Siamo pronti a smaltire le armi chimiche (le nostre)

Siamo pronti a smaltire le armi chimiche (le nostre)

Le autorità italiane sono pronte a smaltire le armi chimiche presenti sul nostro territorio. Non si tratta degli ordigni bellici provenienti dalla Siria di Assad, né di quelli che avrebbero giustificato l’intervento militare in Iraq di alcuni anni fa. Sono armi italiane, fabbricate dalle nostre industrie belliche almeno settant’anni fa. Residui della seconda guerra mondiale ancora presenti dentro i confini nazionali. Lo confermano alcune interrogazioni parlamentari recentemente depositate alla Camera dei deputati. 

L’impegno italiano volto a distruggere i nostri ordigni risale al 1997. L‘anno di ratifica della Convenzione di Parigi sulla proibizione delle armi chimiche. Come spiega la deputata del Pd Marietta Tidei in un’interrogazione presentata a Montecitorio lo scorso giugno, secondo il trattato internazionale «tali armi avrebbero dovuto essere distrutte nel rispetto di una particolare procedura entro il 31 dicembre 2012. Tuttavia all’Italia è stata concessa una deroga temporale, per il prosieguo dell’attività di distruzione delle suddette armi, senza la prescrizione di una data stabilita, né a breve né a medio termine». Bisogna fare in fretta, insomma. Ma senza particolari limiti temporali. Peraltro l’Organizzazione per la proibizione della armi chimiche (OPAC) avrebbe già riconosciuto al nostro Paese – così scrive la parlamentare dem – un contributo pari a 3.347.667 euro per la distruzione delle armi. 

E così l’Italia si prepara a distruggere i nostri vecchi ordigni chimici. Per procedere alle operazioni è stato deciso di acquisire e installare un «ossidatore termico». Lo ha confermato lo scorso marzo il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano, rispondendo a un’altra interrogazione nella IV commissione della Camera. L’impianto sarà installato a Civitavecchia. Sostituirà completamente gli altri dispositivi ancora utilizzati, progettati negli anni Ottanta e Novanta e non più «tecnologicamente all’avanguardia». E sarà simile a tre esemplari già in funzione in Germania, Giappone e Stati Uniti. Non si tratta di un inceneritore, «in quanto i proietti  – così spiega il ministero della Difesa – detonano per effetto del calore generato elettricamente fino a temperature di circa 500 gradi centigradi all’interno di apposite camere e gli aggressivi sono decomposti per azione del calore stesso (ossidazione termica) e non di una fiamma libera alimentata da carburante esterno, come avviene, invece, negli inceneritori a temperature di oltre 1.000 gradi centigradi». 

Intanto qualche timore resta. Lo scorso settembre la deputata del Movimento cinque stelle Marta Grande aveva già interrogato l’esecutivo, chiedendo spiegazioni sui potenziali rischi per la cittadinanza. Anche considerato che «Civitavecchia, sulla base di studi scientifici dettagliati, risulta essere, in Italia, tra le città in assoluto più colpite da problemi ambientali». Un fenomeno inquietante. Tanto che già nel febbraio 2012 – così denuncia la deputata a Cinque Stelle – una valutazione del dipartimento di epidemiologia del servizio sanitario regionale aveva dimostrato «chiaramente quanto i territori interessati registrino un esteso di rischio di tumori maligni sia per la popolazione maschile che femminile soprattutto nel comune di Civitavecchia (…) e per ambo i sessi si osserva un allarmante aumento di mortalità per infezioni acute alle vie respiratorie».

Il ministero rassicura. «L’utilizzo di un ossidatore termico risulta preferibile ad altri sistemi per la demilitarizzazione di munizionamento a caricamento speciale».  E in particolare per quel munizionamento contenente iprite e miscele derivate. Con questo impianto sarà più facile – sempre stando alla spiegazione di Gioacchino Alfano – la riduzione dell’impatto ambientale. «Le emissioni in atmosfera saranno ampiamente contenute entro i limiti imposti dalla vigente normativa e i relativi valori saranno costantemente monitorati in tempo reale da una centrale remotizzata (a distanza)». Ma sarà anche più semplice smaltire «gli altri aggressivi chimici non eliminabili con la tecnologia in uso presso l’attuale impianto di demilitarizzazione del Centro tecnico logistico interforze Nucleare Batteriologico Chimico (NBC) di Civitavecchia». In particolare, spiega ancora il sottosegretario, «gli effluenti in uscita dalla camera di ossidazione termica saranno convogliati in un sistema completo per il trattamento dei gas, i cui componenti (filtri anti particolato, torri di abbattimento, filtri per ossidi di azoto, filtri a carbone attivo), assicureranno l’abbattimento di tutte le sostanze inquinanti». 

Peraltro, come ha chiarito lo scorso aprile il ministro della Difesa Roberta Pinotti rispondendo a un’interrogazione, «il Consiglio esecutivo dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (Opac) considera la distruzione di tutte le armi chimiche in possesso dell’Italia obiettivo imprescindibile e monitora regolarmente i progressi conseguiti nel settore attraverso ispezioni e richieste di aggiornamenti». Insomma, ripensare il nostro impegno non è realistico. «Qualora non si procedesse all’acquisizione e, di conseguenza, non si potesse procedere alla distruzione di tutte le armi chimiche ancora stoccate, l’Italia risulterebbe non ottemperante ad una convenzione internazionale alla quale ha deliberatamente aderito». 

Ma di quali e quanti armi chimiche si tratta? L’interrogazione presentata dalla democrat Tidei chiede chiarezza al governo sulla percentuali di ordigni già distrutti e, in particolare, sulla tipologia delle armi che ancora devono essere smaltite. Per farsi un’idea può aiutare la lettura di uno specifico studio di Legambiente del 2012. Nell’indagine l’associazione ambientalista evidenziava la presenza di armi chimiche risalenti alla seconda guerra mondiale in diverse aree del paese. Dai circa 30mila ordigni ancora presenti sui fondali delle coste pugliesi – 10mila solo nel porto di Molfetta e di fronte alla barese Torre Gavetone – alle oltre 4500 bombe all’iprite e 84 tonnellate di testate all’arsenico gettate in mare nel 1944 davanti alle coste marchigiane. Ma anche 13mila proiettili e 438 barili «contenenti pericolose sostanze tossiche inabissati nel meraviglioso golfo di Napoli». E un’imprecisata serie di ordigni e scarti della produzione chimica attorno alla Capitale.

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