Armi italiane ai militari birmani, nonostante l’embargo

Armi italiane ai militari birmani, nonostante l’embargo

Le forze armate del Myanmar comprano armi italiane, nonostante l’embargo sancito dall’Unione Europea. È una vicenda strana, quella arrivata in Parlamento durante i giorni di Natale. Una storia che riguarda la presunta vendita di cannoni alla marina militare dell’ex Birmania, sebbene l’Ue abbia recentemente prorogato il divieto di esportare armi e sistemi militari nel paese asiatico. A sollevare il caso è il deputato del Movimento Cinque Stelle Gianluca Rizzo, che pochi giorni fa ha chiesto ufficialmente un chiarimento al governo. Al centro del caso c’è una fornitura di cannoni navali compatti Oto Breda da 76 mm, presenti su alcune unità della marina del Myanmar. In particolare, si legge nell’interrogazione depositata a Montecitorio il 19 dicembre, le armi sarebbero già in uso «sulla fregata Aung Zeya e sulle tre corvette classe Anawrahta». 

È una fornitura che ci riguarda da vicino. Come spiega il documento della Camera, l’azienda che produce queste armi è Oto Melara, «una controllata di Finmeccanica di cui l’azionista di maggioranza è il governo, nello specifico il Ministero dell’Economia e delle Finanze». Nulla di male se una delle nostre aziende fa affari all’estero, anzi. I dubbi emergono, però, se da oltre vent’anni il Paese destinatario degli armamenti sia sottoposto a embargo da parte dell’Unione Europea. È il caso del Myanmar. Come spiegano i grillini, nei confronti dell’ex Birmania «c’è un embargo di armi e sistemi militari decretato dal Consiglio dell’Unione europea già dal 1991».

Effettivamente la decisione 2013/184/PESC del Consiglio parla chiaro. Pur revocando tutte le misure restrittive precedentemente adottate nei confronti del Paese asiatico, il 22 aprile 2013 si è stabilito di confermare l’embargo sulle armi e tutto il materiale che può essere utilizzato a fini di repressione interna. Il documento è stato recentemente prorogato fino al prossimo aprile. «Sono vietati la vendita, la fornitura, il trasferimento o l’esportazione al Myanmar/Birmania – si legge nel primo articolo – di armamenti e materiale connesso di qualsiasi tipo, comprese armi e munizioni, veicoli e materiale militari, materiale paramilitare e relativi pezzi di ricambio, nonché materiale che potrebbe essere utilizzato a fini di repressione interna, da parte di cittadini degli Stati membri o in provenienza dal territorio degli Stati membri ovvero mediante navi o aeromobili battenti bandiera degli stessi, siano tali armamenti o materiali originari o non di detto territorio». 

Non è tutto. Rispetto a quelle disposizioni, l’Italia non avrebbe mai goduto di particolari eccezioni. Stando a quanto denunciano i parlamentari grillini, della presunta autorizzazione all’esportazione dei cannoni navali verso il Myanmar non c’è traccia in nessuna delle relazioni inviate in Parlamento dai governi che si sono succeduti dal 1990 a oggi. «E nemmeno nelle relazioni ufficiali dell’Unione Europea, nelle quali i governi nazionali sono tenuti a riportare armamenti e materiali militari che esportano nel mondo». Ecco il mistero. Se davvero la fornitura di cannoni al Myanmar fosse stata autorizzata ed effettuata dall’Italia, alcune di queste relazioni dovrebbero tenerne conto. Così come in alternativa dovrebbe esserci traccia dell’eventuale «concessione di licenze di fabbricazione e trasformazione o adattamento di materiali e mezzi (militari) in loco o a Stati terzi». E invece nulla. 

Eppure le armi italiane ci sono, in dotazione ad alcune fregate e corvette della marina militare del Myanmar. Sono state persino fotografate. L’interrogazione dei Cinque Stelle cita come fonti il sito di informazione britannico della rivista IHS Jane’s. Ma soprattutto un informato articolo di Giorgio Beretta, apparso alcune settimane fa sulla testata giornalistica Unimondo. «Le tre corvette missilistiche di Myanmar – si legge in questa approfondita inchiesta – sono dotate principalmente di sistemi russi, indiani e di missili cinesi, ma “il cannone navale Oto Breda da 76 millimetri sembra essere diventato il nuovo standard di cannone di medio calibro in dotazione alla Marina militare birmana” riporta Global Security, un altro autorevole sito di informazione militare».

In assenza di qualsiasi autorizzazione, come è stato possibile vendere armamenti a un paese sottoposto a embargo? L’interrogazione del deputato Cinque Stelle ipotizza che la fornitura dei cannoni navali alla marina del Myanmar sia stata effettuata attraverso l’India. Così almeno si legge nel documento depositato a Montecitorio. «Come riporta un articolo pubblicato sul sito internet del mensile indiano Force a commento della visita di una delegazione della Marina militare indiana alle varie aziende del gruppo Finmeccanica nel novembre del 2012, Oto Melara (l’azienda che produce i cannoni navali Oto Breda) ha un “accordo aperto” (“an open agreement”) con la Bharat Heavy Electricals Ltd (BHEL) che avrebbe la licenza di produrre questi cannoni già dal 1995».

Nessun’accusa. Piuttosto la richiesta di un chiarimento al governo. «Molto spesso – racconta il deputato Rizzo primo firmatario dell’interrogazione – il Parlamento risulta essere l’ultimo a sapere di vicende così delicate e questo caso è emblematico. Vogliamo capire se un’azienda italiana a totale controllo pubblico elude la normativa che vieta la vendita di armi a quei paesi, in questo caso il Myanmar, soggetti a misure restrittive».

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