Portineria MilanoDietro le sbarre, Galan non se lo ricorda più nessuno

Dietro le sbarre, Galan non se lo ricorda più nessuno

C’era una volta Giancarlo Galan. C’era una volta il dirigente di Publitalia, il governatore del Veneto, il ministro dell’Agricoltura e della Cultura. Il protagonista della politica. Il Doge che si sposava e politici, boiardi e imprenditori di mezza Italia accorrevano al suo matrimonio. Era il 2009 – nella villa a Cinto Euganeo ora sotto sequestro – quel giorno il testimone di nozze Silvio Berlusconi arrivò con l’amico Marcello Dell’Utri portando in regalo alla signora Galan, Sandra Persegato, un braccialetto di brillanti e zaffiri. 

Sembra un secolo fa. Ora non c’è più nessuno. In pochi ne parlano in pubblico, ancora meno vanno a trovarlo in carcere. E pensare che a quel banchetto nuziale erano presenti imprenditori come Giuseppe Stefanel, Pietro Marzotto, Mario Polegato, Ennio Doris, Giulio Malgara, Enrico Marchi e Giovanni Perissinotto. Il Parlamento lo ha scaricato, autorizzando l’arresto ad ampia maggioranza. Qualcuno si aspettava più solidarietà da tanti colleghi di partito. Come se non bastasse, presto potrebbe palesarsi l’ultima gogna mediatica. A Montecitorio è stata depositata un’interrogazione dei Cinque Stelle per far luce sulla presunta affiliazione del Doge alla massoneria.

Intanto dal 22 luglio scorso Galan è rinchiuso a Opera. Conseguenza dell’inchiesta sul Mose di Venezia. Per colpa di alcuni problemi di salute è detenuto in infermeria, dove in passato hanno soggiornato il boss mafioso Totò Riina e il faccendiere di regione Lombardia Piero Daccò. Nessuna possibilità di andare ai domiciliari. Lo hanno deciso i giudici del riesame del tribunale di Venezia. «I fatti sono gravissimi, reiterati e perduranti nel tempo – scrive il magistrato Angelo Risi in 70 pagine depositate –  le esigenze cautelari di eccezionale gravità e quindi tali da imporre, nell’immediatezza, l’applicazione di una misura che costituisca ed integri una effettiva, netta, reale e definitiva cesura dall’ambiente in cui sono maturati i fatti». Per questo motivo c’è «l’esigenza che gli arresti domiciliari non sono in grado di garantire, preso atto della vasta ragnatela di interessi complicità e colpevoli connivenze che hanno accompagnato il Galan nell’intera vicenda». 

Le carte descrivono un personaggio inquietante. Con un’enfasi che non può lasciare indifferenti. «La personalità del ricorrente – si legge – si palesa come allarmante. È un soggetto dedito al sistematico e continuo mercimonio della pubblica funzione». Parole che pesano come macigni e non risparmiano la cerchia familiare di Galan. Perché l’ex deputato di Forza Italia aveva chiesto di poter andare ai domiciliari dal fratello Alessandro. Peccato che il fratello – così scrivono i giudici – avesse sollecitato il presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati al pagamento di un contributo di 20mila euro. «Ne deriva – sta scritto nella motivazione – che non solo Galan, ma il suo intero gruppo familiare sia in qualche modo coinvolto in situazioni di scarsa trasparenza con il Mazzacurati i cui interessi imprenditoriali erano certamente del tutto estranei al campo medico».  

E così Galan corre il rischio di rimanere in carcere ancora a lungo, almeno fino alla fine di ottobre. La difesa – uno dei due legali è Niccolò Ghedini – è pronta a dare battaglia su alcuni reati già prescritti che il Riesame ha evidenziato, scatenando una battaglia con la procura di Venezia. Tutto si gioca su tempi e codice di procedura penale. Pensare che molti altri indagati nella stessa inchiesta sono già ai domiciliari, come Lia Sartori, l’eurodeputato del Pdl legata a Galan (fa eccezione Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti, ancora in carcere a Caserta). 

La possibilità di evitare l’arresto, tuttavia, non è mai parsa in discussione. Quando il 22 luglio scorso la Camera ha autorizzato la custodia in carcere, i deputati che hanno approvato il parere della giunta per le autorizzazioni sono stati ben 395. Tutto, tranne che una votazione dall’esito incerto. Una decisione scontata nonostante i distinguo di Forza Italia, Nuovo Centrodestra e pochi altri. E a nulla è servito lo scrutinio segreto. Per qualcuno si è trattato di una vera e propria “barbarie”. Del resto a Galan non è stato neppure consentito di essere presente in Aula al momento del voto. La richiesta di rinvio – giustificata secondo Forza Italia dalle precarie condizioni di salute dell’ex ministro – è stata respinta poche ore prima dell’autorizzazione all’arresto. 

Scaricato dal Parlamento. E forse anche da qualcun altro. I deputati che sono andati a trovare Galan in carcere si contano sulle dita di una mano. Alla Camera raccontano delle visite di Daniela Santanché e di Antonio Palmieri. Di Lorena Milanato e di Elio Massimo Palmizio. Sicuramente non Silvio Berlusconi, impossibilitato dalla recente perdita del seggio di senatore. L’ex Cavaliere avrebbe telefonato a Galan poco prima del suo ingresso ad Opera. Lo stesso giorno il leader di Forza Italia ha rilasciato una dichiarazione alla stampa in cui si diceva «profondamente addolorato» per l’arresto. Ma nel centrodestra non c’è stata alcuna battaglia mediatica. Nessuna difesa a oltranza. Nessuna ripercussione sull’asse con il Partito democratico in tema di riforme, come pure qualcuno si aspettava.

Come se non bastasse, adesso arriva in Parlamento anche l’ultima tegola. La presunta appartenenza alla massoneria. Le prime notizie pubblicate dai quotidiani alcuni giorni fa sono state riprese in un’interrogazione depositata da alcuni esponenti del Movimento Cinque Stelle. A settembre, alla ripresa dei lavori, il Doge rischia di subire l’ennesima gogna mediatica. I deputati pentastellati riprendono le indiscrezioni sulla lettera inviata da Galan alla propria loggia padovana per chiedere il permesso di “entrare in sonno”. Una richiesta di allontanarsi temporaneamente da compassi e grembiulini in concomitanza con le grane giudiziarie della vicenda Mose. Nel testo dell’interrogazione depositata a Montecitorio si cita un’intervista di Stefano Bisi, gran maestro del Grande Oriente d’Italia, rilasciata alla Tribuna di Treviso. «Mi dicono che Giancarlo Galan da almeno quindici anni non frequenti i riti della loggia. Probabilmente, anche a causa dei suoi incarichi, ha vissuto questa esperienza come distante dai propri interessi». E ancora. «Probabilmente – ha aggiunto il capo della principale massoneria italiana – ha ritenuto di non voler mettere in imbarazzo il proprio Maestro Venerabile e gli affiliati della loggia, anticipando l’apertura di un possibile procedimento di sospensione che avrebbe potuto aprire la loggia stessa». 

I parlamentari a Cinque Stelle attaccano l’ex ministro. Al di là del massonico outing, i grillini denunciano i rischi che corre la vicenda giudiziaria. «L’inchiesta penale veneziana sul Mose – così si legge – sta delineando in queste settimane un quadro fosco e preoccupante di intrecci tra funzionari pubblici corrotti e condussi, politici e imprese corruttrici, uomini di assoluto rilievo dei servizi segreti e delle forze di polizia, quasi una sorta di polizia parallela, infedele, che ostacolava le indagini dei pubblici ministeri veneziani (…). L’appartenenza di Galan alla massoneria non può non destare molta preoccupazione in relazione all’eventuale appartenenza alle logge di funzionari pubblici e in particolare appartenenti alle Forze Armate, Guardia di finanza e Arma dei carabinieri, con funzioni di polizia e di polizia giudiziaria, e inoltre alla magistratura»

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