Doccia scozzese sull’Europa in crisi

Doccia scozzese sull’Europa in crisi

Oggi la Scozia, domani la Catalogna, i Paesi Baschi, la Corsica. Ma perché non il Veneto o la Baviera? Senza dimenticare un paese diviso come il Belgio. Il movimento centrifugo in Europa non è cominciato certo adesso. La secessione manu militari nella Jugoslavia degli anni ’90 ci ha ricordato che la guerra nel Vecchio Continente è ancora possibile. E quel che sta accadendo al confine orientale, in Ucraina, conferma il ritorno in veste tragica della geopolitica. Certo, è la conseguenza di un’era imperiale che finisce, un lungo addio dagli effetti ancora imprevedibili. Quando cade, qualsiasi impero tende a frantumarsi, è successo nell’antichità come in tempi moderni.

Dal crollo degli Ottomani è partita un’onda d’urto che ancor oggi scuote l’intero Medio oriente. In Africa il colonialismo britannico e quello francese hanno lasciato rovine. Così come l’impero sovietico nell’intero spazio euro-asiatico. Ma in Europa occidentale? Qui, al contrario, la spinta indipendentista frantuma gli stati nazionali e viene favorita dall’esistenza di un potere sovranazionale, per quanto incompleto e debole, come l’Unione europea.

Bill Emmott ne trae conclusioni ottimistiche: «Più ci frammentiamo più avremo bisogno di istituzioni sovranazionali che ci uniscano. Dalle divisioni potrebbe venir fuori l’unità», ha scritto sulla Stampa l’ex direttore dell’Economist. Però, l’effetto più probabile nel breve periodo non sarà questo. Al contrario, viene messa in discussione l’adesione dell’Inghilterra e di quel che resta del Regno Unito alla Ue, con conseguenze difficilmente prevedibili. Anche perché l’Unione europea così com’è non offre una vera alternativa. E non lo sarà in tempi ragionevolmente brevi.

Lo dimostra il dibattito in corso sulle politiche di bilancio e sugli investimenti. Ha voglia Mario Draghi a disegnare una strategia per uscire dalla crisi, l’unica ragionevole e possibile secondo il Financial Times che considera il presidente della banca centrale «il solo policy maker europeo con una visione» di che cosa fare. Si tratta di coordinare politica monetaria, politica fiscale e riforme strutturali. Invece, la Germania ha approvato un bilancio pubblico in pareggio a partire dal prossimo anno rifiutando quel rilancio che le hanno più volte chiesto gli Usa, Il Fondo monetario e la stessa Bce. La Francia ha annunciato che resterà almeno fino al 2017 fuori dal parametro chiave di Maastricht (il rapporto del 3% tra deficit e prodotto lordo), come è già accaduto in tutti questi anni. E anche l’Italia vorrebbe tanto fare lo stesso.

Quanto alle riforme, sono a senso unico: si discute solo di mercato del lavoro, non di mercato dei capitali o dei servizi, lasciando zoppa la costruzione di un vero mercato unico. Draghi ha parlato di una ulteriore cessione di sovranità, ma viene interpretata come una mannaia da calare sul capo dei paesi deboli o in difficoltà come l’Italia, la Grecia, il Portogallo, l’Irlanda e, domani, la Scozia. Anche per questo oggi le forze centrifughe rischiano di prevalere.

Si dice che una Scozia indipendente potrebbe aderire all’euro visto che le condizioni imposte da Londra per conservare la sterlina, sarebbero punitive. Ma è un processo comunque lungo e complesso. Nel frattempo può scoppiare una crisi sui mercati che trasformerebbe il paese in una Islanda ben più grande e pericolosa. Le banche scozzesi hanno attività pari a 12 volte il prodotto lordo. La più grande, la Royal Bank of Scotland, ha già deciso che trasferirà la sede nella City.

E una Bce che non può garantire i debiti dei propri governi non ha certo i poteri per garantire i debiti degli altri. Non solo: di fronte a una nuova ondata di instabilità sui mercati, avrebbe abbastanza munizioni per reggere all’urto? Altro che prestiti vincolati a investimenti nelle piccole e medie imprese, i mille miliardi di TLTRO dovrebbero servire a tamponare una nuova grave crisi di liquidità. E bye bye alla ripresa.

Tutto questo fa parte del mondo razionale che occupa le menti degli inglesi come di noi italiani. Non perché i rischi non siano presenti anche nel dibattito interno alla Scozia; Alex Salmond il capo degli indipendentisti non è uno sciocco né uno sprovveduto. L’incognita monetaria, l’uso delle risorse naturali come il petrolio del Mare del Nord o la sicurezza (i sommergibili atomici ancorati nei porti scozzesi) sono temi all’ordine del giorno. Ma quel che prevale oggi, come nota l’Economist, non è il calcolo freddo dei costi e dei benefici, bensì una questione di identità e di potere. Non ha a che fare con la religione o l’etnia (come nel caso della Jugoslavia), ma piuttosto con la cultura, con la libertà, con la politica. «Non morremo Tory», dicono sia i nazionalisti sia i laburisti dai quali parte un sonoro fuck off, un esplicito vaffanculo verso gli odiati conservatori inglesi.

Se fosse vivo, il filosofo Isaiah Berlin avrebbe inserito anche gli scozzesi tra i legni storti dell’umanità che si ribellano contro il calculemus, il pensiero unico del nuovo mondo globale. Da questo punto di vista, si tratta di un indipendentismo diverso sia dalla guerra civile jugoslava sia dall’irredentismo anti-russo. L’identità si pone su basi volontaristiche, è «un plebiscito quotidiano», come diceva Ernest Renan, non un apriori etnico. Ed è questo, piuttosto che il kilt o la lingua celtica, a creare un ponte con le altre tensioni interne all’Europa occidentale.

Certo, anche in Scozia aleggia quello che Ernst Cassirer chiamava il pensiero mitico che dal romanticismo in poi ha permeato il nazionalismo europeo e ha provocato rovine, dalla prima guerra mondiale al nazi-fascismo. Tuttavia, il tartan e le cornamuse sono folklore buono per Sean Connery o il Braveheart di Mel Gibson; quel che conta è ben altro.

Se le cose stanno così, allora ha certamente ragione Emmott: la questione scozzese è una questione europea. L’Inghilterra che oggi risponde con scomposte intimidazioni, verrà costretta a concedere il massimo di autonomia anche nel caso (in realtà assai probabile) che vinca il No; ma per quanto potere amministrativo devolva non sarà in grado di rispondere alle domande degli scozzesi, dei gallesi, degli irlandesi, dei legni storti che si trova in casa.

La Scozia dunque parla all’Europa intera. E i leader europei finora reagiscono come fece Bismarck nel 1876 quando il cancelliere russo Gonciarov gli pose per iscritto la questione orientale (cioè i Balcani e i territori dell’impero turco) come questione europea. In margine alla lettera scrisse in inglese: “Who is Europe?”, chi (non che cosa) è l’Europa, come dirà in tempi più recenti un suo ammiratore tedesco, Henry Kissinger. E poi, passando al francese, annotò: Notion géographique. Chissà se Angela Merkel lo ha letto nei libri di storia che studiava nella Berlino comunista?

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