Se i marò non tornano, addio missioni anti-pirateria

Se i marò non tornano, addio missioni anti-pirateria

L’Italia alza la voce. Le missioni internazionali anti-pirateria per ora non sono a rischio. Ma se la vicenda dei due fucilieri di Marina detenuti in India con l’accusa di aver ucciso due pescatori non si sbloccherà a breve, dal 31 dicembre il nostro Paese è pronto a sospendere il proprio impegno nel corno d’Africa. Lo hanno deciso ieri sera i deputati della commissione Difesa di Montecitorio, che hanno approvato un apposito emendamento al decreto di rifinanziamento delle missioni internazionali all’esame del Parlamento.

E mentre il provvedimento arriva all’esame dell’Aula – nel pomeriggio di oggi erano una ventina i deputati presenti durante le prime battute della discussione generale – la vicenda di Massimiliano Latorre e Salvatore Girone torna al centro della politica italiana. Al recente malore di uno dei due fucilieri è seguito l’improvviso volo a Nuova Delhi del ministro della Difesa Roberta Pinotti. E proprio la rappresentante del governo ha voluto sottolineare «la preoccupazione» con cui Palazzo Chigi segue la vicenda. Ormai «la situazione dei due marò è insostenibile» ha chiarito ieri in audizione davanti alle commissioni Affari Esteri e Difesa di Camera e Senato. Mentre gli esponenti di Fratelli d’Italia manifestavano per il rilascio dei nostri militari davanti a Montecitorio.

Intanto i marò finiscono nel decreto di proroga delle missioni internazionali delle nostre Forze armate. Appena concluse le operazioni anti-pirateria in corso, e comunque non oltre il 31 dicembre di quest’anno, «la partecipazione dell’Italia sarà valutata in relazione agli sviluppi della vicenda dei due fucilieri di marina del Battaglione San Marco attualmente trattenuti in India», spiega l’emendamento nato per iniziativa del leghista Gianluca Pini, riformulato dal presidente della commissione Elio Vito ed approvato a larga maggioranza dai gruppi parlamentari. 

Al centro della minaccia c’è il comma 4 dell’articolo 3. Quello che si occupa dell’operazione Atalanta, decisa dall’Unione Europea, e quella voluta dalla Nato, Ocean Shield. Due missioni di contrasto alla pirateria marittima al largo delle coste somale, che nei prossimi sei mesi costeranno alle casse pubbliche 23.958.858 euro. Adesso tocca all’Aula di Montecitorio. C’è tempo fino a lunedì prossimo per presentare gli emendamenti al decreto che si occupa di prorogare la nostra partecipazione alle missioni internazionali, ma anche di sostenere processi di pace e interventi di cooperazione fino alla fine di quest’anno. 

Poco più di 450 milioni di euro di costo totale. Dodici articoli e una lunga serie di interventi internazionali. Ci sono le missioni in Europa, a partire dai nostri militari impegnati in Kosovo, Bosnia Erzegovina e Albania (la presenza nei Balcani per questo semestre viene finanziata con 36 milioni di euro). Resta l’importante impegno in Afghanistan. Poco più di 185 milioni serviranno per prorogare le missioni Isaf ed Eupol. Poi c’è il Libano, la Palestina, la Georgia. Tra i tanti scenari spicca la Libia, dove i nostri militari continuano a operare. Alcuni rappresentano l’Italia nella missione dell’Unione Europea per l’assistenza nella gestione delle frontiere. Mentre il personale della Guardia di Finanza garantisce l’addestramento delle forze libiche e la manutenzione delle quattro unità navali già cedute al governo di Tripoli per il controllo delle coste. In tutto la proroga delle missioni in Libia ci costerà poco meno di sette milioni di euro.

Il comma 5 dell’articolo 4 conferma poi la spesa relativa all’impiego di una nostra unità navale «nell’ambito dell’operazione di scorta marittima alla nave, a bordo della quale, secondo gli accordi internazionali, si procederà alla neutralizzazione delle armi chimiche siriane». Con una spesa per il nostro Paese di poco meno di 2 milioni di euro. 

Nelle ultime ore è finito al centro delle polemiche il comma 3 dell’articolo 4 del provvedimento. Sono le cessioni di materiale militare italiano alle Forze armate di altri paesi. Ovviamente a titolo gratuito. Nessuna novità, si tratta di operazioni di routine. Spesso servono anche per risparmiare: talvolta mezzi in disuso vengono “donati” per evitare inutili spese di manutenzione. In questo semestre il governo decide di cedere 100 veicoli di trasporto truppe M-113 alla Repubblica islamica del Pakistan , 500 uniformi da combattimento alla Repubblica federale di Somalia, e 24 blindo Centauro al Regno hascemita di Giordania.

L’esponente del Movimento Cinque Stelle Alessandro Battista solleva però il caso della «documentazione tecnica relativa ai veicoli blindati leggeri VBL Puma e ai semoventi M109 L, predisposta dalle ditte produttrici e tradotta in lingua francese» che sarà spedita alle forze armate della Repubblica del Gibuti (a cui avevamo già fornito i mezzi). L’intervento rientra nella stretta collaborazione tra i due paesi, che ha recentemente permesso l’apertura di una base militare italiana nel corno d’Africa. E costerà alle nostre casse 333.000 euro. «Sapete a cosa servono questi 330mila euro? — denuncia il pentastellato su Facebook — A tradurre dei manuali di utilizzo di alcuni veicoli che abbiamo (con lo scorso decreto missioni) regalato alla Repubblica di Gibuti. A parte il fatto che se proprio dobbiamo regalare dei mezzi al Gibuti (prima ci sarebbe da rifornire le scuole italiane di gessetti e carta igienica) meglio regalare tre ambulanze (proposta M5S) ma vi sembra accettabile questa cifra? 330 mila euro per una traduzione! Sono soldi nostri». Con ogni probabilità, la discussione sarà affrontata in Aula. 

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