Quattro fumetti, tornando da Lucca

Quattro fumetti, tornando da Lucca

Un’impressione, di ritorno da Lucca

Ogni volta che si conclude la tre giorni del Lucca Comics & Games e che prendo il treno per tornare verso casa penso una cosa, sempre la stessa, tutti gli anni: che il mondo della narrativa a fumetti sia un mondo pazzesco, vivissimo, ma anche di come, a differenza del suo cugino che si occupa di narrativa a parole, trasudi copiosamente passione, come un maratoneta il sudore al traguardo.

È vero, il mondo del fumetto potrebbe sembrare più marginale rispetto a quello della editoria libraria, ma è solo per dimensioni e per spazio che gli viene dedicato dalla stampa e dai mezzi di comunicazione di massa.

Non so se la metafora sia azzeccata, ma il confronto tra le due narrative cugine mi fa venire in mente il paragone che spesso si fa tra calcio e rugby — lo so, è un paragone che porge il fianco a un sacco di ragionevolissime critiche, ma dà bene l’idea — da una parte un mondo il cui baricentro è fuori da se stesso, dall’altra un mondo il cui baricentro è ancora ben piantato dove deve stare, al centro di se stesso: sulla palla ovale per il rugby, sulle nuvolette parlanti per il fumetto.

Passando tra gli stand, parlando con gli editori, con gli autori, con i tantissimi lettori che hanno riempito le strade di Lucca in questi tre giorni — le stime ufficiali parlano di 400mila persone in città, mentre i biglietti venduti sono circa 240mila — mi sono trovato molto spesso di fronte a persone che amano profondamente le cose che fanno, di quelli che se le fanno è per farle, per farle veramente, non soltanto per poter dire di averle fatte, che è un vizio purtroppo sempre più diffuso nell’editoria libraria.

Ci ho pensato molto, volevo essere sicuro che non fosse un’impressione dettata né da lirismo, né da una ingenua visione romantica di come girano le cose dell’editoria. Se lo dico è perché quella impressione che mi contagia ogni anno è forte a tal punto che al mio arrivo a casa, seppur distrutto dalle poche ore di sonno e dai chilometri macinati, mi ritrovo con un pieno di voglia di ripartire, di dedicarmi alle cose che amo, di farlo con gusto, di farlo veramente. Quando torno dal Salone del libro di Torino, purtroppo, non posso dire di avere la stessa impressione.

Quattro gran bei fumetti

A casa da Lucca però non riporto soltanto questa bella impressione, tanta stanchezza e pari energia per continuare. Riporto anche qualche chilo di nuovi fumetti, che regolarmente divoro prima di arrivare ad aprire la porta di casa, a Milano. Quest’anno, tra i fumetti che mi sono portato a casa voglio segnalarvene quattro in particolare, quelli che, se fossi in voi, correrei a prendere in fumetteria appena finito di leggere questo articolo.

Ah, l’ordine è quello di lettura, non mi piacciono le classifiche.

Partiamo da una bellissima nuova scoperta. L’albo si chiama Una brutta storia, è il frutto del lavoro di Spugna, è edito da Grrrz, ovvero — secondo me —la migliore casa editrice indipendente di fumetti in Italia, e potrebbe essere l’inizio di una grande amicizia.

Una brutta storia, a dispetto del titolo, è una gran bella storia. C’è una ciurma di marinai, c’è un’isola, c’è un tesoro, c’è amicizia potente come solo c’è tra uomini, ci sono un sacco di scazzottate e non ci sono doppi fini. È una storia per il gusto di raccontare una storia, è un abbraccio fortissimo da un amico oppure, per prendere in prestito un trancio di quel capolavoro di postfazione che ha scritto Maicol&Mirco:

Si tratta dell’avventura fine all’avventura. Come un’insalata condita di insalata. Come un maiale ammazzato a colpi di maiale. Come un cuoco che cucina un altro cuoco. Non c’è morale in questo menù. Non c’è cliente ad aspettare al tavolo. Ma funziona, vero? Lo so.

Dal mare nero di Spugna e dai suoi marinai passiamo alla canicola della campagna estiva, in Francia. Sì, perché un’altra perla che mi è capitata tra le mani e che mi sono letto senza staccare gli occhi dalle pagine durante il viaggio di ritorno è La canicola, un fumettone del franceseBaru, basato su un romanzo di Jean Vautrin, pubblicato in Italia da Coconino Press.

La canicola è una graphic novel pazzesca, che non sorprende soltanto perché l’autore è Baru che è uno dei migliori fumettisti francesi in circolazione. Dentro La canicola c’è veramente il caldo dell’estate francese — la prima scena è tanto gialla che dovete guardarla con gli occhiali da sole — ma c’è anche la perversione e la violenza dell’imbruttimento umano, c’è la cattiveria della frustrazione, non c’è nemmeno un buono e non neppure una didascalia. Il lettore è trascinato pagina dopo pagina, a ritmi serratissimi, e se anche ogni tanto potrebbe avere la sensazione di perdersi, o di avere un attacco di vertigini, in realtà non lo può fare: i fiumi in piena non sono posti in cui ci si perde, perché da lì non si esce.

Un altro salto, e dall’estate francese e assolata passiamo a un clima decisamente opposto. La graphic novel di cui parlo è Sin titulo, di Cameron Stewart, una storia pazzesca che è un vortice, un vero maelstrom da cui il protagonista Alex Mackay viene risucchiato.

Lo hanno definito un mistery-thriller macchiato di autobiografia, e se non siete amanti delle etichette sappiate che dentro le 166 pagine di Sin titulo c’è il disperato spaesamento delle vite che implodono in se stesse, c’è il terrore di vedere il proprio mondo in frantumi, c’è l’ossessione dei dettagli che non tornano, ma anche la potenza degli addii per sempre, un sacco di amore, ma anche di incomprensione e c’è un intrigo tale tra realtà, sogno e memoria che il maelstrom alla fine travolge anche il lettore.

L’ultima tappa di questo tour delle perle post Lucca Comics — ultimo solo in ordine di lettura — è un progetto bellissimo, autoprodotto online in 1100 copie da uno degli autori più interessanti del panorama indipendente italiano: Ratigher.

Il fumetto di cui parlo ha anche un titolo bellissimo: Le ragazzine stanno perdendo il controllo. La società le teme. La fine è azzurra. ma anche un metodo molto interessante di produzione, il metodo Prima o mai, ovvero una vendita in preordine online della durata di un solo mese, una specie di crowdfunding, ma completamente indipendente.

Dentro questo fumetto c’è una grande amicizia, c’è la ribellione, c’è la difficoltà e la solitudine di alcune adolescenze e di alcune malattie, ma soprattutto c’è il gusto di Ratigher di prendere il lettore e trascinarlo dove vuole, senza dover dare spiegazioni, perché non c’è scritto da nessuna parte che le cose si debbano capire fino in fondo.

Alla fine della storia il lettore è frastornato, ma in fondo è felice. È difficile spiegare perché. E forse è proprio questo il grimaldello della felicità finale: quel senso di sollievo dell’arrendersi a una storia, de non applicare sempre la razionalità e non cercare di capire tutto. «Questo libro è semplice, come una fionda.» scrive Ratigher in quarta di copertina, ma il frattale del libro mi sa che è da ricavare da una frase scritta su un adesivo: We are not girls. We are silver bullets for your middle class brains. una frase che io girerei sul fumetto, perché questo non è un fumetto, è un proiettile d’argento per i vostri cervelli borghesi!

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

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