Quando Massimo D’Alema prende la parola davanti alla direzione del Partito democratico, il premier Renzi ha terminato da poco il suo discorso. I commentatori ne stanno ancora celebrando l’apertura alle minoranze, la disponibilità al dialogo più che allo strappo. L’ex presidente del Consiglio non sembra d’accordo. L’attacco di D’Alema a Renzi è duro e diretto. A tratti sorprendente. «Sono sinceramente un ammiratore dell’oratoria del segretario, che giustamente ha una visione moderna e si rivolge anche al vasto pubblico fuori di qui». La vena ironica tradisce fin dalle prime battute il senso della sfida. «Tuttavia – qui le prima stilettata – il fascino dell’oratoria qualche volta non riesce a far sì che ci sia qualche attinenza tra le affermazioni fatte e la realtà». Difficile immaginare una critica peggiore. Al premier che ha appena presentato la riforma del mercato del lavoro, D’Alema non fa sconti. «Chi ha la responsabilità di governare, deve mantenere un forte aggancio alla realtà. E io potrei fare un lungo elenco di affermazioni prive di fondamento. Si è detto che si tratta della prima volta che si riduce il costo del lavoro: ma il governo Prodi investì sette miliardi con risultati importanti nella riduzione del cuneo fiscale».
È l’attacco della vecchia guardia al premier rottamatore. Lo scontro tra i massimi rappresentanti della minoranza dem e il segretario. Dietro le quinte si cerca una mediazione per evitare lo strappo. Senza troppo successo: alla fine la direzione approverà la relazione di Renzi con 130 voti favorevoli, 11 astenuti e 20 contrari. In diretta streaming, intanto, il confronto prosegue. Pier Luigi Bersani interviene poco dopo D’Alema, ma i toni non cambiano. L’ex segretario denuncia il clima delle ultime settimane. «Cerchiamo di raffreddarci un po’ la testa, abbiamo un paese da governare con un sacco di guai». Evidentemente non ha ancora digerito le accuse più recenti. «Guardate che noi sull’orlo del baratro non ci andiamo per l’articolo 18, ma per il metodo Boffo. Se uno dice la sua deve poterlo dire senza che gli venga tolta la dignità». Lo sfogo di Bersani prosegue, l’obiettivo resta la gestione del Pd. «Mi vogliono insegnare come si sta dentro un partito. Ai neofiti della ditta dico che non funziona così. Io voglio poter discutere prima che ci sia un prendere o lasciare, prima che mi si carichi della responsabilità di far traballare un partito o il governo».
Da Bersani a D’Alema. È evidente che le polemiche sulla rottamazione non sono state ancora dimenticate. Il burrascoso rapporto dell’ex presidente del Consiglio con il premier Renzi non è stato ancora archiviato. Ironico ma visibilmente infastidito, D’Alema entra nel cuore della riforma, il superamento dell’articolo 18. «Abbiamo sentito parlare di un tabù di cui saremmo prigionieri da 44 anni. Ma parliamo di cambiare una norma che è stata riformata solo 2 anni fa». E ancora. «L’articolo 18 non esiste più, esiste una tutela residuale che si riferisce solo a casi di grave e illegittimo licenziamento» L’ex premier torna alla riforma Fornero: «In un paese civile, dopo due anni che si è fatta una riforma, prima si fa il monitoraggio degli esiti, poi si decide. E non si racconta che sta lì da 44 anni, perché un po’ di persone che sanno che non è vero, esistono».
Anche Bersani critica la riforma renziana. La modifica dell’articolo 18? Altro che totem, «per otto milioni di persone conta qualcosa. E per chi è di sinistra è una questione di principio» spiega il leader della minoranza. Il confronto con il passato è inevitabile. «Secondo me in questa delega sul lavoro c’è un deficit di capacità riformatrice». Il ricordo va alle liberalizzazioni approvate qualche anno fa, quando Bersani era al governo. «Noi abbiamo fatto riforme hard, non è che ci trema il polso. Ma con questa riforma perdiamo un’occasione grossa». Non manca la frecciata sulle stime del governo. «Attenzione alle risorse, non promettiamo quello che non si può mantenere»
D’Alema si spinge oltre. «Non è obbligatorio sapere i fatti – spiega acidamente al premier – ma sarebbe fortemente consigliabile». La riforma che il governo ha in mente? «Consiglierei grande prudenza» continua. Peraltro «la pura eliminazione della possibilità di reintegro sarebbe l’applicazione del modello spagnolo, che il premier ha escluso. Persino nel Regno Unito, dove sono passati Margaret Thatcher e Tony Blair, il magistrato può decidere il reintegro». A sentire D’Alema persino le previsioni dell’esecutivo sarebbero inesatte. «Non costa un miliardo e mezzo di euro, ma dieci volte tanto». Il tema economico non può non rientrare nelle critiche al Palazzo Chigi. «Io ho molti dubbi su una finanziaria fatta di molti spot – spiega anticipando il confronto sulla Legge di Stabilità – Un miliardo qui, uno lì. Il rischio è che risultino globalmente inefficaci. Io avrei concentrato ogni sforzo sulla crescita» La stoccata finale è da brivido. «Con sincero apprezzamento per l’oratoria – prosegue D’Alema sarcastico – è un impianto di governo destinato a produrre scarsissimi effetti. E ho l’impressione che questo inizi ad essere percepito, almeno nella parte più qualificata dell’opinione pubblica. Meno slogan, meno spot e un’azione di governo più riflettuta, possono essere la via per ottenere risultati». Alla faccia della ritrovata concordia nel Partito democratico.
Gli aggiornamenti:
19.24 Civati: «Ieri in televisione ho visto un premier dire cose di destra»
19.19 D’Alema duro contro Renzi: «Io ho molti dubbi su una finanziaria fatta di molti spot».
18.53 Cuperlo: «Matteo, l’art. 18 non ha 44 anni come i gatti, ma 2 come un bimbo che va al nido»
18.47 – Ha iniziato a parlare Gianni Cuperlo
18.44 – Dopo un discorso di 44 minuti il presidente del Consiglio e segretario del Pd Matteo Renzi ha proposto la via della mediazione sulla riforma dell’articolo 18 e della riforma del lavoro. Sia sul fronte interno, proponendo di lasciare in vita la discussa norma solo in caso di licenziamento discriminatorio e, novità, “disciplinare”, concetto citato oggi per la prima volta. Sia nei confronti delle parti sociali, dichiarandosi disposto ad aprire un tavolo di confronto con i sindacati a Palazzo Chigi.
La tanto attesa direzione Pd sulla riforma del lavoro, che sta dividendo il partito di maggioranza del Paese, sarebbe dovuta cominciare alle 17. Ma è iniziata un’ora dopo, perché nel frattempo Matteo Renzi ha trattato in extremis con le minoranze, alla ricerca di una soluzione che possa sedare le polemiche e accontentare tutti.
«Vi propongo di votare con chiarezza al termine del dibattito un documento – esordisce il segretario aprendo la riunione del partito – che segni il cammino del Pd sui temi del lavoro e ci consenta di superare alcuni tabù che ci hanno caratterizzato in questi anni”. Renzi chiede dunque una posizione certa su “una profonda riorganizzazione del
mercato del lavoro e anche del sistema del welfare».
«Serve un paese che vuole investire e dare risposte ai nuovi deboli che sono tanti e hanno bisogno di risposte diverse da quelle date finora – continua Renzi – La rete di protezione si è rotta, non va eliminata ma ricucita, sapendo che c’è uno Stato amico che li aiuta”. “Siamo l’unico partito -continua – che discute al proprio interno con una certa animosità, ma questo non può fare venire meno il reciproco rispetto. Chi non la pensa come la segreteria non la pensa come i Flintstones. Chi la pensa come la segreteria non è emulo di Margaret Thatcher”.
E aggiunge: «Le mediazioni vanno bene, il compromesso va bene, ma non si fanno a tutti i costi i compromessi. Non siamo un club di filosofi ma un partito politico che decide, certo discute e si divide ma all’esterno è tutto insieme. Questa è per me la ditta».
A maggio “gli elettori ci hanno chiesto di cambiare l’Italia e l’Ue”, continua il segretario. “Non mi preoccupano le trame altrui, di coloro che si sentono spodestati, non chiamateli poteri forti, e nemmeno poteri immobili – aggiunge- chiamateli, forse con eccesso di stima, poteri aristocratici”. E a chi lo accusa di fare solo annunci, risponde: “Abbiamo dato vita a uno straordinario processo di riforme, alla faccia degli annunci. Riforme che si sono impostate o approvate in presenza di un consenso, smentendo chi dice che se si fanno riforma si perde consenso”.
«Riformare il diritto del lavoro è sacrosanto. E a chi mi dice che eliminando l’articolo 18 togliamo un diritto costituzionale, rispondo che il diritto costituzionale non sta nell’articolo 18, ma nell’avere almeno un lavoro. Se fosse l’art.18 il riferimento costituzionale allora perchè per 44 anni c’è stata differenza tra aziende con 15 dipendenti o di più?».
«Il lavoro non è un diritto in Italia, il lavoro è un dovere – dice il segretario – L’articolo 1 della Costituzione dice che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, ma in realtà è affondata sulla rendita di posizione. Il lavoro si crea innovando, non difendendo le regole di 44 anni fa. Dobbiamo avere il coraggio di andare all’attacco».
18.20 Renzi: «Io credo che il lavoro in Italia non sia un diritto ma un dovere»
17.56 – Renzi ha iniziato a parlare durante la direzione del Partito Democratico. In 30 chiedono di parlare, il voto previsto per le 22
17.06 – Inizia a riempirsi il Nazareno, sede del Pd in vista della direzione. Pippo Civati, all’arrivo, dice: «Potrebbe essere la mia ultima direzione»
Al via alle 17 la direzione nazionale del Partito Democratico. Il tema principale sarà quello della riforma sul lavoro, e il premier Matteo Renzi, che presenterà il Jobs act alla direzione, non sembra essere intenzionato a mollare nulla sul versante dell’articolo 18. Già ieri, intervistato da Fabio Fazio durante la trasmissione “Che tempo che fa”, il premier ha ribadito la volontà di eliminare definitivamente l’articolo in questione. Sul tema le divisioni interne al partito non mancano, e a meno di due ore dal confronto si è riunito il Coordinamento delle minoranze sulla legge di stabilità e sul Jobs act che vede come attori principali Stefano Fassina, Giuseppe Civati, Alfredo D’Attorre e Francesco Boccia. Di seguito vi proponiamo la diretta streaming dell’incontro dal canale Youtube ufficiale del Partito Democratico.