Grandi imprese, tre capitani che abbandonano la nave

Grandi imprese, tre capitani che abbandonano la nave

Fiat chiude l’ardita operazione che dà vita al gruppo Fca e sposta la sede legale in Olanda; così peseranno di più i voti degli azionisti stabili, in testa la controllante Exor. La capogruppo Fca pagherà le tasse nel Regno Unito ma per valersi di quel favorevole regime, un vero paradiso fiscale nella Ue, dovrà traslocare a Londra. Non inganni il teatrino dell’inaugurazione dei nuovi uffici a Torino, resteranno lì solo informatica e contabilità, la “testa” sarà a Londra. Anche il titolo Fiat lascerà la Borsa italiana per quella di New York.

La famiglia Agnelli ha sempre guardato dall’alto in basso, quasi fosse un parente povero di cui si vergognava, l’Italia. Va ricordato che intanto magistratura e Consob trascurano le tracce di enormi fondi occultati all’estero dalla famiglia sabauda, scoperte dagli inquirenti mobilitati dalla squallida diatriba familiare fra Margherita Agnelli, la madre e i figli. Chi ha avuto ha avuto è il motto nazionale, ma quel miliardo, salvo prova contraria, non è della famiglia, ma della Fiat, che ne ha gran bisogno: ora Fca dovrebbe investire 50 miliardi in 5 anni. Servirebbero soldi freschi ma l’Ad Marchionne ha detto che, dato l’autofinanziamento previsto, non c’è bisogno di aumenti di capitale. È un modo per dire che quegli investimenti si faranno solo se arriveranno tutti gli utili previsti, o comparirà la Fata Turchina.

La Gtech, ex Lottomatica, già presente negli Usa, acquista l’americana Igt, con cui si fonde. La holding resterà controllata dal gruppo novarese De Agostini ma si sposterà a Londra e pagherà le tasse al Tesoro di Sua Maestà: a condizione che, come per Fca, si tratti di un trasloco reale, non di una casella postale sul Tamigi. E anche lei snobberà la nostra Borsa per andare a New York.

Normali arbitraggi fiscali, si dirà, non fanno così anche i grandi americani over the top, come Apple o Google? No, sono casi ben diversi, questi sono sì apolidi fiscali, che sfruttano tutti i dorati approdi per quasi azzerare le tasse, ma la “testa” di Apple resta a Cupertino, e quella di Google a Mountain View. Gli Usa perdono sì le tasse, ma non il quartier generale. Al contrario, Fiat e Gtech (sub-holding che macina i tre quarti abbondanti del valore aggiunto del gruppo De Agostini) sposteranno sia la sede, sia le tasse, per l’Italia una doppia perdita.

Questo è il punto dolente, il numero dei grandi gruppi che qui operano e mantengono il centro nevralgico, già minimo, scende ancora. Se un Paese di medio-piccole dimensioni, quale nel mondo di oggi siamo, non ospita il quartier generale di molte grandi imprese, soffrirà danni seri; l’emorragia va fermata. I gruppi non finanziari operanti in Italia che han conseguito un valore aggiunto superiore al miliardo sono scesi nel 2012 a 26, da 28 che erano nel 2011; solo 14, per il 43 per cento del valore aggiunto del lotto, sono gruppi privati con la testa in Italia. Gli altri sono a controllo pubblico, o hanno all’estero la testa pensante.

Rispetto a quei dati, basati sulle statistiche di R&S (società/ufficio studi di Mediobanca), il panorama è peggiorato; per le operazioni Fca e Gtech, nonché per l’entrata dei russi di Rosneft in Pirelli. Questi sono sì in posizione ancora paritaria con Marco Tronchetti Provera e i suoi alleati finanziari, ma la disparità di forze rende l’esito scontato. La pattuglia italiana ha di fronte una ricchissima società petrolifera russa controllata dallo Stato; gli Usa hanno incluso il suo capo, Igor Sechin, fra gli oligarchi putiniani sotto sanzioni per l’invasione russa della Crimea. Fra qualche anno il controllo anche formale del gruppo passerà a Rosneft, il cui solo problema pare oggi dove investire un’enorme liquidità. Ove si scontino questi mutamenti, l’incidenza, sul valore aggiunto totale del lotto, dei gruppi privati (scesi da 14 a 11) che han qui la testa scende dal 43 al 24 per cento!

Se il quartier generale è in Italia, qui restano le competenze produttive, di ricerca, commerciali, amministrative, organizzative, intorno a cui vivono società e professionisti, che assistono il gruppo nel quotidiano o nelle grandi operazioni di fusioni e acquisizioni. La perdita di queste competenze impoverisce il Paese.

Le imprese, certo, fanno i conti nel loro interesse, non spetta loro darsi carico dell’interesse generale, però… Domandiamoci perché niente del genere avviene nei grandi Paesi europei nostri concorrenti: provate ad immaginare che Siemens, Bayer o Sanofi osino solo pensare di valutare la possibilità di spostarsi a Londra. Dall’Eliseo o dalla Cancelleria un fulmine incenerirebbe il malcapitato. E davanti alle prime operazioni simili, di tax inversion, da parte di gruppi Usa il presidente Obama ha detto: «Non so se è legale, ma è sbagliato!». La sua amministrazione prepara contromisure.

Sta venendo di moda, fra i grandi gruppi, fare come quei mariti che, avendo sfruttato la moglie per far nascere ed allevare i figli, la mollano infine per una compagna con una “carrozzeria” di modello più recente. A parte i benefici pubblici di cui ha fruito, Fiat deve tanto al Paese che lascia con alterigia; lo stesso vale per De Agostini, che per le operazioni con imprese pubbliche ha mutato pelle ed è tanto cresciuto. Pirelli ha rifiutato di venire a patti con i liguri Malacalza, ma convive con chi (l’ha stabilito la corte arbitrale all’Aia) si gode i frutti della spoliazione della Yukos da parte di Putin. Scopriranno tutti che il mondo disprezza chi, vergognandosi del proprio Paese, si vergogna di sé; non è lì come tante nuove compagne ad aspettarli trepido.

È un classico problema di azione collettiva, dove quel che conviene (forse) al singolo nuoce di sicuro a tutti. L’Italia deve reagire, può farlo un governo che vuol “cambiare verso”; è un bel banco di prova delle sue ambizioni. Mettendo anche mano, magari, ad una revisione del regime fiscale, che però sia seria e organica; va ridotto il peso delle tasse, ormai eccessivo per chi non le evade né usa buchi normativi. Sarebbe una vera riforma di struttura, da valutare preventivamente con le istituzioni Ue per il (probabile) caso che, visto anche lo stallo sulla revisione della spesa, essa aprisse buchi di bilancio.

È futile prendersela con i topi che, convinti che la nave sia in difficoltà, l’abbandonano, ma se a fuggire sono gli ufficiali, gli usi di mare prevedono la degradazione. Speriamo che almeno i fuggiaschi abbiano la decenza di risparmiarci i loro pensosi e accigliati sermoni su come salvare l’Italia.

Viene in aiuto, come spesso, il grande Altan, che ritrae un comandante sulla tolda della nave; alle sue spalle l’avverte un marinaio, scrutando l’orizzonte col binocolo. «Comandante, la nave va dritta sugli scogli». E lui, il timone ben saldo in mano: «Io d’altronde lo dico da tempi non sospetti».

*Alcuni contenuti di questo articolo sono apparsi sul Corriere della Sera del 2 agosto 2014