ISIS: a Mosul la madre di tutte le battaglie

ISIS: a Mosul la madre di tutte le battaglie

Perché Mosul?

Mosul, o Mossul, è una città di quasi due milioni di abitanti, la seconda dell’Iraq dopo la capitale Bagdad e, in questo momento, è il punto strategico fondamentale dello scacchiere mediorientale, un punto chiave da cui dipendono le sorti dell’offensiva alleata contro le forze dello Stato Islamico, che dal 10 giugno dello scorso anno hanno il controllo completo della città.

Ma non è semplicemente la dimensione a fare di Mosul il punto strategicamente decisivo per l’equilibrio politico dell’Iraq e di tutta l’area, tutt’altro. L’importanza di Mosul dipende da altri due fattori, molto più importanti: l’acqua e il petrolio, due parole che in Iraq e in tutto il Medio Oriente significano “Energia e Potere”.

Acqua e petrolio, ovvero energia. E non è un caso che, all’inizio di agosto, poco più di un mese dopo aver preso Mosul, i miliziani dello Stato Islamico conquistarono un sito ancor più decisivo della città , un sito che dista circa 40 chilometri a nord, poco meno di un’ora di macchina da Mosul: la diga sul Tigri, la quarta più grande di tutto il medio oriente, caduta nelle mani dell’IS il 7 agosto del 2014.

In quei giorni di agosto, lo Stato Islamico fu duramente colpito dai bombardamenti della coalizione, soprattutto da quelli statunitensi, il cui obiettivo, prima ancora della città, era la diga. Dopo alcuni giorni di bombardamenti e di aspri combattimenti in cui furono coinvolte le milizie curde dei Peshmerga, alle 11 circa del 18 agosto, la diga fu riconquistata.

Fu una vittoria importante per la coalizione: la diga di Mosul, infatti, ha una capacità di circa 11 miliardi di metri cubi d’acqua, sviluppa circa 750 MW di potenza e non soltanto è alla base dell’approvvigionamento idrico ed elettrico di tutto il nord dell’Iraq, ma è anche considerata una potenziale arma di distruzione di massa, tanto che u n rapporto statunitense del 2006 la definisce «la diga più pericolosa del mondo». Il suo crollo, sempre secondo il rapporto USA, genererebbe un’onda distruttiva sul Tigri alta quasi venti metri.

Nel luglio del 2014 — circa un mese prima delle operazioni intorno alla diga di Mosul — Michael Stephen, direttore del think tank Royal United Services Institute, di base in Qatar, intervistato dal Guardian denunciò la gravità della situazione :

«Il controllo delle acque è strategico per il controllo della città e delle campagne circostanti. Stiamo assistendo a una vera e propria battaglia per il controllo idrico. L’acqua in questo momento l’obiettivo strategico primario di tutti i gruppi che si scontrano in Iraq. È questione di vita o di morte. Se controlli le acque in Iraq puoi aver presa addirittura su Bagdad, e puoi creare problemi molto grandi. L’acqua è essenziale per questo conflitto

Oltre alla perdita del controllo dell’acqua, la conquista di Mosul da parte dello Stato Islamico ha minacciato anche l’altra faccia della “medaglia energetica”, una medaglia che è di interesse decisivo sia per i miliziani sunniti, sia per le forze della coalizione: il controllo della produzione e dello smistamento del petrolio .

Oltre alla diga, nel distretto di Mosul — ma anche nei territori curdi più a nord — sorgono una parte sostanziale dei pozzi petroliferi iracheni — l’Iraq, lo ricordiamo, è il quarto paese produttore di petrolio dell’OPEC ( dati 2013) — ma soprattutto, il distretto di Mosul è sempre stato il fulcro di una rete di distribuzione capillare decisiva per le esportazioni di petrolio iracheno, una rete che, per fare un esempio, poteva contare su una pipeline di quasi 1000 chilometri che, per più di una decina d’anni, tra il 1935 e il 1948, portava il petrolio dal distretto di Mosul ad Haifa, e che oggi invece ha la sua linea più importante nella pipeline Kirkuk-Ceyhan, che porta il petrolio direttamente in Turchia.

Secondo quanto scriveva Bloomberg nel 2014 , il passaggio del petrolio sulla linea Kirkuk-Ceyhan è interrotto a causa della guerra dal marzo 2014, interruzione che, secondo Paul Sullivan, analista esperto di Medio Oriente della Georgetown University di Washington, insieme alla ormai catastrofica instabilità dell’area, ha bloccato tutti gli investimenti. «Chi mai investirebbe», si chiedeva Sullivan a poche ora dalla conquista dell’IS di Mosul, «centinaia di milioni, o addirittura miliardi dollari in una zona in cui le forse dell’IS possono attaccare in ogni momento?».

La centralità di Mosul per l’intero scacchiere mediorientale la riassume bene, e in una sola battuta, Walid Jumblatt, uno dei principali politici libanesi, leader della comunità drusa, che intervistato dal giornalista britannico Robert Fisk all’indomani della conquista di Mosul da parte dello Stato islamico, nel giugno del 2014, disse laconicamente: «Il patto Sykes-Picot è morto» .

“Skyes-Picot” — un abbinamento di due nomi che in Medioriente suona un po’ come quello tra Molotov e Ribbentrop — è il patto segreto che Francia e Gran Bretagna strinsero quasi un secolo fa, nel 1916, per spartirsi il controllo del Medio Oriente in seguito alla caduta, fragorosa, dell’Impero Ottomano nella Prima guerra mondiale, un accordo che sancì il predominio inglese sulle risorse petrolifere e che è utile tenere a mente quando di parla di crisi mediorientale, tanto che per molti analisti è proprio lì che bisogna andare a scavare per capire veramente da dove nasce l’instabilità dell’area, ma anche per misurare l’esatta dimensione del problema.

L’offensiva è alle porte

Mosul è dunque il primo obiettivo per la coalizione, decisivo per colpire duramente e indebolire strutturalmente lo Stato Islamico in Iraq. Da mesi sono in corso combattimenti tra le truppe irregolari dei peshmerga curdi e i militanti dello Stato Islamico, ma fino a qualche mese fa gli sforzi per creare i presupposti per la conquista della città erano stati vani.

Nel settembre del 2014, il politico curdo Roz Nuri Shaways, uno dei leader del Kurdistan Democratic Party e comandante peshmerga, aveva dichiarato all’AFP che le forze curde non erano ancora in grado di sferrare un attacco decisivo per riconquistare la città di Mosul . «C’è bisogno che una serie di condizioni si avverino prima che si possa lanciare una qualunque offensiva», disse Shaways, citando tra le altre anche la necessità di una forte cooperazione internazionale a sostegno degli sforzi militari curdi.

Era la metà di settembre. Ora, a distanza di più di quattro mesi dalla sue dichiarazioni, qualcosa sembra essere cambiato, soprattutto sul fronte della cooperazione internazionale. Paradossalmente, l’elemento di rottura pare proprio essere stata una mossa dello Stato Islamico, ovvero la barbara esecuzione del pilota giordano Muadh al-Kasasbeh, bruciato vivo dopo essere stato catturato a fine dicembre 2014, seguita poi dalla pubblicazione di un video che, se ha indignato l’Occidente, ha fatto infuriare la Giordania, che ha deciso di conseguenza di reagire, e di reagire molto duramente.

Secondo quanto riportano fonti curde, confermate anche dalla CNN, i bombardamenti della coalizione si sono fortemente intensificati proprio a partire da giovedì, nelle ore seguenti alla diffusione del terrificante video dell’esecuzione di al-Kasabeh, e le forze aeree giordane sono state in prima linea.

Lo conferma anche il blogger Mosul Eye — attivo da mesi a Mosul, ma la cui affidabilità non è ancora stato possibile confermare ufficialmente, visto anche il completo anonimato da cui pubblica — che domenica 8 febbraio ha pubblicato un nuovo report su Facebook :

All’una del pomeriggio del 7 febbraio 2015 Mosul ha assistito alla seconda ondata di quelli che sono i più aggressivi bombardamenti aerei da quando sono cominciate le operazioni della coalizione per riconquistare Mosul. Gli attacchi di oggi sono stati i più massicci di questa prima parte di febbraio e i civili li hanno soprannominati “La rappresaglia di Muadh al-Kasasbeh”.

Non è possibile verificare le informazioni pubblicate da Mosul Eye, ma la credibilità di quanto afferma è in questo caso dimostrata dalle dichiarazioni giordane. In particolare, il generale Mansour Al-Jbour, a capo della Royal Jordanian Air Force, ha dichiarato domenica 8 febbraio che le forze dell’IS sono state duramente colpite dai propri F-16, sia in Iraq, su Mosul, sia in Siria. Secondo quanto ha riportato l’agenzia di stampa giordana Petra — citata dal Washington Post — «gli aerei giordani avrebbero distrutto anche alcuni centri di addestramento e alcuni depositi di armi usati dai miliziani», «Questo è solo l’inizio», si legge in un comunicato stampa dell’esercito giordano citato tra gli altri dal New York Times, che minacciosamente conclude con un «ora vedrete chi sono i giordani».

L’offensiva aerea giordana non è però la principale minaccia che grava ora sullo Stato Islamico in Iraq. Perché i fronti aperti — e più minacciosi — sono quelli di terra, che potrebbero diventare ben presto due. Il primo è quello curdo, già aperto da mesi nel nord dell’Iraq, e che proprio qualche giorno fa ha registrato l’avanzata delle forze peshmerga a nord ovest di Mosul, dove avrebbero conquistato 7 villaggi , avvicinandosi alla città nel tentativo di accerchiarla.

Il secondo, quello che potrebbe risultare decisivo, è il fronte sud, quello in cui sono ora impegnate le forze militari irachene, che avrebbero già preso la città di Baiji, avanzeranno molto presto verso Tikrit, per poi procedere verso Mosul. «Non voglio scendere nei dettagli», ha dichiarato Haider al-Abadi, il primo ministro iracheno, dopo il suo incontro con la cancelliera tedesca Angela Merkel — con cui ha trattato per dei nuovi aiuti militari tedeschi— «ma si tratta di un’operazione estesa e complessa, basata sull’equipaggiamento e l’approvvigionamento delle truppe regolari irachene e dei Peshmerga curdi, ma anche sulla collaborazione ai più alti livelli tra il governo centrale iracheno e quello della regione del Kurdistan».

Da ultimo, secondo quando ha riportato la CNN, gli Stati uniti starebbero accumulando informazioni sullo stato delle difese dello Stato Islamico a Mosul per valutare e, nel caso, preparare, una offensiva di terra con truppe americane a supporto di quelle irachene. A quel punto la tenaglia sarebbe pronta a chiudersi su Mosul e su buona parte dei territori iracheni ora sotto il controllo dell’IS.

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