Blue, un grande fumetto di Pat Grant

Blue, un grande fumetto di Pat Grant

Ci sono due modi di parlare di Blue, un fumetto dell’australiano Pat Grant, uscito nel maggio di quest’anno nella collana PsychoPop di Edizioni BD (curata da Micol Beltramini), esattamente come ci sono due modi di interagire con una pozza d’acqua.

Il primo è avvicinarsi come un presbite si avvicina allo specchio, arrivare a pochi centimetri e guardarsi riflessi sulla sua superficie, che poi significa ragionare su quel che racconta, ovvero del nostro rapporto con l’altro da noi, dell’ordinario e purtroppo endemico razzismo che da anni cresce nel ventre dei paesi occidentali, del nostro pavido imbruttimento, ma anche della nostalgia dell’adolescenza, tra bigiate, ricerche di cadaveri à la Stand by me, mattinate di surf e passaggi segreti tra le colline dell’entroterra australiano.

Il secondo è fare due passi indietro, prendere la rincorsa e tuffarcisi con la curiosità del palombaro di scoprire di cosa è fatto il suo fondo melmoso. È gettare uno sguardo in quel pozzo scuro e misterioso che è l’atto creativo; parlare di come nascono i fumetti nella testa di chi i fumetti li inventa, li scrive, li disegna.

La differenza tra la prima e la seconda strada è abbastanza banale: la prima è individuale, e cambia come cambia il lettore. Perché è semplicemente quella che percorre naturalmente ogni lettore che si ritrova di fronte alle pagine di Blue: inevitabilmente ci si specchia, misura e valute le distanze tra se stesso e il mondo che Grant gli porge, cartoonizzato, lungo le pagine, orizzontali e bicrome, del suo bel fumetto.

La seconda è più interessante perché oltrepassa le nostre individualità di lettori, parte dal fumetto che ci ritroviamo tra le mani, mette la freccia e sorpassa, arrivando dove tutti gli atti creativi degni di ambire alla categoria dell’arte partono, ovvero al tessuto dei ricordi, alla memoria, al tempo perduto, che è poi la più grande e irrisolvibile delle ossessioni umane.

Pat Grant, nell’interessante saggio che chiude il libro, racconta di quando portò a Shaun Tan, un illustratore australiano di poco più grande di lui, le bozze di Blue. Grant era preoccupato dal fatto che il plot del suo fumetto — basato su un ricordo della sua adolescenza — fosse molto, troppo simile al plot di quel capolavorone di Stand by me (per una volta l’etichetta vale sia per il racconto originale di Stephen King, sia per la sua versione cinematografica di Rob Reiner).

Racconta Grant che Tan gli rispose di stare tranquillo, perché «i fumetti parlano quasi sempre di ricordi, di guardare indietro, di cavare un senso dal passato» e che non importava la somiglianza con il capolavoro di King. Quello di Grant era un vero ricordo — sanguinolento, come molti di quelli che ci portiamo dietro dall’adolescenza — bastava quello.

Tan centra il punto, poi continua Grant:

«I fumetti consentono a chi li scrive e a chi li legge di calarsi nella storia tornando a uno stadio adolescenziale o preadolescenzaiale, scavalcando i filtri storici e analitici con cui, da adulti, elaboriamo i dati sensoriali. Veniamo esposti a crude reinterpretazioni emotive di tempo, spazio e forma. Come se il fumetto fosse l’unica chiave di accesso a una stanza segreta della memoria che la coscienza adulta altrimenti terrebbe blindata».

Solo su una cosa si sbaglia Grant quando parla di quella stanza segreta che la mente adulta chiude a doppia mandata: non è il fumetto l’unica chiave di accesso a quella stanza, ma è il processo trasfigurativo dell’arte, quello che distilla le ossessioni, che reifica il tempo e rende meno doloroso il suo inevitabile trascorrere, facendocene almeno percepire la vertigine. E tanto basta.

Insomma, se Blue è un grande fumetto e merita il nostro tempo, non è soltanto per il bel tratto di Pat Grant, né per le stupende splash page orizzontali, né, ancora, per la creatività che Grant dimostra nel piegare la gabbia della sua pagina alle esigenze del racconto. E non lo è nemmeno perché ci fa riflettere sulla deriva xenofoba che sta prendendo la nostra società.

Blue è un fumetto che merita il nostro tempo perché ci fa sentire, anche solo per un secondo, la vertigine del tempo che scorre, del mondo che cambia attorno a noi — e nonostante noi — ma, soprattutto, Blue di Pat Grant è un grande fumetto perché le storie, quando le racconti bene, non ti lasciano mai come ti hanno trovato.

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