«C’è la crisi. Ma non tutti hanno voglia di lavorare»

«C’è la crisi. Ma non tutti hanno voglia di lavorare»

Come la pensano gli italiani lo si può comprendere anche dalle lettere ai giornali. C’è un sito, in Italia, che, quotidianamente, pubblica le lettere più interessanti, www.carodirettore.eu, nato per iniziativa dell’Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano. Linkiesta ne propone qualcuna, rimandando al sito i lettori che vorranno avere un panorama ancora più vasto di ciò che gli italiani scrivono ai giornali, quotidiani e periodici.

Se i venditori hanno perso la voglia di vendere

La settimana scorsa sono stato a una fiera di macchine utensili che si svolge ogni due anni, penso negli ultimi trent’anni di non averne mai saltata una, ragion per cui credo di avere una certa idea di come si sono evolute le cose.  Molti anni fa, come ti avvicinavi a qualcosa che ritenevi interessante, avevi subito alle calcagna un mastino che ti illustrava il prodotto, impossibile liberarsene in pochi minuti, doveva convincerti che era inutile continuare a girare, perché non avresti trovato di meglio. Al tempo stesso c’erano degli incaricati, o i venditori stessi che giravano fra stand e padiglioni, cercando di capire dove il potenziale cliente si fosse fermato, non solo, se si capiva che era veramente interessato, si guardava anche il tempo che passava dalla concorrenza. Poi c’è stata ed è ancora abbastanza di moda la richiesta di una hostess (a volte inutilmente volgare e scollacciata) di un biglietto da visita, con la promessa di essere ricontattati a fine fiera, contatto che spesso non ci sarà. Ma veniamo a giovedì scorso, nel primo stand interessante che visitiamo giriamo indisturbati, cerchiamo con gli occhi qualcuno che ci dia retta, arriva un giovanotto che prova inutilmente a fare il simpatico, dopo quattro parole gli squilla il telefono, telefonata di un amico con cui concordare il fine settimana, e noi tre in attesa per un paio di minuti, a quel punto solo la buona educazione ti fa rimanere, ma altrettanta scaltrezza ti fa capire con chi hai a che fare… Durante il giorno è un continuo susseguirsi di aspiranti conquistatori di standiste intenti a messaggiare con smartphone o a consultare il tablet. Quelli che una volta chiamavano venditori. La ciliegina sulla torta è chiedere a un venditore seduto su una poltroncina con l’amico smartphone, se la macchina può fare una lavorazione, la risposta sarà: «no non la fa» ma non chiedetemi di che colore aveva gli occhi, perché, vi prego di credermi, non li ha alzati. Stiamo per uscire ma mi rincuoro, un venditore che conosciamo mi ferma per il corridoio, gli dico che ho fretta ma desisto, mi porta all’interno dello stand per farmi vedere una cosa che lui giudica interessante per la nostra azienda, e ha ragione, soprattutto ha memorizzato cosa facciamo e dove possiamo arrivare con quell’idea. Uno stand di una certa dimensione costa molti soldi, a cui vanno aggiunti i costi dei preparativi pre-esposizione, perché buttarli così? E poi basta con la crisi… le tasse… cominciamo a ritrovare un po’ d’entusiasmo e rispetto per il lavoro che facciamo, cominciando a pensare che quel giocattolino che si tiene sempre in mano è il ladro del nostro tempo, ma soprattutto che illudendoci di essere in contatto con il mondo intero ci fa perdere la percezione di quello che ci circonda. 

Massimo Tagliati, La Stampa, 9 ottobre

Ogm: il problema è soltanto politico

Le monocolture esistono da tempo immemorabile e le frequenze geniche delle piante coltivate sono state modificate ben prima dell’ingegneria genetica. La sensazione è che, al centro del dibattito, non siano gli Ogm in sé, bensì l’uso che se ne fa. Vandana Shiva sostiene che «l’idea che il diritto su un seme sia proprietà privata è inaccettabile». Niente da obiettare. Ma se le multinazionali come Monsanto e Bayer impongono nel mercato varietà Ogm, se gli agricoltori non sono liberi di scegliere le sementi adatte, se da ciò consegue perdita di identità culturale e territoriale, ebbene tutto questo appartiene alla politica, più che alla scienza.

Marco Paci, [email protected], Repubblica, 9 ottobre

Ogm: serve una buona posizione etica

Nella questione degli Ogm entrano argomenti etici, tecnico-scientifici, soprattutto politici. Obiettare che l’attivista indiana non ha il diritto di criticare gli esiti della biotecnologia perché non ha sufficiente conoscenza della materia, non vale. Esiste una questione politica più profonda Si continua a dire che gli Ogm sono già nella catena alimentare italiana e che alcuni Paesi europei li permettono, soprattutto la Spagna, per cui è inutile continuare la lotta. Dietro gli Ogm, però, troviamo alcune enormi multinazionali, soprattutto Monsanto. La realtà è che gli Ogm permettono la più grande monopolizzazione della essenziale cooperazione umana con l’ambiente. Non serve una laurea in botanica per sapere se gli Ogm sono un pericolo, serve una buona posizione etica.

Richard Ingersoll , Syracuse University in Florence

Se documentare l’orrore può offendere le vittime

Ancora una volta il mondo dell’informazione si interroga sul diritto di cronaca a proposito delle foto degli uomini che l’Is si prepara a decapitare. So che ogni argomento sull’opportunità o meno dell’autocensura è discutibile. Però penso che a quegli uomini, che in maniera consapevole hanno affrontato i rischi legati al loro lavoro o alla loro missione, vada conservata la dignità. Mostrarli vinti e inginocchiati li offende e li umilia. Se vogliamo rendere loro l’onore che meritano, sarebbe più opportuno che di loro si offrano le immagini più belle, magari quelle della loro vita di sempre, quelle di uomini liberi.

Elio Contenti, [email protected]

I Dieci Comandamenti sbeffeggiati sulle stecche di cioccolato

Viaggiando in autostrada mi sono fermato in un autogrill. La mia curiosità è stata attirata da dieci stecche di cioccolato messe in bella mostra. Su ogni stecca di colore diverso erano stampati i Dieci Comandamenti in maniera provocatoria, giusto per vendere il prodotto. Il primo Comandamento suonava così: Non avrai altra passione all’infuori di me”. Il terzo: “Ricordati di mangiarmi a tutte le feste”. Il sesto (è il più piccante): “Non commettere atti salati”. Pur avendo il colletto da prete e una croce al collo, ho esclamato per attirare l’attenzione, come cantava Fabrizio De André: “Non è possibile porco di un cane”…che noi credenti ci lasciamo sempre pestare i piedi. Permettiamo con molta indifferenza di prendere in giro ciò che per noi cristiani e anche per gli ebrei è sempre stato considerato un “deposito sacro” quali sono i Dieci Comandamenti. La risposta a questa ennesima provocazione è di boicottare questo prodotto.

Don Beppino Cò, Libero, 8 ottobre 

Kobane come Varsavia 1944, quando il mondo si limitò a guardare

Quello che accade a Kobane con il sacrificio dei combattenti curdi ricorda la fine degli insorti polacchi a Varsavia nel 1944. Anche oggi c’è chi sta a guardare: l’esercito turco e il mondo occidentale. L’Armata Rossa rimase ferma oltre la Vistola, lasciando che i nazisti sterminassero gli ebrei. Ora non è lo stesso?

Alessandro Pasi, [email protected],  Corriere della Sera, 9 ottobre

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