TaccolaZalando e Rocket, il doppio flop sotto la lente

Zalando e Rocket, il doppio flop sotto la lente

“Monday morning quarterback”. Negli Stati Uniti l’espressione si usa per i tifosi del giorno dopo, che sanno perfettamente individuare i problemi di formazione della partita appena passata. A leggere i giornali finanziari, dopo il doppio Ipo negativo per le stelle tedesche dell’e-commerce Zalando e Rocket Internet, si trovano molte di queste analisi. Come fidarsi di una società, Rocket Internet, che possiede decine di aziende di cui nessuna in attivo, e che opera in mercati emergenti ad alto rischio? Non era chiaro che un incubatore di start-up non dovrebbe mai quotarsi, dato che è meglio lasciar scegliere agli investitori quale start-up finanziare? Come ignorare che molti dei mercati di Zalando, in Europa, hanno una persistente crisi dei consumi? Fino alla domanda delle domande, avanzata da Bloomberg: sta iniziando una nuova bolla delle dotcom, come quella che travolse Wall Street, ma anche Berlino, all’inizio del Millennio?

Eppure sugli stessi giornali le analisi precedenti di un paio di giorni il debutto alla Borsa di Francoforte (Zalando il primo ottobre e Rocket Internet il 2 ottobre) erano tutte impregnate di entusiasmo. Si celebrava il boom delle start up europee, il ruolo di Berlino come hub della tech economy e il modello di business “concreto” dei due soggetti. 

Oggi (3 ottobre) che la Borsa di Francoforte è chiusa, per la festività del giorno dell’unità tedesca si può mettere qualche tassello al proprio posto. 

L’andamento delle Ipo

Entrambe le Ipo hanno avuto una raccolta positiva. Rocket Internet aveva dichiarato il 10 settembre di aspettarsi una raccolta di 750 milioni di euro. Il giorno dell’Ipo la raccolta è stata pari a poco meno del doppio, 1,4 miliardi di euro (1,6 miliardi per il Wsj), con l’emissione di 37,9 milioni di nuove azioni. Il prezzo iniziale di quotazione, 42,50 euro, è stato il massimo previsto dalle previsioni e ha valutato Rocket a 6,7 miliardi di euro, più di Lufthansa. È stata l’Ipo più grande in Germania dell’ultimo decennio.

Anche per Zalando il prezzo di emissione, pari a 21,50 euro, è stato nella parte alta della forchetta, che partiva da 18 euro. Inoltre, vista l’alta richiesta, prima del debutto è stato permesso ad altri 24.500 sottoscrittori di acquistare 3,7 milioni di azioni in un accordo over-allotment (distribuzione eccedente). Il risultato è stato un prezzo di partenza ancora superiore, di 24,10 euro. 

Per entrambi le prime contrattazioni sono state però negative. Il titolo di Zalando nelle primissime ore si è alzato del 12%, ricordando la tendenza che aveva caratterizzato il debutto di Alibaba a Wall Street. Ma, nel corso della giornata, il prezzo è tornato al livello iniziale. Giovedì, invece, la discesa è stata netta, -12%, che ha lasciato il titolo a 18,60 euro. 

Fonte: Boerse Frankfurt

Non ha avuto neanche l’illusione di una crescita il titolo di Rocket Internet, che nel suo primo – e finora unico – giorno di contrattazioni ha visto una discesa del titolo del 13 per cento. 

Fonte: Boerse Frankfurt

Il caso Rocket Internet

Come è stato fatto notare dall’Economist nei giorni passati, non ci sono altre società come Rocket Internet. Non è un venture capitalist, perché rispetto a questi ha più le mani nelle società e maggiori quote nelle start up in cui investe. Non è neanche un incubatore o acceleratore, perché le detiene per più tempo e fornisce loro ben più che servizi e supporto. Quello che fa Rocket Internet, fondata dai tre fratelli Samwer, Oliver (Ceo), Marc e Alexander, è lanciare dei cloni di business model basati su Internet già messi alla prova. Da eBay a Groupon, i grandi campioni del Web sono stati replicati in mercati emergenti, dalla Nigeria (dove è un caso di successo il sito di e-commerce Jumia), al Brasile alle Filippine. Il gruppo prende personale giovane da società di consulenza top come McKinsey e The Boston Consulting Group. Lo scopo: non sviluppare idee “disruptive”, sul modello della Silicon Valley, ma creare un’innovazione incrementale e processi ottimizzati. Nessuna invenzione, azione da “copycat”: un modo di fare business che ha attirato molte critiche nel mondo degli start-upper e degli investitori californiani ma che ha avuto apprezzamenti nei cauti ambienti finanziari, soprattutto tedeschi, per la sua concretezza. 

All’inizio di quest’anno, Rocket Internet aveva 114 società completamente consolidate, 195 non pienamente consolidate, azioni in 130 società inattive. Nessuna di queste, finora, fa profitti, neanche tra le 11 società che ha descritto il prospetto informativo dell’Ipo, chiamandole “proven winners” (vincitori collaudati). Per le 8 di queste 11 che erano attive anche nel 2012, nel 2013 la crescita di ricavi è stata tra il 50% e il 633 per cento. Tra le aziende lanciate c’è anche Zalando, venduta nel 2013 ma nella quale i tre fratelli fondatori di Rocket Internet hanno ancora una quota minoritaria. 

Il suo punto di forza è la crescita fortissima dei ricavi, che ha trovato una spinta nei Paesi emergenti dalla diffusione rapida degli smartphone. 

Le critiche, dopo l’Ipo, hanno riguardato la mancanza di profitti messi a segno finora e l’alto livello di rischio nei mercati emergenti in un periodo di instabilità in varie regioni del mondo (Ucraina e Paesi colpiti dall’Ebola soprattutto). Il Financial Times ha sottolineato l’inopportunità che una società di venture capital si quoti, perché è più giusto lasciare agli investitori la valutazione della validità di ciascuna start-up, piuttosto che chiedere loro di fidarsi della valutazione del venture capitalist. 

Il caso Zalando

Più semplice il modello di business di Zalando, che è un operatore di e-commerce specializzato in scarpe e abbigliamento. La società è stata fondata nel 2008 in Germania ed è diventata il maggiore fashion retalier online d’Europa, dove opera in 15 Paesi, con 13,7 milioni di clienti attivi. Nella prima metà del 2014 i ricavi sono saliti di più del 30% rispetto allo stesso periodo del 2013. La società non ha però mai avuto profitti su base annuale (come d’altra parte Amazon). Nel secondo trimestre ha però ottenuto un profitto netto di 29 milioni di euro, mentre nello stesso periodo di un anno prima aveva fatto registrare una perdita di 33,5 milioni di euro. La società è in attivo nelle sue regioni core, la Germania, la Svizzera e l’Austria. I rischi, per Zalando, vengono invece dai mercati dell’Europa meridionale, dove i consumi sono ancora molto deboli e la disoccupazione molto alta. 

All’organizzazione di Zalando e alla comunità di lavoratori italiani che lavorano nella sede di Berlino, Linkiesta aveva dedicato uno servizio, curato da Laura Lucchini. 

I rischi di una bolla

Negli ultimi anni Berlino è stata sede di una scena effervescente di start-up, tra le quali il servizio di musica in streaming SoundCloud e il portale di pubblicazioni scientifiche ResearchGate. Un flop delle quotazioni di Zalando e Rocket Internet, avvertiva prima delle Ipo l’Economist, avrebbe ricordato ai tedeschi delle molte “mani scottate” dal boom e il successivo crollo delle dotcom nei primi anni Duemila. Nel 1997 la Deutsche Borse aveva creato un nuovo listino, chiamato Neuer Markt, destinato alle start-up tecnologiche. Nel 2003 fu costretta a chiuderlo, perché ne erano rimaste pochissime attive. Che siamo in una situazione simile, tuttavia, è escluso dalla grandissima parte degli analisti. Se all’epoca le dotcom erano poco più che nomi con dei progetti ambiziosi, le società quotate oggi hanno modelli di business ben più solidi. Gli stessi investitori si sono fatti più cauti e selettivi. 

Il rischio maggiore, più che la debolezza delle aziende, è che sia finito l’hype degli investitori che ha caratterizzato tutta la prima parte dell’anno e che ha avuto il culmine con l’Ipo record di Alibaba a Wall Street. Una crescita, ha fatto notare Dw (Deutsche Welle) che è stata trainata dalla politica monetaria degli Usa, caratterizzata dai tassi bassi. La stessa Alibaba, ha sottolineato Leonid Bershidsky su Bloomberg, dal suo picco del 19 settembre ha perso il 14%, pur essendo ancora sopra del 27% rispetto al prezzo dell’Ipo. Weibo, il twitter cinese, è giù del 31% rispetto al picco del 12 settembre, ed è solo di 6 punti percentuali sopra il prezzo di offerta iniziale. In tutti i casi, conclude Bershidsky, sia Zalando che Rocket Internet hanno avuto un merito: salire su un treno che era già partito.