Portineria MilanoMose, la difesa di Milanese: «Indagate su Tremonti»

Mose, la difesa di Milanese: «Indagate su Tremonti»

«Non vi è dubbio che vi sarebbero sufficienti elementi per iscrivere il ministro (Giulio Tremonti ndr) nel registro degli indagati». È questo uno dei passaggi salienti delle 70 pagine di memoria difensiva depositata dagli avvocati di Marco Milanese, Bruno Larosa e Antonio Spagnuolo, durante l’udienza  al tribunale del riesame di Milano contro la misura di custodia cautelare. L’ex consigliere politico di Tremonti, in carcere per corruzione dal 4 luglio scorso – accusato di aver ricevuto dal presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati la somma di 500mila euro (poi nascosti dietro a un armadio ndr) per sbloccare i 400 milioni di finanziamenti per il Mose – si difende. E mette nero su bianco tutte le contraddizioni delle indagini svolte dai magistrati veneziani, incrociando interrogatori e intercettazioni dell’inchiesta, citando Claudia Minutillo, segretaria di Giancarlo Galan o gli stessi Piergiorgio Baita e Mazzacurati, ma riportando anche i dettagli di alcune dichiarazioni di Vincenzo Fortunato, ex capo di Gabinetto del dicastero di via XX settembre, ai pm di Napoli che indagarono per primi anni fa proprio su MIlanese.

In sostanza i legali dell’ex comandante della Guardia di Finanza sostengono che il loro assistito non avrebbe potuto interferire sui fondi del Cipe «neanche facendo pressioni o opera di convincimento, mancandogli anche di ogni potere discrezionale, su dinamiche amministrative tanto complesse da richiedere non solo specifiche competenze tecniche, ma soprattutto l’accordo politico tra i componenti della maggioranza di Governo, tra gli stessi Ministri, i rispettivi Capi Gabinetto e quelli degli uffici legislativi». Che in sostanza, quei 400 milioni di euro destinati al Consorzio Venezia Nuova per le dighe in laguna, erano semmai di competenza dell’ex ministro Tremonti e dell’allora sottosegretario alla presidenza del consiglio Gianni Letta. E per consolidare questa posizione citano il verbale della Minutillo dove è lei stessa a spiegare ai magistrati di aver saputo che Mazzacurati, «una volta avuto i soldi dal Baita, avesse pagato “credo” Gianni Letta, una volta Tremonti e una volta Matteoli».

Per questo motivo i legali si domandano: «Se l’accordo era stato fatto con Tremonti bisognava consegnare i soldi al Milanese? Il quale era si il suo consigliere politico, ma certamente non si sarebbe prestato a prendere soldi per il ministro. La risposta a questo quesito è l’unica plausibile (se mai quell’incontro e quella richiesta da parte di Tremonti ci furono!): che fu lo stesso Tremonti a chiedere a Mazzacurati di non riferire ai soci del Consorzio – coloro che sborsavano il denaro – che i soldi erano destinati a lui e di usare una forma meno diretta: li consegno a Milanese». A questo punto «viene naturale una considerazione» si legge «Ma di questo fatto, in relazione ai probabili sviluppi investigativi, non è competente per le indagini preliminari il c. d. Tribunale dei Ministri? Non vi è dubbio che vi sarebbero sufficienti elementi per iscrivere il Ministro nel registro degli indagati (per poi magari archiviarne la sua posizione perché è infondata la notitia criminis) e, così facendo, si finisce per rendere competente un altro organo inquirente che non la Procura della Repubblica».

«I soldi non sono stati nascosti dietro un armadio»

Gli avvocati hanno chiesto di annullare l’ordinanza di custodia cautelare in carcere anche a causa delle condizioni di salute dell’ex parlamentare e ai «probabili rischi per la salute e per la vita stessa del Milanese» dovuti alla detenzione. Rispetto ai 500 mila euro che Milanese avrebbe incassato come tangente per sbloccare i fondi a favore del Mose gli avvocati danno un’altra versione e forniscono prove “materiali” sul fatto che sia stato impossibile nasconderli dietro un armadio per non farli trovare alla Guardia di Finanza. Scrivono i legali Larosa e Spagnulo: «Intanto, la circostanza è in se stessa inverosimile, tanto nella immaginazione che se ne può avere, quanto nella ricostruzione fatta dai Giudici sulla base delle dichiarazioni degli indagati. Ciò in primo luogo perché il fatto è noto per averlo dichiarato Mazzacurati ai vari soci del Consorzio, poi perché è inverosimile che un importo così rilevante venga lasciato incustodito per la notte nella scrivania di un dirigente; poi ancora perché l’intervento della Gdf rende impossibile sottrarre documenti o buste, proprio negli uffici dei dirigenti della società controllata (e qui la Gdf operava a seguito di delega della Procura)». 

Non solo. Gli avvocati hanno portato in aula una risma di fogli per far comprendere la possibile ampiezza delle banconote: «Tra l’altro è improbabile che delle banconote per 500 mila euro, possano essere collocate dietro ad un armadio, poiché ciò necessita di un sufficiente spessore tra la parete e l’armadio stesso che la G. di F. avrebbe sicuramente individuato. D’altronde sia il Baita che la Minutillo per raccontare la vicenda narrata loro usano espressioni sintomatiche: rispettivamente “leggenda” e “nota di colore”». Non solo secondo i legali è lo stesso Pio Salvioli, ex tessera del Pci, considerato il collettore dei finanziamenti, a smentirlo in un interrogatorio del 30 luglio 2013, spiegando che i soldi andavano sempre a Luciano Neri, uno dei presunti faccendieri di Mazzacurati.

«Ero solo un consigliere politico» 

Secondo gli avvocati di Milanese: «la circostanza della sua assenza di funzioni è confermata dalle dichiarazioni di Fortunato Vincenzo (Capo Gabinetto del Ministro dell’Economia dal 2008), il quale sentito sul punto nell’ambito del procedimento penale pendente a Napoli, attualmente in fase di giudizio e richiamato nell’ordinanza cautelare), in data 11.1.11, riferisce:  “L’incarico di consigliere politico non è disciplinato normativamente nei suoi contenuti operativi. Le sue specifiche funzioni sono di raccordo con i parlamentari nel seguire i lavori legislativi, presentazione degli emendamenti ed in genere tutto ciò che attiene l’attività parlamentare: Non è richiesto lo status di parlamentare per svolgere il detto incarico, anche se questo non è precluso».

Domanda: Aldilà delle suddette attività, Milanese si è di fatto occupato anche di altre attività a lui delegate dal Ministro, formalmente o meno?
Risposta di Fortunato: Sì va detto, in primo luogo, che Milanese si occupa dell’attività politica del Ministro in senso ampio ed in particolare cura i rapporti del ministro con il partito di comune appartenenza nelle riunioni degli organismi dove è prevista la sua presenza. In secondo luogo Milanese ha seguito, in collaborazione con gli uffici stampa, anche gli aspetti politici della comunicazione esterna …”. 

La domanda è in sostanza questa, a detta dei legali: «Per cui il Mazzacurati, con quella presunta “mazzetta” di 500 mila euro, dal Milanese cosa si sarebbe comprato Il risultato?  La sua discrezionalità?  In concreto quale sarebbe stato il servizio reso dal Milanese al privato? Perché solo se lo si individua, non essendo questa un’attività che può restare ignota – seppur ricondotta ad un determinato genus – si può validamente sostenere che nel caso di specie si sono asserviti quei “doveri istituzionali, espressi in norme di qualsiasi livello, compresi quelli di correttezza ed imparzialità». Il tribunale del riesame si è riservato di decidere entro il 7 agosto, giovedì prossimo. 

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