Storia di Breivik, l’assassino che contaminò l’Europa

Storia di Breivik, l'assassino che contaminò l'Europa

Sembra che nemmeno i secondini riescano a reggere a lungo di fronte a lui. Secondo quanto ha riportato il giornale norvegese VG, il trasferimento di Breivik in un’altra prigione, nel 2012, era desiderato, con forza, anche dallo staff che si occupava della sua sorveglianza. Non sopportavano più la sua vicinanza. Anders Breivik non è un prigioniero qualsiasi: il gesto che ha compiuto, uccidendo a sangue freddo, il 22 luglio 2011, 67 persone ha segnato il Paese. La strage di Utoya ha significato la fine della convinzione di una convivenza pacifica anche in un Paese dove, fino a quel momento, gli atti di xenofobia erano modesti. In quel momento Breivik diventa il “mostro”. Sperava, con il suo gesto, di scatenare una guerra contro i musulmani nel Paese; era convinto che in tanti lo avrebbero imitato, e che sarebbero scesi in strada per imbracciare le armi.

Non andò così: come sottolinea Aage Borchgrevink, scrittore e giornalista norvegese, e autore del libro A Norwegian Tragedy: Anders Behring Breivik and the Massacre on Utoya, il Paese reagì all’opposto. Subito dopo il massacro, milioni di persone in Norvegia hanno preso parte a dimostrazioni contro la xenofobia, la violenza e il razzismo. I media hanno cominciato a concentrarsi meno sull’Islam, a inquadrarlo in modo più complesso. In generale, le riflessioni sul multiculturalismo sono diventate più approfondite. Qualcosa è cambiato, anche se il coperchio era stato aperto. Breivik è ancora qualcosa di inquietante. I secondini non sopportano la sua freddezza, la totale mancanza di pentimento. E anche questioni di tipo pratico: la corrispondenza che riceve è tanta, i guardiani la devono visionare tutta. Come si diceva, non è un prigioniero qualsiasi.

Su Breivik hanno fatto convergenza analisi sulla società norvegese ed europea in generale. Si è cercato di inquadrarlo come soggetto a sé, separandolo dal suo contesto. Si è indagato sulla sua psiche, sulle origini del male e dell’odio, distruttivo, che ha scatenato. Ma per capire cosa si ha di fronte, è bene partire da lui. Ripercorrere le sue disavveture sentimentali giovanili, i rifiuti da parte di ragazze che “preferirono andare con amici pakistani”, il brodo di cultura razzista in cui è cresciuto, la sua debolezza psicologica.

Insomma, chi è Breivik?
Si descrive come uno “zombie” del consumo, e in parte come “cavaliere della giustizia”. Meticoloso per quanto riguarda il suo aspetto, ossessionato dalle marche (nel suo manifesto fa una lista di marchi: il suo orologio, i vestiti, il dopobarba), all’apparenza sembra del tutto privo di empatia. È il tipico narcisista schizofrenico? Tormentato da sentimenti di inferiorità e, nello stesso tempo, guidato da un desiderio di grandiosità. Gli è stato diagnosticato un disordine della personalità multipla: narcisista, paranoico e anti-sociale.

Un tipo strano.
No. Per certi aspetti Breivik sembra normalissimo. ma sembra non provare empatia per le altre persone e, se anche è intelligente in certi contesti, dal punto di vista sociale è impacciato, spesso conflittuale. Il fatto che si presenti come terrorista politico è indicativo. Anche il suo “manifesto”, il suo libro visionario di 1.500 pagine ha tutto l’aspetto di una autobiografia perversa.

Ma da dove deriva questa difficoltà?
La vergogna (che affonda, in parte, le sue radici in abusi subiti da bambino), l’odio, la misoginia e il sadismo sono tutte cose che ha nutrito nel periodo di isolamento e di radicalizzazione che ha preceduto gli attacchi del 22 luglio. Continuando a parlare del suo “manifesto”, i segni sono chiari. Breivik comincia a raffigurarsi, in modo sempre più netto, come un “cavaliere della giustizia”, che fa parte di una fantomatica organizzazione di cavalieri templari. L’immaginario, il riscatto, il distacco – anche simbolico – dalla realtà sembrano dovuti a traumi dell’infanzia e all’esclusione sociale.

Però la sua frustrazione è stata compensata, con la strage, dalla fama. Nel suo libro Breivik aveva predetto a una star locale, che lo ignorò quando si imbatté in lui in un locale, che sarebbe diventato “tre volte più famoso di lui”. È successo. Ora riceve lettere in carcere, è diventato una star e un mostro insieme.
Questo, purtroppo, è il risultato dell’erostratismo criminale [la patologica ansia di sopravvivere alla memoria dei posteri prende il nome da Erostrato, l’incendiario che distrusse il tempio di Artemide, una delle sette meraviglie del mondo antico], soprattutto in questi tempi. Anche se Breivik ha fallito del tutto la sua missione, che era di esacerbare quello che, secondo lui, era un conflitto latente – anzi, vivo – nel Paese, è senza dubbio riuscito a diventare la più grande celebrità norvegese del 21 secolo. In questo senso sì, ha avuto successo. E sì, sempre secondo questo punto di vista, il suo atto terribile e brutale ha avuto una sua logica, perversa e malforme.

Perché ha preferito attaccare quelli che definiva “traditori”, cioè norvegesi che favorivano l’immigrazione, anziché colpire quelli che definiva i suoi nemici, cioè gli stranieri stessi?
Lo ha spiegato così: se hai una perdita nella tua vasca, qual è la prima cosa che fai? La ripari. Solo dopo pulisci il pavimento. Tradotto: voleva colpire l’establishment politico che aveva aperto le porte agli immigrati. Solo dopo avrebbe affrontato gli islamici. Si può anche pensare che il suo risentimento verso i musulmani sia in realtà superficiale, teorico, mentre quello per la società norvegese, che vedeva come responsabile delle sue sofferenze e dei suoi fallimenti fosse più intenso. Nelle teorie cospirazioniste norvegesi – e Breivik le conosceva bene – il Labour ha il ruolo che, negli Usa, avrebbe il governo federale.

Come si sono comportati i media di fronte alla strage? Secondo alcuni, hanno fatto poco per indagare il brodo culturale da cui è scaturita la violenza di Breivik, in modo da assolvere, in parte la società intera dalla strage. È così?
No, non credo. I giornali hanno fatto un buon lavoro, invece: hanno raccontato il mondo delle cospirazioni online degli islamofobi norvegesi ed europei, focalizzando bene anche come la retorica paranoica della destra estrema sia riuscita a penetrare nel discorso politico mainstream. Hanno raccontato il fenomeno della radicalizzazione che corre in rete, e anche le possibili relazioni tra gioco d’azzardo e violenza. Chi è critico nei confronti dei media norvegesi, a mio avviso, sbaglia. Semmai, sono stati troppo cauti per quanto riguarda la storia dell’infanzia di Breivik, gli abusi subiti, per rispetto verso la madre. Eppure la storia è ben documentata. Si trova in molti rapporti psichiatrici, che provengono da un’osservazione della famiglia Breivik e dei suoi problemi compiuta fin dal 1983 (non bastassero, ci sono anche altri tipi di documentazioni, e testimonianze). Nel mio libro ho pubblicato anche altre informazioni proprio su questo aspetto della storia, che era stato lasciato nel buio. C’è anche altro.

Cosa?
È anche possibile che parte della rabbia di Breivik fosse dovuta da un sentimento di rifiuto sessuale. Lo stereotipo del troll in rete è proprio così: solo e senza fidanzata. Può esserci del vero? Sì. Nei suoi scritti mi ricorda molto alcuni personaggi dello scrittore francese Michel Houellebecq, dei perdenti, almeno nella sfera sessuale, e che risentono della competizione con gli immigrati. Prima che tornasse a casa dalla madre, nel 2006, e si chiudesse in isolamento fino a dar vita al suo alter-ego libresco, Breivik fu respinto da una donna bielorusa che aveva contattato attraverso un sito di appuntamenti. Era andato a trovarla a Minsk, e lei era andata a Oslo. Alcuni dei suoi amici hanno supposto che questo fosse stato, per lui, l’ultima goccia, o l’ultimo tentativo di costruirsi una vita normale.

Dietro di lui, però, rimane il problema dell’integrazione, del rapporto tra culture, della violenza tra gruppi. Cosa si può imparare dalla tragedia di Utoya?
È una questione importante, ma diversa per ogni Paese. In Norvegia l’integrazione è stata un successo sotto molti aspetti. Gli immigrati, dicono le ricerche, hanno un alto grado di mobilità sociale; studiano, trovano lavoro e hanno un altro grado di fiducia nello stato e nelle istituzioni sociali, e anche negli altri cittadini. Un processo che è stato aiutato dalla ricchezza petrolifera e dal boom economico. Per tradizione, la Norvegia è una società perlopiù mono-etnica, per cui il razzimo e l’ostilità sono questioni serie. Le ultime ricerche, però, indiano che, in crescente contatto con gli stranieri, i norvegesi sono diventati più tolleranti. Dopo il 22 luglio, i livelli di fiducia tra i gruppi sociali e tra indiviui e società sembrano essere cresciuti. Almeno nel breve periodo. Chi dice il contrario, sbaglia.