Portineria MilanoMalagiustizia, se le toghe si fanno la guerra tra loro

Malagiustizia, se le toghe si fanno la guerra tra loro

«Arriveranno ad arrestarsi tra di loro», dice spesso Frank Cimini, uno dei decani della cronaca giudiziaria milanese. Dovesse succedere ci sarebbe poco da stupirsi, soprattutto in questi tempi di fuoco incrociato tra magistrati di primo piano all’interno della stessa procura. Del resto, per capire lo stato della giustizia in Italia basta vedere la situazione del Consiglio Superiore della Magistratura, dove nel giorno dell’insediamento è stato bocciato il membro laico Teresa Bene perché privo nel curriculum dei requisiti previsti dalla legge. O si possono seguire i ritardi per nominare i membri della Corte Costituzionale, ancora appesa ai capricci dei partiti. Basterebbero persino le polemiche su Luigi De Magistris, ex magistrato ora sindaco di Napoli, che appena condannato per abuso d’ufficio nell’inchiesta Why Not ha iniziato a sparare contro i suoi ex colleghi e persino contro il presidente della Repubblica (e del Csm) Giorgio Napolitano.

Vicende emerse nell’inchiesta su Mose di Venezia, ma anche nell’indagine su Finmeccanica o Expo 2015

È utile seguire il filo rosso che collega diverse inchieste della magistratura di questi anni, per capire come spesso ci sia stata una vera e propria battaglia all’interno della magistratura, con dossier scottanti da girare al politico di turno per screditare colleghi oppure tentativi di spostare pm dalla loro posizione. Vicende emerse nell’inchiesta sul Mose di Venezia, ma anche nell’indagine su Finmeccanica o Expo 2015. Fanno caso scuola l’ex presidente della Corte d’Appello di Milano Giuseppe Grechi e l’ex presidente della Corte d’Appello di Venezia Manuela Romei Pasetti. Dopo essere stati messi sotto inchiesta per presunte pressioni sul Csm per far sostituire il pm Eugenio Fusco a Busto Arsizio, dove si teneva l’inchiesta Finmeccanica, i due sono ricomparsi in una nuova indagine a Brescia, dove la procura contesta al senatore Gabriele Albertini l’ipotesi di «calunnia aggravata» ai danni del procuratore aggiunto milanese Alfredo Robledo.

Sì, proprio Robledo, su cui in questi mesi si è giocata una battaglia senza esclusione di colpi dentro la procura di Milano con il capo Edmondo Bruti Liberati. Per il primo caso la posizione di entrambi i magistrati è stata archiviata. È stata una questione delicata, perché di mezzo c’era pure l’ex vicepresidente del Csm Michele Vietti. Sulla seconda, dove non sono indagate, pesano comunque le intercettazioni, perché a quanto pare Albertini avrebbe richiesto «ai due ex magistrati di aiutarlo a tracciare un percorso per poter intraprendere una azione penale e/o disciplinare contro Robledo», e le due ex toghe avrebbero visionato «la documentazione inerente l’azione disciplinare». Milano è sempre stato territorio di battaglie tra magistrati. Come non ricordare un altro caso, quello di Alfonso Marra, nel 2010 ancora presidente della Corte d’Appello, rimasto coinvolto nell’inchiesta sulla P3.

Dalle intercettazioni di quell’inchiesta, chiusa nel 2011, risultava che Marra si fosse rivolto ad alcuni faccendieri vicino a Marcello Dell’Utri, per entrare nel Csm. L’obiettivo sarebbe stato poi quello di intercedere per il ricorso del presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni dopo l’esclusione della sua lista dalle elezioni regionali. Il mondo della giustizia è piccolo. Perché l’azione disciplinare contro Marra fu avviata da Antonio Esposito, all’epoca procuratore generale della Cassazione. Esposito non è un nome qualunque. Perché è fratello di Antonio, il presidente di Cassazione che condannò Silvio Berlusconi nell’agosto del 2013. E Antonio a sua volta è padre di Ferdinando, il pm di Milano che fu beccato con l’ex igienista dentale del Cavaliere Nicole Minetti. Finito indagato sempre dalla procura di Brescia per una vicenda poco chiara su un prestito di denaro. Cortocircuiti giudiziari letali che danno il senso della situazione interna nei tribunali, in questi giorni in fermento per le intenzioni del governo di riformare la giustizia, partendo da una riduzione delle ferie per i magistrati. Ma non c’è solo questo.

Altri indizi, finiti anche all’attenzione del Csm, portano sulla strada di indagini sovrapposte e inchieste incrociate. Rimane l’episodio del doppio pedinamento della Guardia di Finanza tra gli uomini coordinati dall’antimafia di Ilda Boccassini e di un altro gruppo di investigatori coordinati dal pm Alfredo Robledo. Quest’ultimo, già in guerra con il capo della procura Edmondo Bruti Liberati, è stato accusato dallo stesso Bruti Liberati e da Boccassini di un doppio pedinamento a carico di un imputato all’interno dell’inchiesta Expo. Un episodio poco chiaro (smentito dalla stessa Guardia di Finanza) in cui Robledo non ha esitato a rispondere etichettando come «falsità» le accuse.

Bisogna seguire il filo rosso che collega diverse inchieste della magistratura di questi anni per capire come spesso ci sia stata una vera e propria battaglia all’interno della magistratura, tra toghe in guerra tra loro, con dossier scottanti da girare al politico di turno per screditare colleghi oppure tentativi di spostare pm dalla loro posizione

Sempre Guardia di Finanza, sempre indagini su Expo, questa volta il nome è quello di Mario Forchetti, già generale di divisione, comandate della Regione Lombardia e responsabile della sezione economica dell’Aise, il servizio segreto per la sicurezza esterna. Presidente del comitato di controllo sulla trasparenza e sicurezza dei cantieri per l’Esposizione Universale. Dalle indagini dei magistrati impegnati nell’inchiesta sul Mose di Venezia emerge anche una perquisizione a suo carico con tanto di verifica sui conti correnti bancari: in stretti rapporti con Marco Milanese, ex braccio destro di Giulio Tremonti e con il generale Emilio Spaziante, arrestato nella stessa inchiesta sul Mose.

Tornando alla procura meneghina in questi mesidovrà presentarsi in aula, ma dall’altra parte della barricata, un magistrato di lungo corso del Palazzo di Giustizia: è il procuratore Alberto Nobili, che verrà chiamato a testimoniare nel processo a carico dell’Ispettore Carmine Gallo, ex numero due della sezione criminalità organizzata della Squadra Mobile di Milano che per l’antimafia mise a segno colpi di primo piano. Nel 2008 finisce sotto indagine per traffico di droga. L’inchiesta, coordinata dalla procura di Venezia, si sgonfiò nel tempo, con la palla che passa a Milano: da qui parte la richiesta di giudizio immediato e le parole dello stesso Gallo, arrivate nell’udienza di qualche giorno fa riportate dal Fatto Quotidiano: «Nel corso dell’interrogatorio il pm non mi contestò nulla, fui io spontaneamente a riferire quanto a mia conoscenza. Fu in quella circostanza che il comandante del Ros di Padova, esplicitamente, disse di essere a conoscenza che vi era un trio, nella Procura di Milano composto dall’Ispettore Carmine Gallo, dal dottor Alberto Nobili e dall’avvocato Gianluca Maris, che faceva il brutto e il cattivo tempo. Rimasi esterrefatto. Ebbi paura».

Insomma, per il comandante del Ros di Padova, in tutta la vicenda che coinvolgeva Carmine Gallo, le decisioni di un pm come Alberto Nobili e le indagini a carico dell’ex trafficante ed estremista di destra Roberto Pedrani e Federico Corniglia (pentito gestito dallo stesso Gallo), c’era un trio che «in procura faceva il brutto e il cattivo tempo». Un trio composto appunto dallo stesso Gallo, Nobili e l’avvocato Gianluca Maris, un trio in grado di pilotare le indagini. Una vicenda intricata, forse destinata a sgonfiarsi, e figlia di una guerra trasversale combattuta dentro magistratura e forze dell’Ordine, oggi più che mai divise in correnti, non solo politiche ma di potere.

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