25 cose che vi godreste se aveste visto “Seinfeld”

25 cose che vi godreste se aveste visto “Seinfeld”

Quando Larry David ha smesso di vagare per Manhattan annotandosi i posti dove sarebbe andato a dormire una volta diventato un senzatetto e, assieme a Jerry Seinfeld, ha cominciato a scrivere la sitcom che gli avrebbe assicurato un resto della vita senza una sola preoccupazione al mondo — il rinnovo gli è valso una cifra vicina ai 70 milioni di dollari — stava inconsciamente per cambiare il destino della televisione.

La premessa che dissocia Seinfeld da tutto quello che è stata la sitcom prima, e gran parte di quello che sarebbe venuto dopo pur tra continue citazioni e più o meno consapevoli rimandi, è che David e Seinfeld hanno deciso di lasciar fuori dal loro prodotto qualsiasi buon sentimento. Seinfeld, lo show sul niente, è superficiale e spietato. Non ha riguardi per nessuno e non ha nessuna intenzione, fin dal pilota, fin dall’embrione del nonsense che sarebbe diventato, di fare un passo indietro nemmeno per rispetto verso se stessa come serie, che vive nella citazione della sua genesi attorno alla terza stagione, quando George e Jerry lavorano a una sitcom sul niente, appunto. E in quel momento gli spettatori stanno guardando un episodio che guarda se stesso e non si dà tregua.

In Italia, Seinfeld non ha avuto lo spazio per allargare il successo americano, rimanendo relegato a una tardiva quanto fugace (e casuale, ma questo è lo splendore della Tv nostrana, che per anni ha completamente ignorato al numerazione degli episodi) apparizione in seconda serata su qualche rete Mediaset, per poi essere recuperato da Jimmy, i maestri satellitali del cult — ma anche qui per poco e per pochi.

Ci sono un paio di cose che il pubblico italiano allargato dovrebbe sapere: la prima è che qualsiasi serie comedy alla quale si siano appassionati dopo il 7 luglio 1989 ha in sé un po’ di Seinfeld. La seconda è che Seinfeld è stata la serie delle piccole cose, lo show sul niente impregnato di quotidianità. Ecco, chi non ha visto Seinfeld si sta perdendo una rete insospettabile di riferimenti continui e di allusioni che avrebbero reso le cose di tutti i giorni più divertenti. Sarà che io ci penso sempre, ma eccone alcune.

1. Le rapine

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All’inizio e alla fine di tutto. Nella terza puntata della prima stagione e nell’ultima della nona. La prima è una stagione corta, di prova, che non si sapeva dove sarebbe andata a finire, salvo essere rinnovata immediatamente. The Robbery dà subito il ritmo a quello che verrà: in Seinfeld non c’è mai niente di grave. Ogni rapina, aggressione, pestaggio, appropriazione indebita, infrazione, borseggio e furto con scasso, avvengono nella totale indifferenza o addirittura nella complicità dei protagonisti. Senza una rapina non avremmo avuto il finale, e senza il finale la serie non sarebbe completa, condizione necessaria alla perfezione.

2. I pony

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Il Pony Remark che fa da titolo alla seconda puntata della seconda stagione è il primo parlare a sproposito di una lunga serie. Un paio di battute di Jerry sui pony portano all’indignazione e probabilmente alla morte di una vecchia cugina, ovviamente la preoccupazione principale di tutti è che questo non ostacoli la finale di softball.

3. Le attese

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Jerry, George ed Elaine aspettano un tavolo all’ingresso di un ristorante cinese, ed è quello che faranno per tutto il resto dell’episodio: lo show sul niente.

4. La verità

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C’è un episodio, nella terza stagione, intitolato The Truth. Ma a essere sul piatto sono tutte le spietate, insensate, egoistiche, paradossali, bugie che tutti i protagonisti dicono di continuo. Mentono spudoratamente, rigirano la verità al proprio tornaconto, costruiscono castelli di balle clamorose per tirarsi fuori da impacci minimi. E poi tradiscono, si arrovellano, barano, sfuggono a qualsiasi tipo di responsabilità e quando, raramente, si redimono, non dura più di venti minuti e c’è sempre qualcosa sotto. Seinfeld è la serie dell’egoismo e dell’immaturità perché così è stata concepita e bisogna dargliene atto: ne ha da vendere.

5. Il cachemere

Non è soltanto J. Peterman, il logorroico editore, capo di Elaine dalla quinta stagione in avanti, a tessere le lodi della lana più pregiata, ma torna di continuo, come un’indizio nascosto a segnare un cammino di morbidezza. Qualsiasi cosa voglia dire.

6. La morte

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È Jerry, in uno dei monologhi che aprono e chiudono gli episodi, a dire: «Non capiamo la morte, la prova è che diamo ai morti un cuscino». Serve aggiungere altro?

7. Gli incendi

Forse soltanto in It’s Always Sunny in Philadelphia bruciano più cose che in Seinfeld. La più grossa è un cottage, per colpa di Kramer e di alcuni sigari cubani che non gli appartengono. Poi c’è un forno durante una festa di compleanno piena di bambini da cui George scappa a gambe levate senza guardare in faccia nessuno, nemmeno anziani e clown. Poi ci sono i capelli di Kramer, un tovagliolo in un ristorante, un paio di auto e naturalmente Il paziente inglese.

8. La masturbazione

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The Contest non è soltanto uno degli episodi più belli di Seinfeld, ma è uno degli episodi più belli del genere sitcom. La costruzione della trama attorno alla scommessa di rinunciare all’onanismo e la totale incapacità di riuscirci di ognuno dei protagonisti, senza mai scadere nella volgarità spicciola, è superata soltanto dalla vittoria di George (barando, naturalmente, ma lo sapremo solo decine di episodi dopo).

9. Aerei e aeroporti

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Per tutti gli anni novanta sono stati la spina dorsale degli stand-up comedian e Seinfeld non può fare eccezione. Jerry viaggia per lavoro, Kramer viaggia per viaggiare, Elaine finisce dall’altra parte del mondo con ogni ragazzo la porti — e per recuperare Peterman in Myanmar dopo aver mandato l’azienda sull’orlo del fallimento — George viaggia poco ma dice di viaggiare molto di più. Poi, Jerry incontra modelle che può rivedere solo nelle sale degli aeroporti, George e Kramer cercano di farsi rimborsare un volo inesistente, i genitori di Jerry vanno e vengono dalla Florida, quelli di George tornano e basta. Jerry viaggia in business, Elaine in economy, l’unica volta che si muovono in gruppo danno vita a un episodio montato al contrario che resterà per sempre nella storia della Tv: The Betrayal. «Qualcuno mi spiega le noccioline sugli aerei?» è la frase che tutti usano come cliché delle routine comiche di Jerry e senza un jet privato non avremmo il finale (vedi punto uno).

10. Il (brutto) cinema

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Le code infinite per entrare a vedere film come Rochelle, Rochelle (che poi diventerà un musical), Prognosis Negative, Sack Lunch, Chunnel, Blimp e Check Mate. I cinema che risolvono le serate e quelli che danno lavoro a Kramer, come servizio telefonico abusivo o come filantropo. I pop-corn lanciati, calpestati, volati, sgranocchiati, le Junior Minds che costeranno la salute a un ex di Elaine e le Jujyfruits che le costeranno una relazione, il caffè ustionante di Kramer e l’attività di pirataggio in cui si fa coinvolgere Jerry al punto da diventarne maestro.

11. Le autocitazioni

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«Questo è lo show: uno show sul niente»
«E perché la gente dovrebbe guardarlo?»
«Perché va in Tv»
«Non ancora».

Seinfeld è il tripudio dell’autocitazione a partire dalle premesse: un comico ebreo a New York, come è stato David e come è Seinfeld, il resto viene da sé e si scrive da solo. Tocca l’apice del meta-racconto in The Pilot, quando gli spettatori si trovano davanti alla genesi della stessa serie che stanno guardando e che, da qual momento, diventerà la parodia di se stessa. Tra continui riferimenti al fallimento messo in scena da un successo planetario e il non prendersi mai sul serio, essere pronti, anche dopo nove stagioni, dieci anni, tre Golden Globe e dieci Emmy, a una disfatta che per Larry David è sempre stata «imminente».

12. La frutta

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Il mango, buonissimo, di Kramer, contro il melone, schifoso, di Jerry. I continui problemi di frutta e verdura, quella che Kramer cucina sotto la doccia e le pesche che ci sono solo una volta l’anno. La bodega che rifiuta a Jerry un assegno puerile e quella che bandisce Kramer per sempre.

13. New York City

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Come se ce ne fosse davvero bisogno.

14. Le minoranze

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E soprattutto gli indiani da drug store.

15. Le camicie

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Iniziano con i bottoni del primo episodio, che tornano pari pari nell’ultimo, poi passano per infinite lavanderie e decine di ferri da stiro. Diventano viola, se sono da donna si rompono e sibagnano, se sono da uomo sono macchiate di cioccolato e vanno portate sotto il maglione o sono “puffy” e piratesche. Non c’è un motivo preciso, come per molte altre cose.

16. I divani

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Quello di Jerry, su cui Kramer mangia, i suoi genitori dormono, George cerca di darsi un tono e qualcuno scarica la vescica. Quello di Elaine, che è più che altro un metodo per rimorchiare. Quello di Kramer che non si vede quasi mai. Quello di George su cui addenta una fetta di formaggio come se fosse una mela e soprattutto quello su cou mette in pratica l’“arte senza tempo della seduzione”. Quello degli spettatori, che li riflette tutti e da tutti è riflesso.

17. Le zuppe

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Qui c’è poco da fare, bisogna guardare The Soup Nazi.

18. Le effusioni

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Sempre e comunque vietate, nel modo più infantile possibile.

19. I medici (anche quelli finti)

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20. I cereali

21. Le nemesi

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Newman, il vicino postino con l’aspetto di Wayne Knight, è la nemesi perfetta. Sobillatore, avvelenatore di pozzi, rapitore di cani, doppiogiochista, viscido, portatore di pulci, romantico innamorato, sempre presente e sempre meno desiderato.

22. La cucina cinese

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Apre tutte le serate e chiude gran parte delle conversazioni. A Elaine causa non pochi problemi in un paio di occasioni: la volta che cerca di sovvertirne il sistema geografico di consegna e la volta che insieme al suo fidanzato comunista ne affronta a viso aperto l’autorità, finendo in una lista nera.

23. Lo yada yada

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Il blaterare sconnesso che popola tutti gli episodi, che sia per confondere le acque, prendere tempo o solo per blaterare, ha poca importanza.

24. Le scuse

Tutte quelle di Jerry alle ragazze con cui esce, che a lungo andare non valgono niente. Tutte quelle di George per qualsiasi cosa gli capiti. Tutte quelle di Newman ai giudici. Poi c’è questa, ma è triste e successiva.

25. Il futuro

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Dopo Seinfeld, Larry David ha dato vita alla più logica delle continuazioni: Curb Your Enthusiasm. Un ulteriore passo avanti nella meschinità e nel parlare di nulla, un’ulteriore osare e prendere una posizione demenziale nei confronti della realtà. In Curb, andato in onda dal 2000 e teoricamente ancora in produzione, la storia è quella di David stesso, autore e produttore a Los Angeles, il tono è ancora più sciolto — non ci sono, praticamente, dialoghi scritti ma tutto è improvvisato — è i pochi paletti morali di cui ancora Seinfeld poteva risentire, cadono sotto il marchio HBO. Quello che Curb fa per Seinfeld è facile: rimette assieme la squadra per l’ultima volta a una decina di anni di distanza da quel 1998 che ne ha visto la fine.

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