Erostrato, incendiario

Erostrato, incendiario

Erostrato, incendiario, è il secondo racconto delle Vite immaginarie, raccolta di racconti dello scrittore francese Marcel Schwob, pubblicata nel 1896. 

La città di Efeso, dove nacque Erostrato, si allungava sulla foce del Caistro, con i suoi due porti fluviali, fino alle sponde del Panorme, da dove si scorgeva la linea nebbiosa di Samos sul mare scuro, all’orizzonte. Traboccava d’oro e di tessuti, di lane e di rose, da quando gli abitanti di Magnesia, insieme ai loro cani da guerra e ai loro schiavi che lanciavano giavellotti, erano stati sconfitti sulle rive del Meandro, dopo che la magnifica Mileto era stata distrutta dai persiani.

Efeso era una città lasciva, dove si festeggiavano le cortigiane nel tempio di Afrodite Etéra. I suoi abitanti vestivano tuniche amorgine trasparenti, dei vestiti di lino filato a mano, di colore viola, porpora o di coccodrillo, o ancora, del colore delle mele gialle, bianchi, rosa, delle stoffe d’Egitto color di giacinto, con riflessi di fuoco e sfumature mobili come il mare, delle tuniche lunghe persiane, dal tessuto serrato, leggero, disseminato, sul fondo scarlatto, di grani d’oro lavorati a coppetta.

Tra la montagna di Prione e un’alta scarpata di falesia si scorgeva, sul bordo del Caistro, il grande tempio di Artemide. C’erano voluti centovent’anni per costruirlo. Dei lisci dipinti ornavano le sue camere interne, il cui soffitto era d’ebano e di cipresso. Le pesanti colonne che lo sostenevano erano ricoperte alla buona di minio. La sala dedicata alla dea era piccola e di forma ovale.

Al centro si stagliava un pietra nera, prodigiosa, di forma conica, lucida, dalle dorature lunari, che non era altro che Artemide. Anche l’altare triangolare era ricavato da una pietra nera. Altri tavoli, fatti di lastre nere, erano bucati da fori regolari per permettere al sangue delle vittime di scolare. Alle pareti pendevano delle ampie lame d’acciaio con inserti d’oro, che servivano a sgozzare, e il pavimento levigato era lastricato di bende sanguinanti. Sulla grande pietra scura spuntavano due mammelle dure e puntute.

Così era l’Artemide di Efeso. Il suo culto si perdeva nella notte delle tombe egizie, la si doveva adorare secondo i riti persiani. C’era anche un tesoro rinchiuso in una specie di anfratto dipinto di verde, la cui porta piramidale era tempestata di chiodi di rame. Là dentro, tra gli anelli, le grandi monete e i rubini, si trovava il manoscritto di Eraclito, che aveva annunciato il regno del fuoco. Il filosofo stesso l’aveva deposto alla base della piramide, proprio mentre veniva costruita.

La madre di Erostrato era una donna violenta e orgogliosa. Non sappiamo chi fosse il padre. Erostrato dichiarò più tardi di essere figlio del fuoco. Il suo corpo era marchiato, sotto il seno sinistro, da una cicatrice a forma di luna crescente che sembrò infiammarsi il giorno in cui lo torturarono. Coloro che assistettero alla sua nascita predissero che sarebbe stato votato ad Artemide.

Fu iroso, e restò vergine. Il suo viso era segnato da linee oscure e il colore della sua pelle era nerastro. Fin da quando era piccolo amava recarsi sotto l’alta falesia, vicino al tempio. Guardava passare le processioni. A causa della sua paternità ignota non poté divenire sacerdote della dea alla quale si credeva votato fin dalla nascita. Il collegio sacerdotale dovette vietargli più volte l’entrata al naos, dove lui sperava di poter scostare il tessuto prezioso e pesante che copriva Artemide. Li odiò per questo e giurò di violare il segreto.

Il nome di Erostrato gli sembrava incomparabile agli altri e si riteneva superiore a tutti. Anelava la gloria. All’inizio seguì i filosofi che insegnavano la dottrina di Eraclito: ma non ne conosceva per niente la parte segreta, visto che era rinchiusa nella piccola cella piramidale del tesoro di Artemide.

Erostrato poté solo ipotizzare l’opinione del maestro. Fu insensibile alle ricchezze che lo attorniavano. Il suo disgusto per l’amore delle cortigiane era estremo. Si credeva volesse riservare la propria verginità per la dea. Ma Artemide non ebbe pietà di lui. Parve pericoloso agli occhi del collegio degli anziani che sorvegliavano il tempio e il satrapo ordinò che venisse esiliato nei sobborghi. Visse sul fianco del monte Koresso, in una caverna scavata dagli antichi. Da lì spiava, durante la notte, le lampade sacre del tempio.

Qualcuno suppose che degli iniziati fossero arrivati dalla Persia per intrattenersi con lui. Ma è più probabile che il suo destino gli fu rivelato improvvisamente. In realtà, Erostrato aveva confessato sotto tortura di avere compreso immediatamente il senso delle parole di Eraclito, e perché il filosofo aveva insegnato che l’anima migliore è la più secca e la più infiammata. Sosteneva che in questo senso la sua era la più perfetta e lo aveva voluto proclamare.

Non aggiunse altre motivazione alla sua azione che la passione della gloria, insieme alla gioia di ascoltare gli altri che proferivano il suo nome. Disse che il suo regno sarebbe stato l’unico ad essere assoluto, visto che non si conosceva chi fosse suo padre e che Erostrato sarebbe stato incoronato da Erostrato, che era figlio della propria opera, e che la propria opera era l’essenza stessa del mondo: sarebbe stato re, filosofo e dio, unico tra tutti gli uomini.

Nel 356, durante la notte del 21 luglio, la luna non era ancora alta nel cielo. Il desiderio di Erostrato aveva raggiunto una forza inusitata: aveva deciso di violare il segreto della camera di Artemide. Quindi scese dalla montagna fino alla riva del Caistro, poi si arrampicò sui gradini del tempio. Le guardie dei sacerdoti dormivano sotto le torce sacre. Erostrato ne afferrò una ed entrò nel tempio.

Un forte odore d’olio di nardo si sparse nell’ambiente. Le lastre nere del pavimento erano sfavillanti. L’ovale della camera era separato dal tendaggio tessuto di filo d’oro e di porpora, che nascondeva la dea. Erostrato, ansimante di desiderio, lo strappò. La torcia illuminò il cono terrificante delle mammelle ritte. Le afferrò con due mani e abbracciò avidamente la pietra divina. Poi fece il giro e si accorse della piramide verde dove c’era il tesoro. Afferrò i chiodi di rame che sporgevano dalla piccola porta, e la dissigillò. Affondò le sue mani tra i gioielli vergini. Ma non prese altro che il rotolo di papiro sul quale Eraclito aveva scritto le sue parole. Alla luce flebile della torcia sacra lo lesse e conobbe tutto.

Subito dopo urlò: «Il fuoco, il fuoco!»

Afferrò il telo di Artemide e gli avvicinò la miccia accesa del panno inferiore. La stoffa bruciò, all’inizio lentamente; poi, a causa dei vapori dell’olio profumato di cui era impregnata, la fiamma montò, bluastra, verso la parete d’ebano. Il cono terrificante riflesse l’incendio.

Il fuoco avvampò verso i capitelli delle colonne, arrampicandosi lungo tutte le vòlte. Una a una, le placche d’oro votate alla possente Artemide caddero sulle lastre con un suono metallico. Poi la fontana infuocata esplose sul tetto e illuminò la falesia. Le tegole di rame caddero. Erostrato si alzò nel chiarore, urlando il suo nome nella notte.

Il tempio divenne una montagna rossa al centro delle tenebre. Le guardie afferrarono il criminale. Lo imbavagliarono perché cessasse di urlare il suo nome. Lo scagliarono nei sotterranei, legato, durante l’incendio.

Artaserse, immediatamente, ordinò che venisse torturato. Ma non volle ammettere altro che quel che è stato raccontato. Le dodici città delle Ionie vietarono, pena la morte, di perpetrare il nome di Erostrato alle generazioni future. È il mormorio della gente che l’ha fatto arrivare fino a noi. Quella notte, mentre Erostrato dava alle fiamme il tempio di Efeso, nacque Alessandro, re di Macedonia.

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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