«Conquistare i cuori»: Israele e la guerra sui media

«Conquistare i cuori»: Israele e la guerra sui media

Mark Regev contro Jon Snow

Circa una settimana fa mi è capitato di vedere su youtube un’intervista che Mark Regev, portavoce del governo israeliano, ha rilasciato al giornalista britannico Jon Snow (non c’entra nulla con Game of Thrones) per Channel 4 . La registrazione risale al 16 luglio, giorno in cui un missile israeliano uccise 4 bambini palestinesi che giocavano sulla spiaggia e l’intervista di Jon Snow comincia all’attacco. «Mark Regev», chiede Jon Snow, «l’operazione che avete intrapreso si chiama Protective Edge e il suo proposito è quello di proteggere i civili israeliani. L’uccisione di 4 bambini su una spiaggia in che modo contribuisce alla realizzazione dell’obiettivo?»

Qui in in Italia non siamo abituati a domande tanto dirette, perlomeno in televisione. In quel momento, al di là di quel che ciascuno può pensare del conflitto israelo-palestinese, credo che nessuno avrebbe voluto essere nei panni di Mark Regev. A giudicare dall’espressione (e da quante volte sbatte le palpebre prima di rispondere)  anche Regev in quel momento, almeno per un attimo, avrebbe desiderato essere da un’altra parte. Eppure, mantenendo una delle espressioni facciali più neutre tra quelle in dotazione alla razza umana, ha risposto. «Non lo abbiamo fatto», ha detto. Quindi, incalzato da Snow, ha iniziato a definire quel che è accaduto un incidente, una tragedia, specificando che l’esercito israeliano non mira mai volontariamente i civili e che chi ha lanciato quel missile non aveva quei quattro bambini come bersaglio.

Non so se ha detto la verità —  credo di sì, ma credo anche che la non volontarietà diretta dell’omicidio di quattro bambini non renda più giustificabile il massacro di civili in atto a Gaza — in ogni caso, l’elemento che mi ha subito colpito è stata la calma, la perizia e la lucidità con la quale Regev ha affrontato quella patata bollente. Non c’era nulla di cui stupirsi, ovviamente. Mark Regev è certamente un portavoce esperto e molto preparato — se nella vita ti capita di fare il portavoce di una superpotenza che sta attaccando una delle zone più densamente popolate del mondo, abitata da una delle popolazioni più povere non puoi non esserlo — e, ho pensato, probabilmente studia ogni giorno il modo in cui rispondere a domande del genere.

Finita l’intervista, me ne sono dimenticato. Due o tre giorni fa, però, mi è capitato sotto gli occhi un articolo pubblicato da Patrick Cockburn sul quotidiano britannico The Independent che parlava di un dossier scritto nel 2009 da un lobbista conservatore americano, tale Frank Luntz su mandato di un’organizzazione americana chiamata TIP, acronimo di The Israeli Project.

The Global Language Dictionary

Intitolato Global Language Dictionary (lo trovate qui in pdf), il dossier a cui fa riferimento l’articolo dell’Independent è un vero e proprio manuale di comunicazione ad uso dei portavoce israeliani, dei giornalisti o degli uomini politici che — cito testualmente la premessa degli editor — «sono in prima linea nel combattere la guerra mediatica per Israele. Desideriamo che voi abbiate successo nel conquistare il pubblico». Il dossier non è difficile da reperire in rete: inizialmente scritto per non essere divulgato alla stampa, appena fu messo in circolazione, nel luglio 2009, fu intercettato e pubblicato dal settimanale americano The Newsweek (qui trovate l’articolo nella copia cache di Google , il link originale è scaduto e non è più raggiungibile). I principali quotidiani internazionali, tuttavia, non cavalcarono lo scoop e in Israele, a quanto mi risulta, ne parlò solo Haaretz nell’agosto del 2009.

Ora, passati cinque anni, il dossier è ricomparso nel già citato articolo di Patrick Cockburn, ripreso poi dal sito francese di informazione indipendente Mediapart, e vale davvero la pena di sfogliarlo, perché è una risorsa decisamente interessante, una specie di trattato di linguistica e retorica applicata.

Ultima premessa: prima di mettermi a scrivere queste righe ero un po’ sospettoso per il fatto che l’articolo sul Newsweek fosse sparito e che nessuno negli ultimi 5 anni se ne fosse più occupato, a parte The Independent e Mediapart (che ha ripreso Cockburn). Così ho controllato e ho scoperto che il TIP esiste, l’autore Frank Luntz anche, che l’articolo di Haaretz è vero e che quello del Newsweek (che ho letto in copia cache) afferma di aver parlato con i responsabili del TIP. Non bastasse, ho controllato le pagine di wikipedia che citano il dossier: nessuna mi pare abbia una cronologia sospetta o modifiche dell’ultima ora particolarmente bizzarre.

19 passaggi notevoli che ho trovato sfogliando il dossier

Il dossier compilato da Franck Luntz è di circa 120 pagine e tocca ogni singolo aspetto della copertura medicatica della questione israelo-palestinese. Ci vorrebbero almeno un paio di giorni per studiarlo tutto a dovere, ma, anche senza avere a disposizione tutto quel tempo, basta un’oretta per sfogliarlo e farsi un’idea del materiale, che è decisamente interessante, anche al di là della questione specifica del conflitto. Ecco dunque i diciannove passaggi che hanno attirato la mia attenzione sfogliando le pagine del dossier. La traduzione è mia, non mia è la scelta dei font, soprattutto del capslock. I dettagli contano.

1. Mostrare empatia per ENTRAMBI gli schieramenti. L’obiettivo di una comunizaione pro-Israele non è semplicemente fare in modo che la gente che già ama Israele continui a farlo. L’obiettivo è conquistare nuovi cuori e nuove teste alla causa di Israele senza perdere il consenso di chi già la supporta.

2. Non c’è MAI E POI MAI alcuna giustificazione per il deliberato massacro di donne e bambini innocenti. MAI.

3. Non fare finta che Israele agisca senza fare errori e senza avere colpe. Non è vero e nessuno ci crederà mai.

4. Ricordare alla gente — ancora e ancora — che Israele vuole la pace
Motivo numero uno: se gli americani non vedono speranza per una soluzione pacifica, se la vedono solo come lincessante continuazione di una faida familiare che dura da 2000 anni, essi non vorranno che i loro governi spendano i soldi delle loro tasse o le mosse dei propri presidenti per aiutare Israele.
Motivo numero due: colui che in una discussione viene percepito come più forte sostenitore della PACE vincerà il dibattito. Ogni volta qualcuno fà una richiesta di pace, la reazione è positiva.

5. Gli americani vogliono avere una parte per cui tifare. Fate conoscere al pubblico le cose BUONE di Israele. Una volta che avete fatto capire che tenete alla vita sia degli israeliani che dei palestinesi e che Israele vuole la pace, potete cominciare a stabilire una forte connessione tra gli americani e Israele basat su valori e interessi condivisi.

6. Non parlate di religione

7. Parlate del futuro, non del passato

8. Usate domande retoriche, qualche esempio:
«Come potremmo fare pace con un governo che ci vuole morti?»
«Come potremmo fare pace con una popolazione a cui sono state insegnate queste parole, cui è stato insegnato a odiare gli ebrei, non solo Israele, dal momento della loro nascita?»

9. Cominciate i vostri messaggi, i comunicati stampa, le dichiarazioni o i dibattiti con il migliore e più positivo dei messaggi

10. Date ragione almeno una volta, meglio se su un argomento marginale

11. Mai, mai, MAI parlare in maniera “dichiarativa”

12. La battaglia è per l’IDEOLOGIA, non per la terra; per il terrore, non per il territorio. Per questo evitate di usare l’argomento religioso per la richiesta di terra da parte di Israele come una ragione per cui Israele non dovrebbe cedere territori. Dichiarazioni del genere avranno come solo effetto il rendere la posizione di Israele estremista agli occhi di persone che non sono cristiane o ebree.

13. Su Gaza, prima di tutto: empatia. Non permettete che il dibattito su Gaza viri su domande tipo «Chi ha cominciato?» o da discorsi sull’appropriatezza e la proporzionalità della reazione israeliana.

14. Quando è tempo di parlare di razzi, la migliore espressione da usare è “uso deliberato”. Non dite mai che Hamas “sta lanciando missili a caso contro Israele”.

15. Prendete del tempo per parlare degli sforzi israeliani per prevenire la morte dei civili. L’argomento dei civili palestinesi uccisi è uno dei più pericolosi per l’intero dibattito.
Questo, per esempio, è un approccio in cinque punti per parlare dei morti civili a Gaza:
STEP 1: Empatia: “tutte le vite umane sono preziose. Comprendiamo che la morte di un innocente palestinese è grave esattamente quanto quella di un israeliano”.
STEP 2: Ammissione: “Ammettiamo che Israele non riesce sempre a salvaguardare i civili.”
STEP 3: Sforzi: “Il nostro obiettivo rimane sempre quello di evitare il più possibile le morti di civili.”
STEP 4: Esempi: “Lasciatemi ricordare quanto i nostri soldati siano addestrati e informati e che operano per assicurare che i civili palestinesi non corrano rischi.”
STEP 5: Girare la situazione: “È una terribile tragedia che Hamas, sostenuto dall’Iran, lanci razzi sui nostri civili mentre si nasconde tra la popolazione. Ciò causa morti tragiche in ENTRAMBI gli schieramenti. Cosa fareste voi se foste in questa situazione?”

16. Se rimanete impantanati per cercare di giustificare la proporzionalità della reazione israeliana, di nuovo, usate domande retoriche.

17. COME NON PARLARE DELLE COLONIE
In particolare ci sono tre argomenti che riguardano le colonie che dovreste evitare:
A. L’argomento religioso
B. L’argomento della proprietà della terra
C. L’argomento del capro espiatorio

18. Se criticate le Nazioni Unite fatelo con ironia

19. I bambini sono il luogo dove si terrà la prossima battaglia comunicativa per conquistare i cuori del mondo. Niente blocca di più coloro che odiano Israele della visione di bambini palestinesi a cui viene insegnato a caricare una mitragliatrice, a spezzare il collo a qualcuno o a cantare canzoncine sulla distruzione di Israele. Niente.

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