Livorno, l’ingegnere 5 Stelle che trionfa senza Grillo

Livorno, l’ingegnere 5 Stelle che trionfa senza Grillo

«Filippo, Filippo, Filippo». Prima al ristorante “Dar Piulle” poi al Palazzo Comunale, i cori della liberazione livornese riecheggiano nella notte insieme a bandiere M5s, vessilli No Tav, trombe da stadio e bicchieri di spumante. Uno vale uno ma le invocazioni sono tutte per Filippo Nogarin: l’ingegnere aerospaziale di 44 anni neosindaco di Livorno, ambasciatore del Movimento nella Stalingrado d’Italia dove nel 1921 sbocciava il Partito Comunista. Camicia bianca e zaino in spalla, barba folta e occhiali neri dalla montatura spessa. Qualcuno dice che assomigli al giornalista sportivo Marco Mazzocchi, altri suggeriscono lo stilista Domenico Dolce. Partiva dal 19% del primo turno, Filippo, appassionato di vela, fotografia e viaggi, nonché «feroce installatore di Linux in gioventù». Si aggiudica il ballottaggio con il 53%, 4.000 voti in più di Marco Ruggeri, ex segretario territoriale dei Ds, già esponente della ditta bersaniana-dalemiana, vecchia guardia di un partito che oggi vorrebbe parlare la lingua di Renzi. 

Ma i corsi e i ricorsi storici non si contano più: se alle europee di maggio andava in scena il derby tra il premier fiorentino e Beppe Grillo, con annesso psicodramma dei grillini in Parlamento, a Livorno si consuma il referendum sul Pd, voto finale su settant’anni di governo Pci-Pds-Pd arrivato al capolinea con gli stracci che volano tra le correnti. L’epilogo è una santa alleanza contro il Nazareno, dall’estrema sinistra di «Buongiorno Livorno» alla Lega Nord tutti uniti al ballottaggio intorno al nome di Nogarin. La città che per i compagni era una certezza oggi diventa pietra dello scandalo e caso nazionale, «un colpo al cuore del Pd». Qui, e qualcuno sussurra che non sia un caso, Renzi non si è fatto vedere mentre in molti sono saltati sulla sedia assistendo al crollo del «partitone rosso che comandava tutto», L’Unità parla di «ferita» e Alfredo D’Attorre spiega che «già da tempo avevamo preoccupazioni su Livorno». 

Con buona pace dello scaricabarile tra vecchia ditta e nuovi renziani, Nogarin scala il Palazzo Comunale con lo scalpo dei democratici, libera il municipio dopo aver promesso di «fare pulizia di tutti questi piddini». Guai a chiedergli se si senta un po’ di sinistra. «Sono il sindaco della gente, ci siamo presi questa città e la restituiremo ai livornesi che meritano il meglio. Grillo? non l’ho sentito ma se sono qui lo devo anche a lui». In questi giorni il capo politico del Movimento è stato in silenzio e non ha calcato nessun palco per sostenere i suoi dodici candidati qualificati al ballottaggio. Niente comizio conclusivo a Livorno, nemmeno un messaggio video per Nogarin che adesso ribadisce: «Non abbiamo avuto la necessità di urlare contro nessuno».

Dettagli, certo. Ma a ridosso delle europee i deputati M5s riuniti in assemblea avevano chiesto a Grillo che si astenesse «dallo sforzo elettorale» dei ballottaggi. Pesavano il fastidio per i toni alti «che hanno spaventato la gente», il frastuono e l’elaborazione della sconfitta, ma anche il desiderio che «Beppe» si riposasse. Così lui è rimasto in secondo piano tra i post del blog, qualche cena con gli amici a Genova e un po’ di relax a Marina di Bibbona. Per sostenere Nogarin, a Livorno è arrivata l’artiglieria pesante dei parlamentari Cinque Stelle: Nicola Morra, Luigi Di Maio, Roberto Fico, Laura Bottici ma anche i toscani Samuele Segoni Massimo Artini e Sara Paglini. Tutti per uno, meno Grillo.

È il cambio di passo nella comunicazione auspicata da una fetta di deputati e senatori M5s che vogliono metterci la faccia più spesso, magari per spiegare «con più tranquillità quello che facciamo e i nostri progetti». Oggi, mentre si esulta pure per il sindaco piazzato a Civitavecchia, la presa di Livorno alza il morale delle truppe, rappresenta ossigeno per un Movimento ancora alle prese con l’analisi della sconfitta e i malumori dei parlamentari in cerca di un nuovo assetto interno. Ma conquistare un capoluogo come Livorno significa pure scrollarsi di dosso il macigno di Parma, fino ad oggi unica grande città in mano ai Cinque Stelle, croce e delizia per Grillo e Casaleggio che da mesi hanno scomunicato il sindaco Pizzarotti.

Adesso c’è anche Nogarin, soprattutto Filippo. Lui che a dicembre presidiava la piazza al V-Day di Genova: «Andiamo oltre questi porci mantenuti, presto faremo piazza pulita nelle istituzioni». A partire da Livorno, dove i Cinque Stelle hanno cominciato da giorni la raccolta dei curriculum per selezionare assessori meritevoli. Poco prima Nogarin era andato all’attacco contro i totem del centrosinistra lanciando un siluro contro il rapporto tra Coop e giunte rosse: «Sono per la libera concorrenza, Se divento sindaco porterò subito l’Esselunga a Livorno». Instancabile e grintoso, sorridente ma per nulla morbido, se nella notte della vittoria ha imparato a prendere di petto i giornalisti, nelle settimane di raccolta voti ha battuto sale congressi e mercati, girato la città con una vecchia Fiat 500 targata Pd, ricevuto l’endorsement del presidente della Cassazione Ferdinando Imposimato ma anche quello del comico di Zelig Paolo Migone.

Garantisce il buon governo per tutti, anche a chi non lo ha votato: «Il dialogo per noi è fondamentale, qui il Pd stava arroccato nel suo palazzo e non parlava più con nessuno». Oggi Filippo si prepara a indossare la fascia tricolore di una città che per settant’anni è stata abituata a esibire una sola tonalità, il rosso. Quello di un Pd locale che galleggia nel mare delle recriminazioni mentre all’appello mancano 2.500 voti del primo turno senza contare che qui alle europee Renzi aveva incassato il 53%. Ma le amministrative sono un’altra storia, i livornesi si sono stufati. Dopo sei sezioni scrutinate al ballottaggio Marco Ruggeri era già sotto, un motivo in più per avere le idee chiare: «È stata una campagna elettorale del Pd contro il Pd, in questi mesi girando per Livorno ho capito che erano stati persi i rapporti ovunque». Rincara la dose lo stesso Nogarin: «Questa vittoria è anche demerito del Partito Democratico». Che in un modo o nell’altro archivia l’esperienza del Partito Comunista.

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