Leggi italiane, scritte male e difficili da capire

Leggi italiane, scritte male e difficili da capire

Un uso disinvolto della decretazione d’urgenza e un ricorso fin troppo frequente alla questione di fiducia. Ma anche testi non sempre chiari, errori grammaticali, richiami normativi troppo generici e talvolta persino imprecisi. A lanciare l’allarme sulla produzione legislativa del nostro Parlamento, ironia della sorte, sono gli stessi uffici di Montecitorio. Un organo in particolare, il Comitato per la legislazione. Istituzione sconosciuta ai più, ne fanno parte dieci deputati in numero pari tra membri della maggioranza e opposizione. «Il Comitato – si legge sul sito della Camera – esprime alle Commissioni pareri sulla qualità dei progetti di legge, valutandone l’omogeneità, la semplicità, la chiarezza e proprietà di formulazione, nonché l’efficacia per la semplificazione e il riordinamento della legislazione vigente». E il giudizio, bisogna riconoscere, non sempre è positivo.

Particolare non indifferente, il presidente viene eletto a turno tra i componenti e dura in carica dieci mesi. Ed è proprio al termine della presidenza di Salvatore Cicu – alla guida del Comitato dal 7 maggio 2013 al marzo scorso – che è stato presentato un rapporto sull’attività svolta nella prima parte della legislatura. Un lasso di tempo corrispondente alla durata del governo di Enrico Letta. Dalle pagine del documento emergono i tanti problemi e le imprecisioni del legislatore italiano. «Un disastro, spesso sono stati sbagliati anche i titoli» ironizzava qualche giorno fa il quotidiano romano Il Tempo, che per primo ha raccontato la vicenda. 

Differenze con il passato? Poche. Dalla XVI alla XVII legislatura le difficoltà restano simili. E le responsabilità sono spesso direttamente riconducibili ai nostri esecutivi. Come «l’utilizzo della decretazione d’urgenza come strumento pressoché esclusivo per l’attuazione del programma di governo». Non solo. Stando al giudizio del Comitato per la legislazione, «si è anche consolidata la prassi di un frequente ricorso, soprattutto alla Camera, alla questione di fiducia, posta sul testo licenziato dalla commissione competente». Un quadro complicato, che consegna agli osservatori una produzione normativa «volatile, stratificata, spesso inattuata».

Sono ben 39 i pareri espressi dal Comitato nei primi dieci mesi di attività. Dei 35 provvedimenti considerati, in 27 casi si è trattato di disegni di legge di conversione, in 6 di disegni di legge governativi contenenti disposizioni di delega e solo nei 2 rimanenti casi di testi unificati, entrambi di proposte di legge di iniziativa parlamentare. Bene, «sui 39 pareri espressi dal Comitato nel periodo di riferimento del presente Rapporto – si legge – soltanto uno è privo di rilievi». 

Si scopre così che la produzione legislativa del nostro Parlamento talvolta incappa in problemi legati alla lingua italiana. «Ne sono spie – si legge – la ricorrenza di questioni relative alla redazione del testo, ovvero la chiarezza delle espressioni utilizzate, nonché i richiami normativi effettuati in forma generica, imprecisi o errati». Per non parlare del continuo ricorso a eccezioni e particolarità, tale da rendere difficile l’interpretazione stessa delle norme. Il Comitato denuncia «un alto numero di disposizioni derogatorie, che talora accompagnano perfino la definizione della disciplina generale, cui si deroga nel momento stesso in cui viene dettata». Non fa eccezione l’italianissima predilezione per le gestioni commissariali. «A titolo esemplificativo – scrive il Comitato per la legislazione – le gestione commissariale della galleria Pavoncelli, afflitta da problemi di vulnerabilità sismica, risale al Dpcm in data 16 ottobre 1998 ed è stata prorogata fino al 31 marzo 2014 dall’articolo 4 del decreto legge n. 43/2013».

Sostanza, ma anche forma. Il Comitato punta il dito contro il dilungarsi spesso inutile dei nostri testi di legge (che inevitabilmente finisce anche per accrescere le dimensioni degli atti normativi). «Il ricorso a preamboli esplicativi e a periodi privi di contenuto immediatamente percettivo, in quanto si limitano a dare indicazioni di contesto, descrittive, ricognitive, di principio o programmatiche, ha trovato notevole diffusione». C’è poi il problema delle fonti. Talvolta il legislatore «si rifugia in decreti ministeriali dei quali precisa la natura non regolamentare», altre volte «demanda ad atti atipici di derogare a norme di rango legislativo». Senza dimenticare le potenziali sovrapposizioni che si creano quando i decreti legge si intrecciano con altri decreti in corso di conversione. Insomma, anche stavolta il giudizio del Comitato è impietoso. E delinea un quadro «nel quale il sistema delle fonti appare soggetto a mille fughe e deroghe, che denotano talora una buona dose di creatività e fantasia da parte del legislatore».

Discorso a parte merita il tema dell’eterogeneità del contenuto. Secondo la legge, infatti, il contenuto dei disegni di legge di conversione, deve essere «specifico, omogeneo e corrispondente al titolo». Peccato che non sempre è così. «Dei provvedimenti dei quali il Comitato ha evidenziato un alto grado di eterogeneità – si legge – 7 presentano un “contenuto eterogeneo”; 3 hanno un contenuto “estremamente vasto e complesso”; 1 ha un contenuto “estremamente vasto e articolato”; 1 ha un contenuto “complesso e articolato”». Un problema evidente, che pure sembra essere stato affrontato nella legislatura in corso. Il Comitato ammette l’eccezionalità del governo Monti, un esecutivo tecnico costretto a ricorrere con disinvoltura a decreti fin troppo vasti «che a tutt’oggi hanno trovato attuazione soltanto in maniera parziale». Ma riconosce i meriti, seppure parziali, del governo guidato da Enrico Letta. Dopotutto i primi mesi della XVII legislatura «non segnano particolari miglioramenti dal punto di vista della scrittura dei testi e della stratificazione normativa», però «fanno registrare provvedimenti più circoscritti». Una bella consolazione.

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