Dopo gli hipster arrivano i nazi-fighetti

Dopo gli hipster arrivano i nazi-fighetti

Come ti curo il nazi, titolava un libretto pubblicato vent’anni fa. Ma il nazi del nuovo millennio si cura da solo e, cosa forse più preoccupante, si appresta a curare tutti noi. Vegano, depilato, ben vestito, gira con sacchi di juta griffati sulla spalla destra, indossa pantaloni a vita bassa e risvolto alto. E non addenta più bistecche o würstel, ma segue una dieta vegana, apre profili su Instagram e canali di ricette e cucina su youtube. Lo si direbbe più simile ai frequentatori delle comunità proto-hitleriane del Monte- Verità – quelle a cui Carl Gustav Jung vedeva già votate a Wotan (Odino) – che ai nazi “brutti, sporchi” che riempiono di indignazione le cronache e i giornali. Cattivo lo rimane, ma il brutto e lo sporco sono solo lontani ricordi.

Così, per classificare un fenomeno in crescita ma per sua natura mimetico e sfuggente, qualcuno ha coniato un termine: nipster, nazi-hipster. Sono i nazi fighetti. Il 23 giugno scorso, fu Thomas Rogers su Rolling Stones a scrivere della “hipsterification” in corso tra i neonazisti tedeschi e, due giorni dopo, l’edizione inglese di Haaretz già titolava: “German neo-Nazis are dressing hip these days”.

Il primo esemplare accertato di nazi-fighetto consapevole risponde al nome di Patrick Schroeder e per anni è stato il volto di un programma molto seguito su una web-tv. Oggi, tiene corsi e organizza concerti, non senza intoppi legali, come è normale che sia, per un nazifighetto – che accanto, o sotto, la componente fighetta,  mantiene pur sempre un’adesione completa a un ideale che ha forse più Alfred Bäumler, che Goebbels, come suoi mentori diretti. Così commenta un giovane nipster milanese, “Himmler era un uomo di stile” e, a guardargli il taglio di capelli, c’è da tenere in considerazione che quel taglio arriva da lontano.

“Se la definizione di nipster identifica qualcuno che può vivere nel mainstream, allora ci  vedo come il futuro del movimento”. Uscire dalla fase testimoniale nostalgica, entrando in quella attiva e combattiva è, d’altronde, il trait-d’union dei movimenti di neodestra europei. Molti accusano di “entrismo” o doppiogioco alcuni tentativi sintetici (nazibolscevismo, etc.) questi neomovimenti. Ma, da questo punto di vista, quello di Schroeder sembra andare oltre e, pur non essendo una normale pratica di mascheramento, appare più un tentativo di piegare ai propri fini i codici della postmodernità, che non il contrario. Alle teste rasate si stanno sostituendo i ciuffetti scompigliati, al machismo violento quelle Männerphantasien (fantasie virili)  un po’ efebe e androgine di cui parlava già lo storico Klaus Theweleit.

Schroeder tiene lezioni su come abbigliarsi e come presentarsi in pubblico, istruendo i sui a un uso “smart” dei social network e alla pratica virale della comunicazione. Ma la sostanza non cambia, se accanto alla tecnica permane l’indottrinamento: “Il Terzo Reich – ha affermato a più riprese Schroeder – non era così male”. Ciò che cambia è, casomai, la forma. Cambia anche, invero, la capacità di stare dentro i processi mettendo un grado di intelligenza (che non significa coscienza, sia chiaro) finora inedito.  I nipster sono artisti, programmatori, studiano da ingegneri o per diventare avvocati. Fanno parte dei rampolli dell’élite economica europea, e ambiscono a diventare maggioranza simbolico-culturale. 

Questi nazi-fighetti sanno organizzare una campagna, un flashmob, sanno comunicare e, non bastasse,  hanno dalla loro parte una simbologia politica forte, oggi declinata in termini non meramente nostalgici. Già questo fatto, osservano alcuni analisti, è destrutturante. Il nazi ridotto a macchietta è oramai un pallido ricordo. Sopravvive certo in forma residuale e nell’immaginario di una certa critica, ma il futuro – come recita uno slogan nipster – “è già altrove”.

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