Portineria MilanoLega, Salvini è l’unico vero parricida di Bossi

Lega, Salvini è l’unico vero parricida di Bossi

Lo hanno cercato per le valli della Padania per più di trent’anni. E alla fine la Lega Nord l’erede di Umberto Bossi, il parricida, l’unico capace di spodestarlo e mandarlo “a quel paese”, lo ha trovato. Matteo Salvini, fresco di riconferma alla segreteria del Carroccio, potrà pure far storcere il naso ai bossiani di ferro, ai nostalgici della Lega di un volta, ai critici delle sue giravolte o a quelli che lo accusano di aver aiutato la compagna Giulia nel lavorare in Regione Lombardia, ma quello che un tempo era considerato il Pierino Padano si è dimostrato l’unico capace di far dimenticare il Senatùr ai militanti leghisti. Anzi di infiammarli, di riportarli alle feste e alle sagre padane, tra salamelle e slogan questa volta contro Bruxelles, non più contro Roma ladrona come faceva il Senatùr trent’anni fa. E pensare che in questi anni ci hanno provato in tanti a prendere il posto dell’Umberto. Dallo stesso Roberto Maroni fino al Trota Renzo Bossi, ai veneti come Domenico Comino o Fabrizio Comencini, ma alla fine è stato Salvini a prenderne lo scettro, riportando la Lega in questi mesi sotto i riflettori dei media, nella buona e nella cattiva sorte. 

I sondaggi sono buoni, va ricordato, dopo mesi di cantina. L’ex leader dei Comunisti Padani – il primo gruppo con cui si presentò nel partito negli anni ’90 – è sempre in televisione. Cerca spesso la polemica, si guadagna le prime pagine dei giornali e dei telegiornali. Li attacca se non gli danno spazio. Potrà non piacere, potrà creare fastidi di ogni genere, ma con Salvini la Lega è tornata al centro del dibattito politico, in un centrodestra più che mai allo sbaraglio, con un Silvio Berlusconi invecchiato e solo da pochi giorni in parte riabilitato per l’assoluzione nel processo d’appello per il caso Ruby. Del resto, proprio come il vecchio Umberto, c’è chi ama e c’è chi odia Salvini. D’altronde Bossi ormai non fa più notizia, anche se continua a lamentarsi del nuovo corso leghista, un misto di nostalgia, un’eco in lontananza con la conferma che Salvini non lo ascolta neanche più. Doveva formare un partito indipendentista, sono rimasti quattro gatti a sentirlo. L’esempio plastico della situazione si è materializzato all’ultimo congresso di Padova. Umberto prova a interrompere il discorso di Matteo, ma non serve a nulla. Salvini non lo ascolta neppure.  

«Ma sì, Salvini ha il carisma giusto ma non ha la stessa lungimiranza politica di Umberto» spiega critico uno storico militante padano. Eppure Matteo c’è. Pensare che quattro anni fa Manuela Marrone e Rosi Mauro sognavano che a prendere il posto di Bossi fosse il figlio Renzo. Lo candidarono al consiglio regionale della Lombardia con i risultati noti e le polemiche che hanno fatto da contorno per tanto tempo sui quotidiani. In questi trent’anni ci hanno provato in tanti a spodestarlo. C’è stato Maroni nel ’94, primo governo Berlusconi. Il Bobo, ora presidente della Regione Lombardia, dopo aver rotto, se ne tornò in fretta tra le braccia dell’Umberto: il peso di quel tradimento è rimasto fino ai nostri giorni. Colonnelli, tenenti. Ci sperava forse pure Roberto Calderoli, ora più che mai protagonista sul fronte delle riforme, a prendere il posto del Senatùr, ma anche in quel casso tutto si è risolto in un nulla di fatto. 

Nel periodo di Renzo Bossi ci aveva provato persino Marco Reguzzoni, ex capogruppo alla Camera, ora sparito dai radar. Salvini ha saputo tenersi equidistante dalle polemiche di tre anni fa, tra le indagini e la battaglia tra cerchio magico e maroniani di ferro. Ha sempre mantenuto buoni rapporti con tutti. Ha aspettato il suo momento. Sul fronte del Veneto non si è inimicato né il governatore Luca Zaia né il sindaco di Verona Flavio Tosi. Ha atteso. Lo stesso Giancarlo Giorgetti, uomo forte leghista, mente economica, l’unico con un canale diretto con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, che si è sempre mosso come una «marmotta» tra le montagne, in questi mesi ha iniziato a fare da chioccia a Salvini. Lo asseconda, lo critica e lo assiste. E quando Maroni decise nel 2013 di dedicarsi solo alla Regione Lombardia, confermando agli occhi dei militanti di non essere mai stato l’erede di Bossi, Salvini ha saputo prendersi il movimento. 

E se il Senatùr sparava nei comizi, Salvini ha raddoppiato. Perché oltre a martellare su ogni tipo di argomento, dall’immigrazione fino all’euro, durante le feste leghiste, usa i social network con la clava. L’Ipad è la sua canotta. È online quasi 24 ore su 24. Parla, attacca, usa toni duri. «Io al tavolo con Alfano non mi siedo, anche oggi ci sono stati 150 morti: io al tavolo col papà di Mare Nostrum non mi siedo» ha detto martedì 22 luglio. Non solo. Proprio come Bossi ha mantenuto il suo stile da uomo delle valli. La cravatta la usa poco. L’orecchino è ancora lì. Una maglietta e un jeans. Con i giornalisti parla spesso, chiede consigli, proprio come faceva Bossi alla fine degli anni Ottanta. Questa estate sarà a Ponte di Legno, proprio come faceva Umberto.  

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