Il disastro della melassa di Boston

Il disastro della melassa di Boston

C’è un aneddoto della storia di Boston che ritorna di tanto in tanto nel folklore locale, nei racconti dei tassisti e nelle visite guidate della città. In alcuni giorni d’estate, quando l’aria si fa particolarmente calda e afosa, per le strade del North End – uno dei quartieri più vecchi di Boston – si sente nell’aria un odore dolciastro.

L’odore estivo, prosegue l’aneddoto, è la conseguenza di un’enorme inondazione di melassa che ha colpito la zona poco dopo la Prima guerra mondiale. Se non ci fosse una piccola placca commemorativa nel North End, piazzata a metà degli anni Novanta dalla Bostonian Society, a indicare un luogo preciso e una data – il 15 gennaio 1919 – il racconto potrebbe essere scartato come una leggenda metropolitana.

Ma l’episodio è vero – e quello a cui si riferisce è uno dei peggiori disastri industriali nella storia della città, di certo il più bizzarro. A lungo confinato alle curiosità della storia locale, la vicenda è stata ricostruita in Dark Tide, un libro del 2004 del giornalista Stephen Puleo, che ha mostrato come, al di là dei particolari curiosi, la Grande Inondazione della Melassa di Boston sia anche uno spaccato esemplare della storia americana di allora.

«Un ingrediente essenziale della democrazia americana»

Che cosa ci faceva un deposito di milioni di litri di melassa a pochi passi dal porto di Boston? La melassa, un sottoprodotto della lavorazione della canna da zucchero, percorreva da secoli la rotta marittima che dalle piantagioni di Porto Rico, di Cuba e delle Indie Occidentali arrivava nel New England.

Fin dal Seicento le navi avevano portato quel liquido viscoso, di colore rosso scuro, che i mercanti occidentali, insieme agli altri prodotti locali, avevano ottenuto in cambio di schiavi prelevati sulle coste africane.

Nelle colonie americane, la melassa era presente nella dieta quotidiana di molte persone per dolci che facevano parte della tradizione del giovane paese, come il pan di zenzero natalizio. Fino a dopo la Prima guerra mondiale, infatti, il prezzo dello zucchero era così alto da fare della melassa un’alternativa economica come dolcificante.

Soprattutto, la melassa serviva per la distillazione delle bevande alcoliche, su tutte il rum, che era uno dei prodotti più rinomati dell’industrioso New England – e una delle merci di scambio principali per gli schiavi africani, creando quel famoso “commercio triangolare” che si studia sui libri di storia.

Il commercio della melassa era così importante per l’economia delle Americhe che il Parlamento britannico approvò nel 1733 un Molasses Act, diretto soprattutto a stroncare per via legislativa la concorrenza delle piantagioni francesi e olandesi. Fu un atto largamente inefficace, aggirato tramite il contrabbando, e gli inglesi dovettero tornare sulla materia nel 1764. Con il Sugar Act vennero imposte nuove tasse e strette regolamentazioni sui coloni americani, per cercare di far cassa e di far rispettare la legge di trent’anni prima.

Gli industriosi coloni reagirono con proteste organizzate e slogan – il più popolare dei quali sarebbe diventato senz’altro no taxation without representation – e di lì a pochi anni avrebbero avviato la ribellione aperta contro il Regno Unito. La melassa al centro della storia americana, dunque? Se l’affermazione sembra ardita, ci si dovrà fidare di quello che scrisse nel 1818 John Adams, il secondo presidente degli Stati Uniti, uno dei Founding Fathers. Adams dichiarò, in una lettera a un amico giudice, con la grafia svolazzante e l’abuso di maiuscole dell’epoca:

«Non so perché dovremmo arrossire confessando che la Melassa fu un Ingrediente essenziale nell’Indipendenza Americana. Molti grandi Eventi sono nati da cause ben più piccole».

Il serbatoio

Cent’anni più tardi della lettera di Adams, la melassa non serviva più solo per la distillazione del rum. Quando la Prima guerra mondiale scoppiò in Europa, gli Stati Uniti mantennero a lungo una precaria neutralità sul fronte diplomatico, ma cominciarono presto a rifornire le nazioni alleate di materiale bellico. L’industria americana degli armamenti, negli anni successivi al 1914, crebbe con tassi in doppia cifra e aiutò a creare migliaia e migliaia di posti di lavoro.

Con essa crebbe il commercio della melassa, che serviva ora nella produzione di alcol industriale, usato in solventi, coloranti, detergenti e molti altri prodotti per un paese in rapida industrializzazione. Ancora più importante per lo sforzo bellico, l’alcol industriale serviva nella fabbricazione di esplosivi, come la dinamite.

Tra i maggiori produttori di alcol industriale c’era l’United States Industrial Alcohol Company o USIA. La società, con sedi a Baltimora, New York e Boston, decise nel 1915 di costruire un enorme serbatoio per lo stoccaggio nella melassa in una delle più vitali aree commerciali di Boston, in un’area stretta tra Commercial Street e l’interno del porto. Le trattative per l’acquisto del terreno andarono per le lunghe, e l’impianto venne finito in fretta e furia negli ultimi giorni del 1915, appena in tempo per accogliere i 2,5 milioni di litri di melassa di una grande nave della Cuba Distilling Company, una delle società di proprietà dell’USIA.

Il serbatoio era una gigantesca struttura circolare d’acciaio, dipinta di grigio, che dominava su tutta la zona con i suoi 15 metri di altezza e il diametro di 27 metri. Poteva contenere oltre 8 milioni di litri di melassa ed era di gran lunga il serbatoio più grande dell’USIA. Ma la domanda di alcol industriale era alle stelle e di lì a poco, con l’entrata in guerra degli Stati Uniti nell’aprile del 1917, non avrebbe fatto che aumentare.

Gli anarchici italiani

La posizione era stata scelta con cura: dalla posizione vicino al mare la melassa poteva essere riversata in centinaia e centinaia di migliaia di litri dalle grandi navi da trasporto e rimanere in deposito per settimane.

Nel frattempo, quantitativi più ristretti venivano caricati sui treni merci che la trasportavano fino all’impianto di distillazione poco lontano, a East Cambridge, dove la melassa veniva trasformata in alcol per il rum – e soprattutto, per oltre l’80 per cento, in alcol industriale da rivendere ai più grandi fabbricanti di materiale bellico degli Stati Uniti, così come ai governi del Regno Unito, della Francia e del Canada.

Nel corso del solo 1918, il serbatoio fu riempito fino al livello dei 2 milioni di galloni – 7,5 milioni di litri – ben sette volte e solo alla fine dell’anno, con l’armistizio, la domanda conobbe un calo dopo anni di crescita ininterrotta.

Ma c’era qualcosa che impediva ai vertici dell’USIA di stare del tutto tranquilli. Il North End di Boston era uno dei quartieri più antichi della città e un tempo uno dei più lussuosi. Già dalla metà dell’Ottocento, però, gli immigrati tedeschi e quindi gli irlandesi che sfuggivano alla rovinosa carestia delle patate degli anni Quaranta ne avevano fatto il primo slum della città.

Poi fu la volta degli italiani, parte dell’ondata migratoria di oltre 4 milioni di persone provenienti dal nostro paese che, tra fine Ottocento e inizio Novecento, cambiò la faccia di molte città americane. Boston non fece eccezione. Nel 1910, il North End – poco più di un chilometro quadrato – ospitava trentamila persone, di cui oltre 28 mila italiane. Gli irlandesi se ne erano andati verso altre zone della città come South Boston e Charlestown, anche se qualche famiglia rimaneva nel vecchio quartiere.

Gli italiani, specialmente meridionali – oggetto di alcune delle campagne denigratorie più violente degli Stati Uniti – tendevano a stare per conto loro, erano mediamente più poveri e meno istruiti degli altri gruppi e non avevano molto interesse nella politica: solo un quarto di loro era cittadina americana. Anche per quello il serbatoio venne costruito nel loro quartiere: era più difficile che protestassero, o che trovassero rappresentanza politica per fermare il progetto.

La comunità italiana aveva al suo interno anche una categoria che dava parecchio da pensare alle autorità: gli anarchici. Fortemente antimilitaristi, gli anarchici italiani avevano tra i loro bersagli principali – oltre al governo statunitense e al capitalismo in generale – anche le aziende che facevano profitti con lo sforzo bellico. Erano particolarmente attivi a Boston – la città di Sacco e Vanzetti – e nel North End.

Nel giugno del 1916 un pacco bomba venne trovato inesploso sotto uno dei cinque serbatoi di melassa, molto più piccoli di quello di Boston, che l’USIA gestiva a Brooklyn, New York. Il 18 dicembre dello stesso anno, una grossa bomba alla dinamite esplose nella stazione di polizia di Salutation Street, a pochi isolati dal serbatoio del North End.

Pochi giorni dopo venne autorizzata la costruzione di una recinzione metallica intorno al serbatoio, ma nei mesi successivi gli anarchici rimasero in subbuglio: volantini inneggianti alla violenza contro il governo oppressore continuarono ad apparire nel quartiere, mentre giornali come Cronaca sovversiva – con sede a pochi chilometri da Boston – presero a pubblicare articoli critici della leva militare una volta che gli Stati Uniti furono entrati in campo a fianco di Francia e Regno Unito.

Alla fine del 1918, grazie a nuove leggi sull’immigrazione passate dal Congresso, alcuni tra i leader anarchici più importanti degli Stati Uniti, parecchi dei quali italiani, ricevettero un ordine di espulsione. Nelle parole del Bureau of Immigration, erano «tra gli stranieri più pericolosi che si trovano ancora in questo paese». Nel North End la situazione era molto tesa.

Il disastro

L’USIA rafforzò la sorveglianza intorno al serbatoio, che poteva facilmente essere considerata un bersaglio, ma non rallentò le attività. Da molti mesi, il serbatoio appariva in cattivo stato. Le tubature perdevano tutte le parti, la melassa colava dagli interstizi del rivestimento metallico lungo le pareti esterne dipinte di grigio, e i bambini del vicinato si intrufolavano nella recinzione per raccogliere il liquido in barattoli e portarselo a casa.

Oltre a questo, in occasione dei riempimenti la struttura gemeva e strideva in modo inquietante. Un dipendente dell’impianto di nome Isaac Gonzales era così preoccupato dalle perdite e dai rumori da dormire, per mesi di fila, in un piccolo ufficio a fianco del serbatoio, pensando di poter dare prima l’allarme in caso di disastro – ma aveva smesso dopo che all’ufficio era arrivata una telefonata anonima che minacciava di far saltare tutto.

Gonzales aveva avvertito molte volte i suoi superiori, e in particolare il responsabile in loco dell’impianto William White e il suo superiore Arthur Jell, ma questi si erano limitati, nell’agosto del 1918, a fare ridipingere il grigio della struttura in marrone scuro, in modo che le perdite si notassero di meno. Il primo settembre 1918, esasperato, Gonzales aveva lasciato il suo lavoro e si era arruolato nell’esercito.

Ai primi di dicembre del 1918, in previsione di un enorme carico di melassa in arrivo da Cuba a metà gennaio, i gestori dell’impianto decisero di rifare l’isolamento della struttura, già rifatto un’altra volta qualche anno prima. Gli operai finirono pochi giorni prima di Natale – e le perdite sulle pareti scomparvero.

La nave da trasporto Miliero arrivò nel porto di Boston poco dopo le undici di mattina di domenica 12 gennaio 1919. Trasportava cinque milioni di litri di melassa, poco meno di metà da trasferire nel serbatoio del North End e il resto destinato agli impianti dell’USIA di Brooklyn. Le operazioni di scarico cominciarono quella quieta domenica mattina e proseguirono fino alle 10.40 del mattino successivo. La temperatura era gelida, ben sotto lo zero. Poco tempo dopo la Miliero aveva lasciato la banchina ed era diretta nuovamente verso il mare aperto.

La melassa depositata dal Miliero era ancora relativamente calda: la nave aveva seguito la corrente del Golfo e le stesse proprietà della sostanza avevano impedito che si raffreddasse troppo rispetto a quella che era rimasta per settimane a gelare nel serbatoio. Dopo la consegna, la melassa calda e quella fredda si mescolarono e cominciò un processo di fermentazione, che produsse gas. Questo aumentò la pressione sulle pareti della struttura, che ora era piena fino alla sua capacità massima.

Alle 12.41 di mercoledì 15 gennaio 1919 la struttura collassò. Le pareti non ressero la pressione della melassa e dei gas creatisi negli ultimi giorni, le giunture tra i pannelli di acciaio saltarono e 8,5 milioni di litri di liquido viscoso fuoriuscirono con un boato in tutte le direzioni, creando un’ondata alta più di sette metri, larga cinquanta e che viaggiava a cinquanta chilometri l’ora. La marea scura trascinò con sé gli enormi pannelli metallici delle pareti.

La marea di melassa spazzò via parte del lungomare e percorse centinaia di metri dell’affollata Commercial Street, la via più importante del North End. Travolse case, capannoni, automobili. Una stazione dei pompieri venne sradicata dalle fondamenta e quasi gettata nell’acqua. Alcuni bambini che stavano raccogliendo legname da ardere ai piedi della struttura furono sommersi; il corpo di Pasquale Iantosca, dieci anni, venne trovato solo cinque giorni dopo sotto un vagone ferroviario.

Le squadre di soccorso, aiutate da un centinaio di marinai delle navi da guerra di stanza nel porto, si trovarono davanti uno scenario di guerra: il lungomare devastato, edifici in rovina, persone intrappolate che gridavano per avere aiuto. Per ore, molto dopo che il sole fu calato, le squadre lavorarono a soccorrerle prima della morte per asfissia o per le ferite. Gli ospedali della zona vennero invasi da decine di persone bisognose di assistenza e le pareti si sporcarono del sangue e dell’onnipresente sostanza marrone scuro.

Una decina di cavalli delle scuderie comunali vicino al lungomare, rimasti intrappolati nella melassa e incapaci di muoversi, vennero uccisi dalla polizia a colpi di pistola. La casa della famiglia Clougherty, una struttura di legno di tre piani, venne travolta dall’ondata e scagliata contro un pilone della ferrovia sopraelevata che correva vicino al serbatoio. La sessantacinquenne Bridget Clougherty morì poco dopo essere stata estratta dalle macerie, mentre i suoi tre figli e altri due inquilini sopravvissero.

Un’ora dopo il disastro, la melassa nelle zone intorno al serbatoio era ancora alta fino alle ginocchia. La temperatura si era alzata negli ultimi giorni, ma era ancora solo qualche grado sopra lo zero e la melassa cominciava a seccarsi. I pompieri provarono a ripulirla usando l’acqua delle pompe, ma scoprirono che solo l’acqua salata del mare aveva qualche effetto. La melassa era dappertutto, il suo odore dolciastro riempiva l’aria. La marea aveva disegnato sui muri delle case di Commercial Street una linea scura che segnava il livello a cui era arrivata la prima ondata.

Il giorno del disastro morirono 11 persone e altre dieci sarebbero morte nei giorni successivi. Centocinquanta rimasero ferite.

Dopo il disastro

Il Boston Post dedicò il titolo di apertura al disastro, naturalmente, e così sarebbe stato per almeno una settimana, ma l’altra notizia che si contendeva la pagina era quella del trentacinquesimo stato americano a ratificare il Diciottesimo emendamento della Costituzione, che vietava la produzione e la vendita delle bevande alcoliche. Solo uno mancava, ora, prima che tre quarti dei 48 stati avessero appoggiato il provvedimento e cominciasse una nuova era di sobrietà imposta per legge.

Il 36esimo stato fu il Nebraska, che ratificò l’emendamento nel pomeriggio del 16 gennaio: dopo un periodo di un anno per prepararsi agli effetti della legge, una nuova era della società americana – il cosiddetto Proibizionismo – sarebbe cominciata il 17 gennaio 1920. A Boston, ancora sconvolta dal disastro, le campane delle chiese salutarono la notizia suonando a festa.

Ma nella città il vero oggetto di discussione era un altro: che cosa aveva causato il crollo del serbatoio e l’inondazione mortale della melassa? Non tutti credevano a una semplice fatalità. D’altra parte, quando il sindaco Andrew Peters era arrivato sul posto a poche ore dalla tragedia aveva detto ai giornalisti che sarebbe stata aperta un’inchiesta per determinare le cause dell’«esplosione» e accertare le responsabilità.

La scelta del termine non era casuale: il sindaco, evidentemente, non credeva che si fosse trattato di un incidente. Forse, pensavano in molti, c’erano di mezzo gli anarchici. La stessa convinzione fu espressa poco dopo il sindaco dall’ufficio legale della USIA, che parlò subito di «qualcosa da fuori» all’origine del disastro. Il serbatoio, aggiunsero gli avvocati dell’azienda, era solido e sicuro.

Il disastro della melassa avviò un’aspra battaglia legale per accertare le responsabilità. I residenti del North End avviarono una delle prime class action della storia del Massachusetts contro l’USIA e per mesi, durante le udienze, si scontrarono i fautori di una pista “anarchica” e quelli che invece credevano in un crollo strutturale.

Ci vollero quasi dieci anni prima che la giustizia americana stabilisse che il collasso del serbatoio fu dovuto alla scarsa attenzione per la sicurezza da parte dell’USIA, aiutata dalla quasi totale assenza di controlli e leggi che regolamentavano gli affari delle grandi società – e senza nessun coinvolgimento degli anarchici italiani.

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