“Birdman” batte “Boyhood”, il cinema batte la vita

“Birdman” batte “Boyhood”, il cinema batte la vita

Questa edizione degli Oscar è stata decisamente interessante. A giocarsi la statuetta più ambita sono stati due grandissimi film: Boyhood , di Richard Linklater e Birdman, di Alejandro G. Iñárritu. Due film per molti aspetti opposti, ma che, da vere opere d’arte, hanno giocato una grande partita, quella dell’imitazione della realtà.

Boyhood è un film bellissimo, toccante, profondo, splendidamente scritto e splendidamente girato. Ma c’è un ma, perché quel che rende Boyhood un film straordinario e stupefacente è il fatto che Linklater, per imitare la vita, ha usato la vita stessa, girando il film lungo l’arco di dodici anni, dodici anni in cui Ellar Coltrane — il protagonista — è cresciuto, dodici anni in cui Ethan Hawke e Patricia Arquette (che ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista) sono invecchiati.

Linklater, per imitare la vita, ha usato la vita stessa

È successo veramente, non è una finzione cinematografica, e vedere gli anni che scorrono davanti agli occhi è una delle cose più emozionanti che possano capitare a uno spettatore seduto sulla poltroncina di un cinema. Per questo quando si esce dalla sala — ve lo assicuro perché è capitato anche a me — si grida al capolavoro. E non si sbaglia, perché Boyhood è un capolavoro. Ma Birdman lo è di più.

Birdman è un film pazzesco, girato con grande maestria, sia sul piano della realizzazione tecnica — con serie di piani sequenza mozzafiato e una recitazione splendida soprattutto da parte di Michael Keaton e Edward Norton — sia sul piano dell’invenzione creativa, con una sceneggiatura complicata e stordente, scritta da Alejandro Iñárritu, Nicolás Giacobone, Alexander Dinelaris e Armando Bo, che giustamente si sono portati a casa l’Oscar di categoria.

Boyhood imita la realtà, e lo fa con la realtà. Birdman parla della realtà, e lo fa con la finzione. Entrambi sono emozionanti, ma Birdman a parità di emozioni tocca di più, perché è arte pura, ovvero finzione, e lo è al livello massimo, quello che la rende autosufficiente e autogenerata.

La grandezza di Birdman dipende da Birdman

La grandezza di Birdman dipende da Birdman, dipende dalla genialità di chi ha scritto la sceneggiatura, di chi ha recitato le parti, di chi ha tenuto in mano la cinepresa. La grandezza di Boyhood, invece, pur essendo scritto in maniera sopraffina (una scrittura progressiva nel corso degli anni, una cosa praticamente mai vista), recitato in maniera sopraffina e girato in maniera sopraffina, non dipende solo da se stesso, dipende da qualcosa che è fuori da sé, ovvero dalla vita che scorre al di là della macchina da presa.

Se la sfida dell’arte è una sfida lanciata contro il tempo che scorre e contro la caducità della vita, Birdman vince la sfida con 119 minuti bellissimi ed emozionanti che portano la realtà un passo oltre rispetto a dove l’avevano trovata. Boyhood invece, coi suoi 166 minuti altrettanto emozionanti, è un esperimento che ha una parte di potentissima bellezza, e una parte di mostruosità. È una specie di Frankenstein del cinema, un unicum irripetibile, una creatura che si è cibata del tempo delle persone che l’hanno recitato.

L’operazione di Linklater ricorda un’altra operazione, che vive nella finzione letteraria di un romanzo del Novecento, un capolavoro dell’argentino Adolfo Bioy Casares, il romanzo breve L’invenzione di Morel. Il protagonista è un fuggitivo senza nome che si ritrova su un’isola strana, nel cui cielo si muovono due soli, popolata da persone che apparentemente non lo vedono, tra cui una ragazza di cui il protagonista si innamora. Nel corso del romanzo il fuggitivo scopre l’arcano: quelle persone non sono persone, ma immagini di persone, un gruppo di amici invitati sull’isola da Morel che, morendo, sono stati cristallizzati nella finzione per sopravvivere all’eternità. Linklater, in qualche modo, è Morel.

L’arte esiste per cristallizzare il tempo, per rendere eterno — o almeno illuderci di poterlo fare — ciò che per definizione non è lo è per niente, ovvero la vita, l’amore, l’amicizia. Il macchinario di Morel, come il film di Linklater è la possibilità di un’invenzione di un’opera d’arte mostruosa, un’opera d’arte che richiede al proprio inventore e ai suoi protagonisti un sacrificio di sangue.

Se il prezzo è la vita, il sacrificio è inutile, perché l’arte, è un’illusione

Per Morel il prezzo è la vita, e il sacrificio è inutile, perché la sua macchina, come l’arte, è un’illusione: la vita, l’amore, l’amicizia che quella macchina infernale replicano hanno solo l’aspetto esteriore di quel che erano e quel che resta è un’illusione pagata con la vita. Per Coltrane il prezzo è la finzione di una giovinezza, una giovinezza che non è la sua, chiaro, ma che, rispetto alla sua, rimarrà per sempre in una irripetibile opera d’arte.

Se non fosse stato girato in dodici anni, se gli attori non ci invecchiassero davanti, Boyhood sarebbe così grandioso? Non possiamo saperlo, ma intanto che ci poniamo la domanda, il Birdman di Inarritu lo supera a destra, senza freccia, basandosi solo su se stesso, su una straordinaria e irripetibile creatività. Questo è il cinema, non altro.