Tutti i democratici che non sono Hillary

Tutti i democratici che non sono Hillary

Hillary condanna, Hillary appoggia, Hillary prende le distanze. Hillary sembra l’unica a parlare, fa la parte dell’opposizione e quella del sostegno. Hillary ha rinunciato a fare il segretario di Stato e allora deve avere le palle per fare il Presidente. Hillary sa di cosa c’è bisogno, Hillary non sa proprio niente. Hillary sta con l’amministrazione, Hillary disprezza la politica estera , Hillary è confusa ma con le idee piuttosto chiare. Hillary, Hillary, Hillary. E tutti gli altri?

La questione Hillary

Tanto per cominciare, non ci sono afroamericani. E questo già la dice lunga su quella che poteva essere la breccia nella storia dei Presidenti Usa. Poi, mancano ancora due anni all’elezione. E questo la dice lunga su quanto in realtà, con la sua esasperante cautela, Hillary si stia portando avanti. La terza faccenda, nel parare dei candidati democratici alle elezioni del 2016 che non sono Hillary Clinton, è che in effetti il parterre comprende tutto e niente.

La necessità di fare chiarezza c’è, un po’ perché l’amministrazione Obama sembra — come da tradizione — arrivata agli sgoccioli a poco più di due anni dalla fine del mandato, un po’ perché con i tira e molla di Hillary sembra che le cose debbano cambiare da un momento all’altro e che lei sia l’unico nome in lizza. Non ha ancora annunciato la propria candidatura, vale la pena di ricordalo, e non sembra che abbia intenzione di farlo a breve, anche se, da come ci ha abituati ultimamente, tutto può succedere. Intorno a lei, poi, resi innocui dalla onnipresenza dell’ex first-lady scolpita nel marmo, ci sono altri nomi abbastanza ridondanti, che echeggiano per i corridoi de potere già da parecchie amministrazioni e che, una volta usciti dal campo delle speculazioni e entrati in vista delle primarie, potrebbero in effetti cambiare le carte in tavola. Hillary per ora è la voce di contraltare alla presidenza in carica, quella che congela il campo, scriveva il Wall Street Journal, ma qualcosa d’altro si sta muovendo. Lentamente, in silenzio e senza troppa convinzione.

La stampa americana è la prima a non avere idea di cosa succederà e a domandarsi quale sarà il futuro del Partito democratico e di conseguenza — dando per scontato che i repubblicani non siano della partita — quello del Paese. L’opinione condivisa è che sì, i democratici papabili sono parecchi, ma finché qualcuno non si decide a fare un passo avanti — leggi a metterci dei soldi, a organizzare degli eventi, a dare un segno concreto della propria discesa in campo — c’è poco da fare, bisogna accontentarsi di un’opposizione interna di strana discendenza. In più c’è da dire che i nomi che girano non sono esattamente freschi come fiori di campo, ma somigliano piuttosto a elefantiaci covoni di grano rimestati per parecchie stagioni. Quasi del tutto inutili e un po’ maleodoranti.

La questione dei tre candidati ufficiali

Togliamo subito dal mazzo due candidati perenni , vale a dire quei figuri che generalmente si aggirano per i poll dei grossi eventi elettorali senza mai superare la soglia di candidatura. Ma che, in qualche modo, sono sempre lì, in attesa del loro momento buono. Non hanno una speranza di vincere, sia chiaro, ma per ora sono gli unici ufficialmente in lizza e quindi i porti sicuri di una bagarre su cui si sta speculando già con largo anticipo. In preda alla frenesia che Obama si levi di torno, verrebbe da pensare.

Jeff Boss: un cospirazionista della prima ora, candidato Presidente da indipendente nel 2008 e nel 2012, nel 2013 aspirava a diventare governatore del New Jersey, ma è stato tagliato fuori in un primo momento, quando i democratici hanno rinunciato alle quote indipendenti. Allora è tornato alla carica con un gruppo chiama Nsa did 911, inutile dire che lo 0,1 per cento dei voti gli è spettato di diritto. Ha annunciato la sua candidaturra per il 2016 nel 2012.

Vermin Supreme: artista anarchico, dal 1988 ha corso come sindaco di Baltimora e tre volte come Presidente, aggiudicandosi sempre poco più di un centinaio di voti alle primarie. Ha annunciato la sua candidatura nel maggio 2014.

Poi c’è un candidato confermato di cui si sa poco, una specie di outsider che inizialmente avrebbe dovuto presentarsi da indipendente ma che poi è rientrato tra le fila dei democrat, probabilmente dopo aver saggiato un terreno ostile alla spontaneità. Si chiama Robby Welles, è un ex allenatore di football alla Savannah State University e nel 2012 si era candidato con il Constituition Party.

Tutti gli altri (che non sono Hillary Clinton)

La strategia dei potenziali candidati che non rispondono al nome Clinton, non è ancora propriamente una strategia. È sostanzialmente un sussurrio sommesso che ogni tanto sale in formale dissenso verso le posizioni — alternativamente troppo rigide o troppo morbide — dell’ex segretario di Stato nei confronti dell’amministrazione. C’è chi la butta sul liberal : dare spazio a una politica di accoglienza, fermare i rimpatri — tantissimi con Obama — aprire le frontiere, esagerare con l’umanità ostentata. C’è chi la mette sul conservativo: favorire le esportazioni, troncare le importazioni a colpi di accetta, inasprire la politica di controllo delle frontiere. C’è chi dice tutto e il contrario di tutto e chi conta solo sul proprio nome e sulla propria carica. C’è chi è veep ma non riesce a ottenere un endorsement concreto — «credo che Joe sarebbe un ottimo presidente. Conosce il mestiere» ha detto Obama di Biden, e basta, finita lì — e chi segretario lo è stato e ha dovuto mollare il colpo per essere preso sul serio. C’è chi aspetta, con pazienza.

Joe Biden: è il Vice presidente in carica, contemporaneamente il lato rassicurante di un’amministrazione allo sbaraglio e una macchina da gaffe, a seconda della prospettiva dalla quale lo si vuole guardare. È in posizione privilegiata perché generalmente è quello che succede: il veep viene dopo il Presidente in carica a meno che non cambi lo schieramento di governo. Che poi sia più vero il contrario è un’altra faccenda, le tradizioni non si toccano. Obama fa fatica ad esporsi, ma lo ha definito «un ottimo candidato» e si è più volte detto «soddisfatto del suo operato». Certo, probabilmente ragionava in contrapposizione a chi lo ha abbandonato lungo il tragitto, ma di questo si è già scritto. Il problema qui è che, quando l’opinione pubblica ti ha individuato come la parte divertente di una cosa altrimenti tragica, fai fatica a essere preso sul serio.

Andrew Cuomo: esco un momento dal personaggio. Cuomo mi piace. Rientro: è il governatore dello Stato di New York dal 2011, un personaggio rotondo e definito, a sentirlo parlare sembra che abbia sempre la soluzione in tasca. È quello che ha promosso e autorizzato i matrimoni parificati, per intenderci, uno che sa il fatto suo e che non la manda a dire. Non per niente è in rotta con le basi del partito da un po’ di tempo a questa parte, e c’è chi non esita ad additarlo come responsabile di tutti i guai finanziari dell’ultimo decennio. È vero, ha uno spirito conservatore, ma che volete dirgli? È un uomo tutto d’un pezzo.

Martin O’Malley: ex sindaco di Baltimora e attuale governatore del Maryland. È l’assenza di carisma fatta a persona, si trova tra i papabili candidati apparentemente perché a un certo punto gli è scappata un’indiscrezione davanti a qualche giornalista e da quel momento lo hanno dato in corsa. Non può ritirarsi e l’impressione è che non abbia alcuna voglia di proseguire. Liberale? Forse, con un pizzico di non detti.

Bernie Sanders: senatore indipendente del Vermont. «Sono pronto a candidarmi. Non credo di essere l’unico nel Paese a poter combattere questa battaglia, ma certamente sono agguerrito» ha detto lo scorso marzo. Sanders si definisce un socialista, che è più di quanto si possa dire di qualsiasi democratico con un piede dentro e un piede fuori dall’ideologia. Per lo meno è orientato e, come dicono gli americani, ha il cuore al posto giusto. Da lì ad avere un piano la strada è lunga e storicamente bisogna essere di sinistra senza dichiararsi di sinistra, per essere presi sul serio.

Brian Schweitzer: ex governatore del Montana. Continua a dire che sarebbe un Presidente migliore di Hillary Clinton , il che lo piazza senza ombra di dubbio nella rosa dei papabili. Ma, come da ottime tradizioni, è anche noto per essere auto-contraddittorio. Dentro e fuori dalle candidature come senatore, non ha mai ottenuto un grande consenso.

Abbassare l’asticella di due tacche

Detti quelli che hanno qualche seria probabilità di trovarsi in corsa, c’è poi una sfilza di nomi che affiorano dalla superficie del marasma delle candidature, per aver parlato a voce troppo alta, per essersi esposti al fuoco della stampa o semplicemente perché è logico che prima o poi un passo verso la candidatura la facciano.

I grandi vecchi: come Jerry Brown, governatore della California, noto per il suo presenzialismo politico, anche se in realtà nessuno crede davvero alla sua candidatura. Neanche lui stesso. L’opinione è che la carriera politica di Brown sia molto più vicina alla pensione che a una svolta. Howard Dean, uno che ha fatto il buono e il cattivo tempo alle convention ma che in fondo non ha quagliato un granché. Legato a qualche lobby di non certa provenienza, sembra che sia in posizione di forza più per le amicizie che per la convinzione, il che non sarebbe affatto una novità, ma bisogna tenere conto del fatto che Clinton è una campionessa anche in questo. Mark Warner, i sondaggi lo danno dentro, gli elettori non tanto. Jimm Webb, un maestro delle dichiarazioni divergenti. Cosa voglia fare non si sa, ma il suo nome ritorna, soprattutto dalle parti della classe operaia bianca che non ha ancora perso l’uso della lingua scritta.

Quelli che non hanno niente di meglio da fare: come il governatore del Colorado John Hickenlooper, che gli elettori del suo stesso stato definiscono invotabile, Janet Napolitano, ex governatrice dell’Arizona che forse è dentro ma più probabilmente no, e l’ex sindaco di Los Angeles Antonio Villaraigosa, che però sembra più interessato a governare lo Stato che il Paese. Poi c’è una serie di nomi e di volti che si perdono avanti e indietro per le dichiarazioni e i pronostici, ma che in effetti non si sa bene chi siano né che intenzioni abbiano. C’è il governatore del Montana Steve Bullock, il sindaco di Chicago Rahm Emanuel, un uomo con nove dita e dieci opinioni, Joe Manchin, Jay Nixon, il givernatore del Missouri che in questo periodo ha il futuro appeso alla faccenda di Ferguson, Julian Castro e giù verso una serie di personalità sulle quali indagare potrebbe risultare piuttosto inutile, perché probabilmente alla campagna non arriveranno mai. E infine c’è Al Gore, che se qualcuno sapesse cosa gli passa per la testa ultimamente, avremmo probabilmente il miglior candidato sulla piazza.

Per tirare le somme, c’è poco da dire. È tutto aperto e tutto da vedere. Delle persone che trovate elencate sopra, veramente poche hanno dichiarato più dell’abituale, e anche chi si è esposto — senza fare nomi abusati — non ha dato alcuna certezza, se non quella di essere senza reali alternative. La verità è che il tempo deve fare il suo corso e che prima o poi tutti dovranno rispondere alla chiamata, se non per il bene del Paese, per quello della propria carriera politica.

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