Una firma di tutto riposoI diritti di proprietà fanno bene alla crescita

I diritti di proprietà fanno bene alla crescita

Supponete di avere un momento di liberismo (libberismo secondo la dizione tipica su Twitter), per cui volete capire quali siano gli effetti dei diritti di proprietà sulla crescita economica. Il concetto sottostante è piuttosto semplice: se i diritti di proprietà sono ben tutelati, ai cittadini potrebbe venire più voglia di investire, in quanto è più basso, se non nullo, il rischio che qualcun altro – compreso lo Stato, a cui potrebbe saltare in testa di espropriare i beni in questione – si appropri dei frutti di questo investimento.

Mi direte: la fai semplice, vogliamo vedere i dati, cioè una verifica empirica di questa argomentazione. Nel bel mondo delle scienze naturali – ma anche in medicina – c’è spesso la possibilità di effettuare un esperimento vero e proprio, per cui si verifica che cosa accade al fenomeno Y se cambia qualcosa dal lato del fenomeno X. Ad esempio: che succede se somministro un certo farmaco ad un gruppo di individui, rispetto ad un gruppo (cosiddetto di controllo) a cui somministro soltanto un placebo, cioè un composto che non contiene quel principio attivo?

Nelle scienze sociali – che comprendono sia l’economia che la scienza politica – fare un esperimento è spesso impossibile, eticamente improponibile e/o vergognosamente costoso. Tornando al caso in questione, si potrebbe in via teorica rendere instabili i diritti di proprietà in un gruppo di Paesi del mondo presi a caso, mentre in un altro gruppo non si fa nulla: diciamo che non è esattamente la cosa più fattibile e giusta dell’universo. In alternativa si può verificare che cosa è successo in casi specifici in cui i diritti di proprietà sono stati assegnati in maniera più precisa, e confrontare con un gruppo simili di individui a cui non è stata data questa possibilità. Si tratta di un cosiddetto “esperimento naturale”, in quanto si cerca una situazione che assomiglia a un esperimento, pur non essendo un esperimento vero e proprio. Nella fattispecie il caso più famoso è quello dei diritti di proprietà assegnati dal governo peruviano nei centri urbani dal 1996 al 2003 (programma Cofopri). Questo esperimento naturale mostra, tra le altre cose, come l’assegnazione dei diritti di proprietà aumenta l’offerta di lavoro degli adulti e diminuisce il lavoro minorile (si veda questo articolo di Erica Field).

L’obiezione a questo tipo di lavori riguarda la “validità esterna”: ok, mi hai detto qualcosa sui diritti di proprietà in Peru, ma che succede altrove? Siamo sicuri che arriveremo allo stesso esito? Una soluzione potrebbe consistere nel cercare esperimenti naturali sui diritti di proprietà in tutti i Paesi del mondo, misurarne gli esiti, calcolare la media degli effetti, e verificare da quali fattori dipenda il maggiore o minore successo di questi esperimenti da Paese a Paese.

C’è un famoso articolo del 2001, scritto da Acemoglu, Johnson e Robinson, che sembra invece salvare capra e cavoli, dal punto di vista del metodo. L’articolo è talmente rilevante che Daron Acemoglu, il suo principale autore, con ogni probabilità vincerà il premio Nobel all’economia principalmente grazie a questo contributo.

Gli autori sono interessati agli effetti della protezione dei diritti di proprietà sul reddito pro-capite dei diversi Paesi: per andare oltre le semplici correlazioni e stimare l’effetto causale di questa protezione, l’idea geniale consiste nell’utilizzare dati sulla mortalità dei colonizzatori europei al momento della conquista del singolo Paese. L’argomentazione è questa: nei Paesi in cui la mortalità era elevata, i colonizzatori hanno messo in piedi istituzioni politiche di carattere estrattivo, cioè finalizzate a sfruttare le risorse naturali presenti nel Paese, invece che predisporre le condizioni per una presenza stabile e per la creazione di “quasi-Europe”. Nei Paesi ad alta mortalità dei colonizzatori le istituzioni giuridico-politiche erano di tipo estrattivo e – per un effetto di inerzia – i diritti di proprietà oggi sono poco tutelati. L’opposto si è verificato nelle quasi-Europe, cioè i Paesi con basso tasso di mortalità. Detto in altri termini, la mortalità dei colonizzatori è un elemento esterno che “diede una botta sperimentale” alle istituzioni politiche allora, le istituzioni politiche hanno una forte inerzia e dunque nei Paesi con mortalità alta il reddito pro-capite è oggi sistematicamente più basso che nei Paesi beneficiati da bassa mortalità iniziale (e dunque da istituzioni politiche migliori).

Per i nerd tra voi, la tecnica statistica utilizzata si chiama “delle variabili strumentali”, ma il punto cruciale è che gli effetti della protezione dei diritti di proprietà sul benessere, cioè sul reddito pro-capite, sono significativi, positivi e non piccoli dal punto di vista quantitativo. Ed entro dieci anni Acemoglu vincerà il Nobel all’economia. Con buona pace di Renato Brunetta.

Per saperne di più:

Daron Acemoglu, Simon Johnson e James A. Robinson [2001]. “The Colonial Origins of Comparative Development: An Empirical Investigation.” American Economic Review 91(5)

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