L’autunno caldo di Mario Draghi

L’autunno caldo di Mario Draghi

Super Mario adesso è meno super. Sì, persino lui. Nell’agosto di tre anni fa fece tremare Silvio Berlusconi con la lettera firmata insieme a Jean-Claude Trichet (Draghi era ancora governatore della Banca d’Italia ma già scelto per guidare la Bce). Nel 2012 (ancora ad agosto) salvò l’euro e l’Italia guidata da Mario Monti: la catastrofe sembrava certa, la grande speculazione aveva scommesso fior di miliardi, ma le parole e gli atti di Draghi cambiarono il vento che spirava sull’Eurolandia. Adesso (sempre agosto, mese crudele, altro che l’aprile di T.S. Eliot!) è tornato a bacchettare, incitare, censurare i paesi che non hanno realizzato le riforme strutturali necessarie a uscire dalla lunga stagnazione nella quale l’eurozona è intrappolata. Tuttavia, questa volta le sue parole vengono accolte con scetticismo, con sufficienza, se non con aperta ostilità. Come mai? Cosa è successo? Draghi non incanta più? La risposta è nella forma e nei contenuti del suo intervento, negli errori della Bce e nei retropensieri sul futuro politico dello stesso Draghi. I lettori vorrebbero cominciare dalla fine, ma forse è meglio arrivarci per gradi.

Matteo Renzi ha preso male la reprimenda dell’”amico Draghi”, come fosse la doccia gelata che spegne gli ultimi entusiasmi. Del resto, i dati Istat sul prodotto lordo raccontano una storia amara di false partenze e delusioni. L’Italia è ferma poco sotto quota zero. Le riforme economiche più sensibili come quella del mercato del lavoro richiesta dalla Bce già nel 2011, sono rinviate all’autunno. Inevitabile che la Ue suoni un campanello d’allarme. Tuttavia, il capo del governo italiano non ha nascosto la propria irritazione: «Oggi non è l’Europa che deve dire a noi cosa fare», ha dichiarato a La Stampa — un concetto sibillino ribadito dal premier nell’intervista di oggi al Financial Times, il cui senso è «decido io, non la Bce».

Non pochi la pensano come lui. Secondo alcuni Draghi adesso esagera, non è questo il suo mandato, la Bce non deve far politica, le lettere inviate a Italia e Spagna tre anni fa sono state una grave violazione (opinione espressa anche da un iper-europeista come Mario Monti) oltre che un errore e non possono diventare un precedente. Altri sostengono che fa parte della moral suasion, strumento importante nell’arte del banchiere centrale, anche se il presidente della Fed che pure è ben più attivo rispetto al suo collega europeo non si permette di criticare il governatore della California quando fa bancarotta. Piuttosto cerca di capire come ciò influisce sulla politica monetaria ed economica degli Stati Uniti.

E’ un dibattito importante, ma resta a livello giuridico-istituzionale. Sul piano dei contenuti bisogna chiedersi se la diagnosi di Draghi è corretta, se la medicina somministrata funziona, se la Bce ha fatto tutto il suo dovere per evitare la stagnazione.

L’analisi sull’eurozona ruota attorno a un punto chiave: la perdita di competitività rispetto ai grandi concorrenti, gli Usa e il Far East. Alcuni paesi come la Germania hanno fatto molto per adattarsi alle nuove regole del grande gioco, altri poco o nulla perché bloccati dai poteri corporativi (l’Italia), o illusi dal loro eccezionalismo (la Francia). Cosi l’Eurolandia ha aumentato i divari interni tanto che l’Italia terza economia e seconda manifatturiera, s’è trasformata in un grave pericolo: il rischio mai fugato di un default porterebbe tutti a fondo. Di qui l’urgenza di accelerare le riforme che possono rendere il paese più competitivo.

Il cambiamento, dunque, va fatto soprattutto dal lato dell’offerta; con un bilancio pubblico in ordine, si avrà meno spiazzamento del risparmio e più risorse per gli investimenti; con maggiore flessibilità nelle assunzioni e nei licenziamenti aumenterebbe anche la produttività. E’ un paradigma condiviso dai più, ma parziale perché Italia soffre ormai da almeno tre anni anche di una carenza della domanda interna. La colpa è dell’impressionante successione di stangate messe in opera dai governi Berlusconi-Monti-Letta, soprattutto aumentando la pressione fiscale.  Lo ha detto Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia e lo ha ripetuto più volte Draghi.  Anche Renzi pare avviato su questa strada perché al bonus di 80 euro si accompagna un aumento delle imposte sui risparmi e di quelle locali, tanto che la pressione fiscale non diminuisce. La Bce, dunque, ha sbagliato nel mettere in secondo piano l’effetto boomerang del crollo dei consumi interni.

Draghi sostiene che oggi stanno molto meglio i paesi che hanno ingoiato completamente l’amara medicina della Bce. La Spagna, infatti, cresce a un ritmo superiore all’un per cento, anche se non riuscirà a recuperare molto presto il collasso degli ultimi sette anni. Resta un mistero, d’altra parte, come faccia a svilupparsi un paese con il 26% di disoccupati, anche tenendo conto del mercato nero (dovrebbe essere ben superiore a quello italiano), e di un assistenzialismo anch’esso molto alto ed esteso. Sui punti oscuri della ripresa spagnola, Draghi dovrebbe soffermarsi di più, perché non si può certo portare ad esempio un paese dove un quarto della popolazione attiva non trova lavoro. Quanto al Portogallo, già sottoposto alla terapia della trojka, il caso del Banco Espìrito Santo dimostra quanto sia lontano da un vero risanamento.

Dal lato opposto, la Germania ha usufruito di alcuni fattori anomali che hanno spiazzato gli altri partner: per esempio essere considerata paese rifugio per i capitali soprattutto dal 2010 quando scoppia la crisi greca; un mercantilismo ai limiti del dumping che ha gonfiato l’export e la bilancia estera, superando la soglia indicata dalla stessa Ue (6% pil); una compressione della domanda interna durata oltre il necessario; il mancato risanamento delle banche a cominciare dalla più grande, la Deutsche Bank nel mirino delle autorità americane che hanno adottato dopo la crisi controlli più stringenti rispetto a quelli europei.

Anche di questo qualche volta Draghi dovrebbe parlare in modo chiaro. Se lo facesse i tedeschi griderebbero alla lesa maestà. Per loro ci sono figli e figliastri, ma per la istituzione Bce? Voler semplificare la politica economica riducendola a una formula uguale per tutti non serve, non ha valore euristico e diventa controproducente. Quanto alla moral suasion, va esercitata con tutti, anche con i forti.

Ma oggi Draghi è meno ascoltato soprattutto perché la Bce non ha fatto quello che era nelle sue possibilità all’interno del proprio mandato. Il suo compito primario è garantire la stabilità monetaria, ma un riflesso condizionato e la sindrome di Weimar che obnubila la mente della Bundesbank, lo ha interpretato come lotta all’inflazione. Il target del 2% era stabilito dando per scontato che i prezzi interni dovevano scendere verso quella soglia non salire. Ora, questi numeretti (2, 3, 60%) non sono dogmi né leggi della scienza economica. Quel che conta davvero è come si muovono la domanda e l’offerta. Quando il prezzo, l’indicatore fondamentale del mercato, scende o sale in continuazione, vuol dire che c’è qualcosa che non funziona.

Fior di economisti inglesi e americani si chiedono come sia possibile non capire che il mondo attuale, prima e ancor più dopo la grande recessione, è deflazionistico. I prezzi sono spinti in giù dalle innovazioni tecnologiche, dalla concorrenza dei paesi asiatici, dal ribasso dei salari, dalle materie prime, compresa l’energia dopo la rivoluzione americana dello shale gas. Insomma, solo fattori temporanei possono far salire i prezzi compressi dalle componenti strutturali di lungo periodo.

E in questo ambiente del tutto nuovo la Bce mantiene a lungo i tassi di interessi più alti rispetto agli Usa, un cambio irrealistico del 33% superiore al dollaro, una politica monetaria prudente? I sacerdoti dell’euro sono stati accecati dai fantasmi tedeschi? Se non è un clamoroso errore… Draghi lo ha implicitamente riconosciuto da mesi, speriamo che non sia troppo tardi. Certo, il salvatore dell’euro oggi si trova a far fronte a un inatteso flop della politica monetaria. Ecco perché ai suoi moniti si sente rispondere medice cura te ipsum.

Anche la richiesta di ridurre la sovranità economica perde forza. Ridurla per che cosa, per trovarsi intrappolati nella stag-deflazione? Draghi vorrebbe che al fiscal compact venisse accoppiato un reform compact, un accordo vincolante per realizzare le riforme strutturali. Ciò spinge molto, forse troppo in là il mandato non solo della Bce ma della Ue i cui trattati non conferiscono alcun potere diretto sulle politiche economiche nazionali. Un patto del genere, inoltre, potrebbe funzionare solo se ci fosse vera reciprocità. Per esempio se i paesi in attivo fossero d’accordo a reflazionare, cioè aumentare la loro domanda interna per sostenere la domanda estera dei paesi in deficit. Finora, la Germania, che si trova in queste condizioni, lo ha rifiutato nonostante i pressanti inviti rivolti dagli Usa, dal Fmi, dal G20.

A questo punto, Draghi deve lanciare una chiara politica anti-deflazionistica. Da alcuni mesi dice che lo farà ma finora sono stati solo annunci. Se perde questa battaglia, il capolavoro di due anni fa non conterà più nulla.

Ciò apre nuovi interrogativi anche sul futuro di una personalità di primo piano (una eccellenza italiana, come si dice) che ha goduto di un enorme potere in Italia come direttore generale del Tesoro e guida della politica di smantellamento dello stato imprenditore negli anni ’90 e dal 2006 al 2011 come governatore della Banca d’Italia. In Europa ha svolto in Europa, con astuzia e con coraggio, una funzione importante, sfidando in molti casi l’ortodossia e sfidando anche l’opposizione della Bundesbank cosa che nessuno dei suoi predecessori aveva osato.

L’abilità manovriera e l’autorevolezza non sono in discussione. Molti in Italia lo hanno accreditato come prossimo presidente della Repubblica. Ma chi lo voterebbe in questo Parlamento? Ancor meno nel prossimo. Può diventare un’ ultima risorsa se fallisce anche Renzi. C’è chi lo dice già, ma i super commissari non sono molto popolari. E gli italiani in quel caso vorrebbero votare, nel bene e nel male.

Intanto diversi segnali mostrano che cresce la fronda interna all’Eurotower. Per più di un anno la Bundesbank è stata all’opposizione. Ora anche i tedeschi cominciano a preoccuparsi e incitano il governo e gli industriali ad aumentare i salari, i consumi e i prezzi. Un po’ d’inflazione fa bene. Meglio tardi che mai. La Buba ha votato a favore quando Draghi ha proposto di mantenere i tassi piatti per lungo tempo e ha introdotto l’idea di comprare titoli privati. Secondo David Marsh, eurologo della prim’ora, Jens Weidmann il banchiere centrale tedesco, morde il freno e non nasconde di voler diventare presidente della Bce. Solo lui, con tutti i crismi dell’ortodossia, potrebbe far digerire una svolta eterodossa. La scadenza del mandato, però, è troppo lontana (il 2019). Dunque, qualcun altro è interessato ad alimentare le chiacchiere sul futuro politico di Draghi in Italia o in Europa. Magari non c’è nulla di vero né di urgente, ma l’importante è che se ne parli, qualcosa potrà sempre accadere.

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