Il ritorno della politica estera

Il ritorno della politica estera

Ucraina, Gaza, Iraq, prima ancora la primavera araba e la dissoluzione dei vecchi equilibri in Nord Africa, dalla Libia all’Egitto. La politica estera ha fatto di nuovo irruzione, riprendendo il centro della scena occupato dalla politica monetaria e dalla crisi economica. E ciò ha trovato l’Unione europea non solo impreparata, come si dice comunemente, ma divisa secondo linee che rispecchiano interessi nazionali e geopolitici in contrasto se non proprio in conflitto. L’Italia s’è risvegliata dal lungo sonno domestico senza una politica estera, senza una chiara definizione dei propri interessi nazionali, priva anche di quella abilità e astuzia diplomatica che per molto tempo avevano coperto questi vuoti strategici. Di qui la bocciatura di Federica Mogherini. E prima si prende coscienza della realtà, meglio è.

Nella sua “Guida alla politica estera italiana”, Sergio Romano si chiede se tra il 1989 e il 1991 non sia finita la politica estera italiana. «Il motivo è nella fragilità del suo sistema politico, nell’ossessiva attenzione delle coalizioni di governo per le istanze popolari della sinistra, nel continuo tentativo di evitare atteggiamenti conflittuali e contenziosi, nella mancanza di uno strumento militare». Con la cosiddetta Seconda repubblica tutte quelle debolezze sono rimaste. In più, l’Italia ha dovuto fare i conti con eventi mai visti prima, come la guerra di Jugoslavia e l’offensiva del fondamentalismo islamico. In entrambi i casi, la “politica dei due forni” di andreottiana memoria non poteva funzionare. 

Dopo un tentativo di rispolverarla al vertice di Rambouillet nel 1999, Roma ha bombardato il Kosovo al seguito degli americani (e prima ha anche cambiato governo). Quanto all’11 settembre, ha segnato uno spartiacque. Silvio Berlusconi l’ha capito e l’ha sfruttato, ma s’è fatto prendere la mano. Tanto che risale a quel periodo lo spostamento del pendolo verso la Russia che adesso è alle origini di gran parte dei nostri guai in Europa. Vediamo perché.

L’Italia partecipa alla missione in Afghanistan, non direttamente all’invasione dell’Iraq, ma Berlusconi con una mossa astuta è tra i promotori della lettera dei “willings” che divide l’Unione europea, schierandosi con Tony Blair e non con la Germania guidata da Gerhard Schröder. Ciò consolida un rapporto forte con George W. Bush che porterà il capo del governo italiano a intervenire al Congresso degli Stati Uniti nel 2006. Berlusconi lancia una vera e propria strategia di apertura a Vladimir Putin nel 2002 al vertice Nato-Russia che si svolge a Pratica di Mare. Anche qui si sente coperto dalla svolta di Bush: di fronte al nuovo grande nemico, il terrorismo islamico, il presidente americano cerca il sostegno del vecchio nemico lasciandogli libertà di manovra in Cecenia e nel Caucaso da dove arriva la minaccia islamica contro la Russia. 

A Mosca, a Mosca: le grandi imprese italiane, tedesche e americane corrono a stringere accordi. In particolare, Italia e Germania si legano in modo eccessivo al gas russo, tanto che le stesse compagnie energetiche cambiano le loro priorità strategiche, dal pozzo al tubo potremmo dire, più che scoprire nuovi giacimenti e aumentare le proprie riserve, fanno trading e distribuiscono risorse esistenti. Roma e Berlino, così, cadono mani e piedi nella trappola di Putin. Schröder ne sarà ricompensato diventando il rappresentante di Gazprom. Su interessi personali di Berlusconi si è a lungo parlato e scritto senza arrivare a nessuna prova concreta.

In Iraq gli americani vincono la guerra e perdono la pace. Intanto scoppia la grande crisi le cui responsabilità vengono attribuite agli Stati Uniti. S’arriva al paradosso che Russia e Cina impartiscono lezioni di buona gestione del mercato. Il cambio alla Casa Bianca e l’arrivo di Barack Obama, muta lo scenario, s’afferma la dottrina del soft power e del multilateralismo, viene creato il G20 dove entrano in pompa magna Russia e Cina, la politica estera americana si disperde in mille rivoli diplomatici e perde consistenza. Putin lo interpreta come un segno di debolezza e dispiega senza più remore la sua strategia neo-imperiale. La guerra con la Georgia in Ossezia del sud, nel 2008 è il segnale più chiaro. E gli americani cominciano a diffidare del rapporto privilegiato dell’Italia come dimostrano i dispacci degli ambasciatori a Roma, a cominciare da quelli di Ronald Spogli rivelati da Wikileaks.

La tensione con l’Ucraina non è nata allora, ma almeno nel 2004 con la cosiddetta “rivoluzione arancione” guidata da Julija Tymoshenko. Si riaccende tra il 2008 e il 2010, diventa crisi aperta nel 2013 con le proteste contro il presidente filo-russo Janukovich. L’adesione all’Unione europea diventa l’emblema di un processo di distacco sempre più forte dalle ombre del regime sovietico che ancora oscurano una parte dell’est europeo. La posizione dei paesi più esposti alla dipendenza e al ricatto del gas russo si fa sempre più imbarazzante senza però che i governi di Berlino e di Roma sviluppino un’analisi approfondita e preparino un cambio di spalla al fucile.

Nel frattempo l’Italia vede crollare l’intera rete costruita nel Nord Africa non solo per contenere l’onda alta delle migrazioni, ma anche per consolidare interessi economici in un’area di confine con l’Unione europea. L’idea di diventare la porta d’ingresso per il Medio Oriente e l’Africa settentrionale è valida anche se viene perseguita con grande (forse troppa ) cautela. In Tunisia crolla un regime non solo amico ma in qualche modo dipendente, visto il ruolo attivo avuto dall’Italia nella presa del potere di Ben Alì nel 1987. In Egitto Moubarak era più di un interlocutore, un partner. Quanto a Gheddafi, dopo trentennali oscillazioni, sembrava diventato un sostegno nella politica energetica e in quella dell’immigrazione. Ebbene, nel marzo 2011 l’Italia ha lasciato che Francia e Gran Bretagna lanciassero un attacco unilaterale alle sue spalle, dividendo ancora una volta la Unione europea. Invece, avrebbe dovuto sollevare ufficialmente la questione e impedire quella mossa avventuristica  appoggiandosi anche all’originaria diffidenza americana verso le mire francesi.

Insomma, una sconfitta dopo l’altra, passata in cavalleria perché nel frattempo scoppiano gravissimi guai economici e politici interni: il collasso finanziario e la caduta di Berlusconi in autunno. I governi successivi, da Monti a Letta durano troppo poco e hanno altre priorità, la politica estera quindi va avanti con il pilota automatico. Così Matteo Renzi scopre che l’Italia viene percepita da metà della Ue come il Paese più filo-russo, anzi addirittura dipendente non sono sul piano energetico ed economico, ma persino su quello politico. Una percezione non falsa, certo eccessiva se si pensa alla posizione della Germania la quale, però, con l’abilità di navigare a vista dimostrata da Angela Merkel ha già dato qualche colpo di barra al timone. I tedeschi sono forti, gli italiani sono deboli quindi è evidente che diventino gli agnelli sacrificali. E sull’altare viene immolata la Mogherini, che non ha dietro una storia e una reputazione tali da metterla al riparo.

È possibile rimediare? Non sarà facile, ma se Renzi vuole risalire la china deve aprire un dibattito sulla politica estera di qui a fine agosto e ottenere un voto del parlamento con il quale presentarsi al prossimo vertice europeo chiedendo a tutti i Paesi dell’Unione di chiarire la loro posizione sui fronti caldi: la Russia, il Nord Africa, Il Medio Oriente a cominciare dalla Siria e dalla minaccia rappresentata dal “califfato dell’Iraq e del levante”. A quel punto saranno gli altri a dover scoprire le carte. Se non lo fanno e se non si definisce almeno una bozza di politica estera europea, è meglio cambiare cavallo e puntare su poltrone diverse. Ormai è chiaro che non basta parlare di pace o chiedere di “far tacere le armi” a Gaza come a Donetsk. Queste sono cose da papa Francesco (che lo fa meglio e con autorevolezza maggiore). La diplomazia è uno strumento, non è la politica estera. Mettere in azione la Farnesina e tutte le sue intatte capacità analitiche e mediatorie è un passaggio importante e indispensabile (lo hanno fatto abbastanza Renzi e la Mogherini?). Ma bisogna dire con chi si sta, come e perché.

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