TaccolaNon solo Doris: per gli smartwatch una strada in salita

Non solo Doris: per gli smartwatch una strada in salita

I produttori tradizionali di orologi non hanno niente da temere dagli smartwatch e, anzi, potrebbero addirittura trarre vantaggio dalla loro diffusione. Le previsioni sono fatte per essere smentite, ma un’analisi della società di consulenza Euromonitor International non lascia troppi dubbi: il prezzo e il design continuano a rimanere i principali motivi per acquistare un orologio, e su questi fronti i nuovi arrivati hanno molta strada da fare. 

Un segnale che lo sviluppo non sarà un gioco da ragazzi viene proprio dall’Italia. È di lunedì 13 ottobre la notizia della fine di “I’m Watch”, sviluppato da una società di Vicenza, I’m spa, finanziata da Ennio Doris, patron di Banca Mediolanum. La società è in liquidazione, nonostante gli ordini raccolti online, dopo il lancio del giugno 2012, fossero stati 10mila in pochi giorni, sulla base di un prezzo di 350 euro. Il piano industriale non è stato per niente rispettato: i ricavi dovevano essere di 12 milioni nel 2012 e poi decollare, invece nel 2013 si sono fermate a 4,2 milioni di euro, con perdite di poco inferiori ai 4 milioni. Il lancio è arrivato probabilmente troppo presto, come ha sottolineato una nota dell’azienda: «Siamo stati i pionieri ma in uno scenario di forte competizione con multinazionali planetarie si dimostra ancora una volta che chi per primo si muove in un determinato settore innovativo spesso non riesce a diventare il player di riferimento del mercato».

Demografia e psiche

Da quando i primi modelli di Pebble, Samsung, Lg e Motorola sono stati lanciati sul mercato, nel 2013, la categoria degli smartwatch si è fatta affollata. La loro diffusione è destinata a salire nel periodo 2014-2019 e alla popolarità della categoria darà sicuramente una mano la discesa in campo di Apple, che il 9 settembre ha lanciato il proprio modello Apple Watch. Per ora, tuttavia, gli smartwatch hanno raggiunto un target di teenager e giovani adulti, e così dovrebbe andare avanti almeno fino al 2016. Gli acquirenti tipo degli orologi di livello superiore, o anche di quelli di livello medio o dei brand «aspirazionali», sono invece tipicamente definiti da Euromonitor International «professionisti di mezza età o imprenditori che hanno una profonda capacità di comprendere lo status e i punti di forza dell’orologio».

Inoltre, la scelta del marchio e del modello di orologio sono legati alla personalità del cliente e la motivazione psicologica è ancora predominante nell’acquisto. Un’indagine di Euromonitor su 4.000 persone in 16 Paesi è andata a indagare sulle principali motivazioni di acquisto, scoprendo che il prezzo, il design e la marca sono ancora le principali molle per l’acquisto. 

Fonte: Euromonitor International

Il fattore prezzo

Gli smartwatch costano tanto, ma non ancora abbastanza da entrare in diretta concorrenza con i vari Rolex e Richemont. Un Apple Watch standard costa 349 dollari (275 euro), con prezzi che ci si aspetta salgano a seconda della collezione e dei cinturini. La maggior parte degli altri orologi costano invece tra i 150 e i 350 dollari. Secondo Euromonitor International i costi si abbasseranno ulteriormente nei prossimi anni. A subire eventuali contraccolpi di questi nuovi concorrenti, sia oggi sia nei prossimi anni, dovrebbero essere solo i produttori di fascia media e bassa. Uno su tutti: Swatch, che realizza il 60% dei suoi ricavi da prodotti economici. Ma più che in Svizzera, i problemi potrebbero nascere per le case statunitensi Timex e Fossil e per le giapponesi Seiko, Citizen e Casio. 

Fonte: Euromonitor International

Questione di design

Dopo il prezzo, il secondo ostacolo è il design: «anche se ci si aspetta che il design migliori già il prossimo anno, gli attuali prodotti non sono vicini a sfidare i prodotti tradizionali di moda», nota la società di ricerca. «La maggior parte dei modelli di smartwatch disponibili non lasciano molta scelta in termini di taglia del quadrante, cinturini e spesso non ci sono modelli pensati per donne». Tutto questo potrebbe tenere alla larga consumatori che avrebbero anche voglia di provare una nuova categoria di prodotto come questa.  

Anche se visti come un puro dispositivo elettronico, continua Euromonitor International, gli smarwatch richiedono ai nuovi utilizzatori di adattarsi a un display molto piccolo, in un periodo in cui gli smartwatch hanno visto una domanda crescente di schermi più grandi. In più, la maggior parte delle applicazioni che richiedono di digitare lettere sono difficili da usare su uno smartwatch. 

Gli smartwatch saranno di massa?

L’effettivo utilizzo quotidiano degli smartwatch è un altro degli elementi che lascia freddi gli analisti della società di ricerca. Mentre Apple Watch ha Apple Pay, che potrebbe diventare parte delle vite quotidiane, gli sviluppatori di app per smartwatch non hanno ancora creato applicazioni simili per popolarità a Whatsapp o Instagram. Due campi promettenti per gli sviluppatori di app sono quelli delle case intelligenti (smart home) e del monitoraggio della salute, ma perché si diffondano servirà il supporto infrastrutturale di settori come la sanità pubblica e l’industria degli elettrodomestici di consumo. 

Un punto a favore potrebbe invece arrivare dai canali di vendita. Gli smartwatch potrebbero utilizzare le autostrade rappresentate da tutti i punti vendita tradizionali del comparto: gioiellerie, negozi di orologi, corner dei department store. Tutti punti vendita che raggiungerebbero target diversi da quelli di chi frequenta le insegne di elettronica di consumo. Ai produttori di smartwatch, secondo Euromonitor, converrebbe quindi stringere accordi con le insegne di negozi che già vendono orologi, oltre che sviluppare propri concept dedicati ai dispositivi “wearable”. 

L’effetto dell’avvento degli smartwatch, conclude la ricerca, sarà quindi nullo sui prodotti di lusso e potrà avere dei «leggeri effetti negativi» sulle vendite per i produttori di oroliogi di fascia media e bassa. Ma potrebbe anche esserci una conseguenza inaspettata: far tornare la familiarità con gli orologi da polso a tutti quei consumatori che negli ultimi anni li hanno abbandonati, abituandosi a controllare l’ora direttamente sugli smartphone. 

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