanti e al caos della Rivoluzione culturale. Dopo due anni di lotte di potere tra le diverse fazioni, Deng uscì vittorioso come nuovo leader supremo della Cina comunista. Aveva settantaquattro anni.

Deng prese una posizione netta nei confronti dei manifestanti il 23 aprile, e scelse la linea dura: «Questo non è un normale movimento studentesco — disse — ma un complotto ben organizzato con il vero scopo di rigettare il Partito Comunista Cinese e il sistema socialista al suo livello più profondo.»

Un editoriale del 26 aprile sul Quotidiano del Popolo che condannava senza mezze misure le proteste — definiti “disordini” fin dal titolo e per volere personale di Deng, pare – segnò una frattura definitiva tra i manifestanti e le autorità. Le proteste continuarono in decine di città cinesi e molti, nell’esercito come nei quadri di medio livello del partito e nelle sedi locali, pensavano che le ragioni dei manifestanti dovessero essere in qualche modo prese in considerazione.

Nell’anniversario del Movimento 4 maggio, una serie di proteste anti-imperiali del 1919 tenutesi a Pechino, centocinquantamila persone si radunarono in piazza Tienanmen. Nelle successive due settimane si tennero manifestazioni in ottanta città che coinvolsero un milione e mezzo di studenti, sotto lo sguardo di centinaia di giornalisti stranieri. Migliaia di universitari in bicicletta distribuirono volantini agli abitanti di Pechino, mentre l’agitazione si espandeva ad altri gruppi sociali e a minoranze a lungo represse: i musulmani manifestarono in molte città cinesi, inclusa Pechino, contro un libro che ritenevano irrispettoso verso la propria religione.

22 aprile 1989, uno studente mostra uno striscione durante la manifestazione non autorizzata per celebrare la morte dell’ex leader del Partito Comunista Cinese Hu Yaobang (CATHERINE HENRIETTE / AFP / Getty Images)

«Siamo venuti troppo tardi»

Il 12 maggio cominciò a piazza Tienanmen uno sciopero della fame a cui parteciparono, secondo un rapporto delle autorità, un migliaio di persone, mentre altre centomila assistevano alla protesta. Presentandosi come i depositari della tradizione cinese, della purezza contro la corruzione, della gioventù contro la senescente classe dirigente, gli studenti misero in chiaro di essere disposti a portare avanti lo sciopero della fame fino alle estreme conseguenze. La protesta studentesca, davanti alla chiusura delle autorità, si andava radicalizzando. Un manifesto diceva: «Addio, compagni studenti, abbiate cura di voi!». Altri vennero tradotti in inglese per essere comprensibili alla stampa straniera.

Il leader dell’URSS Michail Gorbaciov venne in visita a Pechino il 15 maggio 1989 e centinaia di migliaia di persone scesero in strada per manifestare — un clamoroso smacco per le autorità cinesi, che dovettero cancellare la cerimonia principale in paizza Tienanmen. Gorbaciov entrò nella Grande sala del popolo per incontrare Deng da un ingresso laterale, e i media internazionali trasformarono la copertura di una visita diplomatica in un gigantesco megafono per le ragioni della protesta. Il numero dei manifestanti in sciopero della fame salì a 3.100; parecchie decine svennero e tornarono sul posto dopo essere state curate dai medici.

Qualche tentativo di dialogo venne portato avanti da Zhao Ziyang, allora segretario del Partito Comunista Cinese, e il maggior rappresentante della linea della conciliazione. In una nuova riunione a casa di Deng, il 17 maggio, i sostenitori della linea dura dissero che i danni maggiori venivano da chi, come Zhao, si era lasciato andare a qualche apertura e aveva così rivelato divisioni all’interno della leadership. Deng prese le parti degli intransigenti. Doveva entrare in azione l’esercito e bisognava dichiarare la legge marziale.

Il giorno successivo, la questione venne portata davanti agli Otto anziani — detti anche, in Occidente, gli Otto immortali — un gruppo di decrepiti sopravvissuti alle lotte del maoismo — il più giovane era nato nel 1909 — che erano ancora i detentori di un grande potere, del tutto indipendente rispetto alle cariche, spesso onorifiche, che detenevano nell’assetto istituzionale cinese. Gli Otto sostennero la posizione di Deng.

Il 20 maggio entrò in vigore la legge marziale, firmata due giorni prima da Deng. Alcuni militari, tra cui anche generali, espressero il loro dissenso; uno di loro venne privato dei gradi e mandato in un ospedale «per recuperare la salute». Perfino parte dei media cinesi sembravano a disagio con il corso che avevano preso gli eventi: l’annunciatore che lesse il messaggio della legge marziale sulla TV di stato CCTV, trasmesso dagli altoparlanti in piazza Tienanmen, parlò con voce funerea e non alzò gli occhi dal foglio neppure una volta.

All’alba del 19, quanto tutto era ormai deciso, Zhao era andato in piazza Tienanmen con un nervoso Li Peng e aveva detto tra le lacrime agli studenti una frase che sarebbe rimasta famosa, «Studenti, siamo venuti troppo tardi». Per allora alcuni striscioni prendevano in giro il vecchio detto del Sichuan: «Non è importante il colore del gatto, finché rassegna le dimissioni». Ma Zhao aveva il destino segnato, e il 27 maggio una riunione degli Otto, ancora una volta fuori da ogni meccanismo legale, scelse il suo successore come segretario del partito: Jiang Zemin, che si era distinto per la sua fermezza contro le proteste a Shangai. Fu la prima investitura in una posizione di governo centrale per un altro futuro leader supremo della Cina.

La Dea della democrazia

Ventitrè divisioni dell’esercito cinese — numeri da invasione — mossero verso la città, in cui l’atmosfera cominciava ad essere simile a una rivolta. Vennero erette barricate che bloccarono i mezzi militari, a cui i cittadini di Pechino offrirono da bere e da mangiare. I soldati erano confusi, non aspettandosi una risposta di quel tipo dagli shimin, i “cittadini”, cioèla popolazione della capitale. Quella mattina arrivò a Tienanmen un lungo corteo di operai con bandane che recitavano “Osare di morire”: la folla dei manifestanti in piazza aveva raggiunto ormai le trecentomila persone.

Negli ultimi giorni di maggio, tuttavia, la protesta di piazza Tienanmen sembrava aver perso il suo slancio. Ai manifestanti mancava una guida chiara che sapesse indirizzare il corso degli eventi, mentre tra gli stessi leader studenteschi erano emerse divisioni tra chi credeva che fosse opportuno sgomberare la piazza, sotto la pressione dell’esercito in arrivo, e chi invece intendeva andare avanti senza alcun arretramento. Quali fossero i passi concreti da intraprendere per uscire dallo stallo con le autorità non era chiaro. Il Quartier generale di comando, l’ala più dura guidata dalla studentessa di psicologia ventitrenne Chai Ling, rifiutò la proposta della neocostituita associazione autonoma degli studenti di una grande manifestazione finale per il 28 maggio. Uno dei leader dell’ala favorevole al ritiro, lo studente di storia ventenne Wang Dan, abbandonò la piazza e ritornò al campus dell’università di Pechino.

I leader del movimento, da entrambe le parti, erano sull’orlo del crollo sotto il peso della responsabilità e delle pressioni, ma il morale tornò alto quando gli studenti dell’Accademia centrale delle Belle arti piazzarono una statua di polistirolo raffigurante una “Dea della democrazia”, alta dieci metri, nella piazza, rivolta verso il gigantesco ritratto di Mao. In una intervista con un giornalista americano, in cui apparve piuttosto fuori di sè, Chai Ling disse, nel suo passaggio più tetro, che «il popolo cinese aprirà gli occhi solo quando la piazza sarà piena di sangue».

Alcuni mezzi corazzati bruciati dai manifestanti nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 (MANUEL Ceneta / AFP / Getty Images)

La strage

Il 2 giugno Deng decise che le forze armate dovevano porre fine alle proteste di piazza entro due giorni. Nelle prime ore del giorno successivo, i manifestanti di piazza Tienanmen avvertirono dagli altoparlanti che l’esercito stava arrivando. Poco dopo ci fu un’apparizione improvvisa e inspiegabile: un gruppo di soldati disarmati, in camicie a maniche corte e scarpe da ginnastica, attraversò la piazza correndo. Stavano probabilmente cercando di raggiungere un deposito di armi dalle parti della piazza e speravano così di poter passare indisturbati. Vennero invece bloccati e obbligati a sentire per ore discorsi sulla democrazia, i diritti umani e il ruolo dell’esercito. Ma nel corso della mattinata, dopo quella stramba apparizione, avvennero i primi episodi di violenza: abitanti di Pechino lanciarono pietre e picchiarono alcuni soldati, gli studenti trovarono delle armi e salirono sul tetto di autobus che trasportavano le truppe. Soldati e poliziotti lanciarono fumogeni, nel primo pomeriggio, per disperdere la folla nelle vicinanze della piazza. Le massime autorità comuniste decisero che Tienanmen doveva essere sgomberata «con tutti i mezzi necessari» entro le 6 di mattina del 4 giugno, con le operazioni di polizia che dovevano cominciare quella sera alle nove.

Nella piazza, i manifestanti cominciarono ad armarsi con mazze, coltelli, catene di metallo e aste di bambù appuntite, mentre soldati in abiti civili cominciavano ad infiltrare la piazza e a circondare la Grande sala del popolo. Dopo le dieci di sera l’esercito cominciò la sua avanzata attraverso i sobborghi di Pechino. Gran parte delle uccisioni di quella notte non avvenne in realtà a piazza Tienanmen, ma intorno ai grandi incroci di Gongzhufen e di Muxidi, il primo dieci chilometri più a ovest e il secondo ai margini del centro della città, dove i mezzi corazzati travolsero le barricate e chi ci stava intorno, spararono sulla folla e uccisero centinaia di cittadini di Pechino — il numero non è stato mai stabilito con certezza, mentre il rapporto ufficiale cinese contiene un totalmente implausibile bilancio di venti morti e duemila feriti — convinti fino all’ultimo che l’esercito non avrebbe aperto il fuoco su di loro. A Muxidi, i soldati spararono intorno alle dieci e trenta di sera contro un muro di folla profondo venti metri e formato da decine di migliaia di persone, che li stava confrontando per fermare l’avanzata con lanci di pietre e bottiglie. Gli scontri infuriarono nell’area per meno di due ore, prima di lasciare spazio al silenzio.

Tra i mezzi dell’esercito in avanzata e i manifestanti di piazza Tienanmen c’era solo una barricata formata da un divisorio in cemento con due autobus e un mezzo militare a cui era stato appiccato il fuoco. Verso le undici e trenta un mezzo corazzato provò a sfondare, ma fu bloccato dal cemento e dalle molotov lanciate dagli studenti e dovette tornare indietro. Un secondo mezzo che riuscì a passare venne fermato dalla folla, che uccise due dei tre soldati all’interno sotto gli occhi inorriditi di un giornalista britannico, John Simpson.

Ma la barricata non poteva durare a lungo, e all’una di notte la piazza si stava ormai riempiendo di soldati. Gli altoparlanti ripetevano continuamente il messaggio governativo che «una grave rivolta controrivoluzionaria è scoppiata nella capitale», l’ordine di evacuazione e i sinistri messaggi: «l’Esercito popolare di liberazione è amico del popolo» e «Nessun onesto cittadino deve averne paura». I soldati si facevano largo nella piazza sparando e picchiando con bastoni, mentre le ambulanze facevano avanti e indietro, i feriti venivano portati via anche in risciò e nell’angolo nordoccidentale un gruppo di veicoli aveva preso fuoco. Furono visti studenti correre contro i soldati; questi, abbassando le armi puntate in aria, li abbatterono sparando contro di loro. Alcuni, colpiti, si rialzarono; altri restarono a terra.

Alle quattro del mattino i militari spensero improvvisamente le luci nella piazza. Un gruppo di manifestanti si riunì intorno al Monumento degli Eroi, dove era stato acceso un fuoco: si tenne una votazione nel marasma generale e il marito di Chai Ling, in quel momento a capo di quel che restava degli studenti in piazza, dichiarò che avevano vinto i favorevoli allo sgombero. Quando le luci vennero riaccese, alle quattro e trenta, i manifestanti si trovarono davanti centinaia di soldati pesantemente armati e dietro a loro i carri armati, che avanzarono fino a venti metri da loro. Un veicolo militare abbatté la Dea della democrazia.

L’ultimo luogo di resistenza fu l’angolo sudorientale della piazza, dove i manifestanti cantarono l’Internazionale comunista alternandola con grida di «Banditi!», «Fascisti!» e «Animali!» verso i soldati. Alle prime luci dell’alba erano rimaste poche centinaia di studenti, che si ritirarono quando i carri armati avanzarono verso di loro. La piazza era sgombra alle 5.40 del mattino del 4 giugno 1989. I disordini a Pechino continuarono ancora a lungo; il famoso uomo che fermò la colonna di carri armati su un largo viale che bordeggia il lato sud di piazza Tienanmen da est a ovest, di cui non si conosce il nome né il destino, compì il suo gesto nella mattina del 5 giugno, il giorno dopo il massacro. Migliaia di persone vennero arrestate dalle autorità cinesi nei giorni successivi; alcuni vennero uccisi; altri furono pestati tanto che quando vennero mostrati in televisione come «rivoltosi controrivoluzionari» si reggevano in piedi a stento.

La versione ufficiale cinese sostiene che nessuno è stato ucciso dalle armi da fuoco dell’esercito in piazza Tienanmen, in contrasto con quanto videro con i propri occhi diversi giornalisti occidentali, e che il numero totale dei morti nella notte tra il 3 e il 4 giugno è di circa trecento persone, tra cui decine di soldati. Il numero reale non si saprà mai, e in assenza di fonti ufficiali è difficile trovare un consenso su qualcosa di meno vago di diverse centinaia di morti e alcune migliaia di feriti.

Le proteste continuarono per giorni in altre città della Cina, sessantatré solo il 4 giugno e centottanta il giorno successivo. La notizia del massacro, nonostante i media ufficiali, era arrivata presto in tutto il paese. Nessun paese del mondo interruppe le relazioni diplomatiche con la Cina, anche se gli Stati Uniti e l’Unione Europea annunciarono la sospensione della vendita di armi al paese. Il 9 giugno Deng Xiaoping apparve per la prima volta in televisione dopo la visita di Gorbaciov e osservò un minuto di silenzio – per i soldati caduti e solo per loro.

Il massacro di piazza Tienanmen rimane a tutt’oggi un argomento inaffrontabile per la leadership cinese, che non ha mai riconosciuto ufficialmente alcuna irregolarità nei fatti del giugno del 1989. Quando, nel 1999, venne chiesto all’allora primo ministro Zhu Rongji se aveva dichiarazioni da fare nell’anniversario della strage, l’uomo rispose che la data per lui non significava nulla. Zhao Ziyang cadde in disgrazia, venne messo agli arresti domiciliari e negli anni successivi sparì dalla circolazione. La sua morte, nel 2005, ricevette pochissima pubblicità, per evitare di farne un simbolo come era stato Hu Yaobang nella primavera di tanti anni prima.

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