Nautica, a Genova un settore in lotta contro tutto

Nautica, a Genova un settore in lotta contro tutto

Potrebbe essere l’ultima rassegna della crisi oppure la prima della ripresa o ancora le due situazioni insieme, forse la cosa più probabile e non paradossale. Il 54mo Salone Nautico Internazionale di Genova – che si apre mercoledì primo ottobre per chiudersi lunedì 6 – è lo specchio perfetto (molto più che in altri settori) di quello che è un settore strategico per l’Italia. Arrivato a essere un colosso nei primi anni dello scorso decennio e praticamente raso al suolo, grazie alla tempesta perfetta dove la crisi reale (sottovalutata da molti cantieri, specie i maggiori), l’inesperienza dei governanti (sono riusciti a far perdere soldi all’Erario, tassando di più le barche) e l’atteggiamento punitivo verso chi ha un’imbarcazione (anche di sette metri) hanno tolto la voglia ai compatrioti e fatto scappare verso altri lidi i tantissimi stranieri che navigano nelle acque dell’ex-Belpaese. Per questo, resta mitica la visita fatta lo scorso anno di Attilio Befera – direttore in uscita dell’Agenzia delle Entrate (anche per questo era venuto, genietti, che pensavate?) – che disse agli operatori sopravvissuti: “Il fisco deve e vuole essere amico della nautica, anche se in passato non è stato così”. Da ridere (anzi, da piangere) considerando che dal 2007 al 2013, il mercato ha perso il 65 per cento del fatturato complessivo: da 6,2 miliardi a 2.4. Senza contare l’indotto perso, nel settore turistico-portuale.

I numeri: 760 espositori, mille barche dal superyacht (pochissimi) al tenderino di tre metri, +22% di espositori nella vela, +50% di scafi con fuoribordo

Si riparte dal Salone 2014, etichettato come «il primo passo di un piano triennale e di rilancio e riorganizzazione della manifestazione». Massimo Perotti, nuovo presidente di Ucina-Confindustria Nautica – l’associazione di categoria – pensa che il rilancio passi per due obiettivi: l’italianità che nasce dall’eccellenza storica dei nostri yacht e l’internazionalizzazione della rassegna per attirare buyers da tutto il mondo. Già sentita mille volte, ma questo passa il convento. E poi, visto che non fa che ripetere «l’atteggiamento è cambiato, il Governo ha capito, la ripresa è iniziata» ci sembra giusto credergli almeno un po’. Se aggiungiamo che all’ex-presidente Anton Francesco Albertoni è stata affidata la gestione dell’evento – ora in mano a una società chiamata I saloni nautici, al 100% di Ucina – per dare una marcia in più, stiamo a guardare e non critichiamo a monte. I numeri (dichiarati) sembrano sostenere le parole: 760 espositori, mille barche dal superyacht (pochissimi) al tenderino di tre metri, +22% di espositori nella vela, +50% di scafi con fuoribordo. Poi l’ennesimo cambio di layout: più intuitivo e comodo, su 180mila mq di superficie di cui 100mila in acqua: tutti felici, anche se viene malinconia a pensare che quando tutti si lamentavano del casino, dei parcheggi inesistenti, della ressa ai punti di ristoro, la nautica era all’apice del successo e Genova era costretta a respingere aziende per mancanza di spazi. Mai vie di mezzo, in questo curioso Paese.

Oggi gli appassionati italiani “valgono” neanche il 7% della produzione, quando sfioravano il 50% prima della crisi

C’è solo un dubbio che ci tormenta. Il Salone sarà sicuramente ben organizzato, con belle barche e affollato se il tempo lo assiste. Ma sentire raccontare – alla presentazione – più del contorno in città e della partnership con Eataly (il food è ormai la panacea di ogni male e il tocco da infilare in ogni evento) che della situazione del mercato crea preoccupazione. La verità è che oggi gli appassionati italiani “valgono” manco il 7% della produzione, quando sfioravano il 50% prima della crisi. Ora è impossibile tornare ai livelli di fatturato e percentuale interna – se non (e forse) in tempi eterni – ma il Salone è solo un tassello del sistema, importante quanto si vuole. Ma uno.

L’unica speranza è che a Palazzo Chigi si rendano conto del valore e soprattutto della potenzialità di un settore del lusso, in grado di muovere molto anche in tempi complicati. E solo l’azione dei cantieri e delle lobby (ma ci sono ancora?) possono farlo. Unendo gli sforzi e rompendo i “cabbasisi”. Se aggiungiamo che sono in corso trattative per creare una nuova associazione di settore, a livello soprannazionale, per l’idea di Beniamino Gavio e Paolo Vitelli (contrari all’elezione di Perotti), ecco un ulteriore problema. In fondo, al Salone verranno a mancare “solo” gli yacht Azimut, Baglietto, Benetti e Cerri. Presenti al Monaco Yacht Show. E saremmo un Paese di navigatori? Semmai di incasinatori. 

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