«Galan in carcere resta presidente commissione cultura»

«Galan in carcere resta presidente commissione cultura»

Come la pensano gli italiani lo si può comprendere anche dalle lettere ai giornali. C’è un sito, in Italia, che, quotidianamente, pubblica le lettere più interessanti, www.carodirettore.eu, nato per iniziativa dell’Azienda di soggiorno e turismo di Bolzano. Linkiesta ne propone qualcuna, rimandando al sito i lettori che vorranno avere un panorama ancora più vasto di ciò che gli italiani scrivono ai giornali, quotidiani e periodici.

Repubblica 21 gennaio

Galan agli arresti e ancora presidente di commissione

Ad aprile le riforme dovrebbero investire la cultura, settore che il presidente del Consiglio ritiene giustamente strategico per il Paese. La Commissione Cultura della Camera, l’organo parlamentare con il quale il governo dovrà realizzare la riforma, è presieduta dall’on. Giancarlo Galan, ex ministro della Cultura, condannato per un reato gravissimo: ha intascato milioni di euro di tangenti per il Mose. Reo confesso, ha patteggiato una condanna a due anni e dieci mesi, dopo 78 giorni di carcere, il 9 ottobre scorso ha ottenuto gli arresti domiciliari. Resta parlamentare (5000 euro al mese) e presidente della Commissione. Interpellati dal M5S, il presidente della Repubblica, il presidente della Camera, il capogruppo di Forza Italia alla Camera hanno spiegato che non è nelle loro facoltà rimuovere il presidente di una Commissione. Ma come è possibile realizzare una riforma del settore, in queste condizioni? Quale può essere la credibilità delle istituzioni e dei partiti, che da un lato annunciano lotta alla corruzione e dall’altro mantengono in un ruolo chiave un uomo con la fedina penale di Galan?

Oliviero Ponte di Pino, olivieropdp@gmail.com

Io sono Charlie Chaplin e non Charlie Hebdo

Discordo con l’articolo di Rodotà ne la Repubblica del 16 corrente. Egli non può appellarsi alla laicità dello Stato per scartare quanto papa Francesco dice contro le offese alla religione. Anche — e soprattutto — la laicità prevede il limite del rispetto altrui, la tolleranza verso le idee diverse, il ripudio della offesa gratuita delle altrui culture. È una questione civica, morale, culturale; non solo e non tanto religiosa. Ha circolato fra gli islamici soprattutto la vignetta di Charlie Hebdo che raffigura un Corano trafitto da pallottole con la scritta «Il Corano è merda, non protegge dalle palle/pallottole». Non ho capito in cosa dovrebbe far ridere, ma, viste le reazioni collettive dell’Occidente, essa rappresenterebbe l’ideale della libertà di pensiero, di stampa, di espressione che stanno alla base della democrazia, dei diritti dell’uomo, della nostra società libera. Ma allora qualcuno mi può spiegare come invece dovrebbe essere un disegno che volesse puramente offendere un’altra cultura e mostrare solo gretta ignoranza dei valori altrui, gratuita irrisione dei sentimenti di una civiltà millenaria di due miliardi di persone e arrogante intolleranza per idee diverse dalle nostre? Quali altri caratteri dovrebbe avere uno schizzo in matita per contraddire i nostri principi di coesistenza pacifica? Per questo «io sono Charlie Chaplin, e non Hebdo»; Chaplin sì che sapeva come fare satira politica, senza grezza provocazione e senza offendere una civiltà che storicamente è stata ben più tollerante della nostra.

Angelo Persiani, ex ambasciatore in Uzbekistan, Tagikistan e Svezia

Il defunto alla Rai è il de cuius

Ho consultato in questi giorni il sito web della Rai per conoscere le modalità di pagamento del canone di abbonamento. Sono rimasto stupito dal modo involuto, burocratico e difficilmente comprensibile con il quale la tv pubblica si rivolge ai propri abbonati. L’apice lo si raggiunge con l’indicazione su come disdire l’abbonamento di un proprio congiunto, ahimé, deceduto. La Rai afferma che si potrà in tal caso ottenere «l’annullamento del canone tv, seguendo le indicazioni riportate nell’art. 10 del RDL 246/38 con indicazione della data e del luogo del decesso del de cuius ». Incommentabile.

Enrico Franzin, enrico.franzin72@gmail.com

Corriere della Sera 21 gennaio

Assicuriamoli i volontari che vanno in zone pericolose

I volontari che si recano in aree a rischio per fare del bene, dovrebbero innanzi tutto proteggersi da soli: collegarsi a missioni internazionali viaggiando in ampi gruppi protetti senza allontanarsi, ad esempio. Ma sarebbe anche giusto che le loro organizzazioni (o loro stessi) stipulassero polizze assicurative in grado di rifondere i capitali versati per il riscatto.

Tullio Craincevich, Asola (Mn)

Ma un europarlamentare (Salvini) può dire che l’Italia fa schifo?

Può un europarlamentare, leader di un partito, permettersi di dire che l’Italia fa schifo, la democrazia è morta e mandare a quel paese chi gli ha cassato la proposta di referendum sulla legge Fornero? Può partecipare a una competizione elettorale per governare l’Italia con queste opinioni?

Mariagrazia Gazzato, Mirano (Ve)

Stampa 21 gennaio

No, con il turbante non si va a canestro

L’Italia è il Paese dove chiunque si lamenta del fatto che non si rispettano le regole, salvo poi prendersela con i pochi che, facendole rispettare, compiono in fondo il loro dovere siano essi vigili urbani, addetti di Equitalia o arbitri di basket. Mi riferisco al caso del ragazzo sikh cui l’arbitro ha impedito di giocare col turbante una partita ufficiale di basket. Proprio perché il campo da gioco sportivo dovrebbe essere una zona franca da qualunque credo religioso o politico e nel quale valgono appunto le regole dello sport in questione, non capi sco perché l’arbitro avrebbe mai dovuto lasciare giocare il ragazzo col turbante. Il regolamento del basket, molto semplicemente, lo vieta. Se poi pensiamo che dietro a ogni regola di questo tipo c’è sempre una ragione volta a evitare infortuni o situazioni pericolose, il divieto diventa sacrosanto: supponiamo che il turbante avesse poi provocato un infortunio o un danno, saremmo ancora pronti a biasimare l’arbitro per la sua rigidezza o lo accuseremmo di non aver fatto il suo dovere? La religione di appartenenza deve sicuramente essere rispettata, ma questo è di fatto avvenuto: infatti non si è costretto il ragazzo a giocare senza turbante ma gli si è impedito di giocare con il turbante. Sembrerà una questione di lana caprina invece credo, soprattutto in questo periodo, sia doveroso distinguere le due situazioni . 

Massimiliano Spasaro, Asti  

ItaliaOggi 21 gennaio

Dovremmo essere tutti Giovanni Falcone

Tutti distratti dai fondamentalisti islamici dell’Isis, dimentichiamo che i terroristi noi ce li abbiamo da anni in casa nostra. Come chiamereste altrimenti i mafiosi, gli ndranghetisti e i camorristi che fanno affari con i sempre corruttibili uomini delle amministrazioni italiane? Nous sommes tous Charlie? No, dovremmo essere tutti Giovanni Falcone.

Carlo Olivi