La guerra in Libia uccide le aziende italiane

La guerra in Libia uccide le aziende italiane

L’avanzata dell’Isis in mezzo alla guerra civile. Gli aeroporti chiusi e i villaggi fuori controllo. La Libia è sospesa tra ipotesi di interventi militari e soluzioni politiche. Intanto nell’ex regno di Gheddafi si consuma una via crucis afona e dolorosa, quella delle aziende italiane. Costrette a chiudere i cantieri, a sospendere le commesse, rientrare in patria o, in alcuni casi, a continuare il lavoro mantenendo un basso profilo. Sarebbero alcune decine i nostri imprenditori ancora “in trincea” nel paese nordafricano. Con un miliardo di euro di crediti pubblici non riscossi. Un film già visto nel 2011 e ricominciato da mesi, che brucia soldi e speranze. «Il danno è difficilmente quantificabile ma parliamo di centinaia di milioni di euro persi solo in questi giorni». Gian Franco Damiano è il presidente della Camera di Commercio italo-libica. Anni di viaggi e relazioni, oggi sottolinea il paradosso: «Le richieste di mercato sono aumentate, le aziende vorrebbero tornare il prima possibile anche perché in Libia c’è il desiderio di rinnovare le infrastrutture e fare partnership internazionali».

Il Belpaese è il primo partner commerciale della Libia. Petrolio e gas ma non solo. Il legame ha retto nonostante mille turbolenze, con un interscambio complessivo di quasi 11 miliardi di euro (calato del 50% dal 2008) e 1.569 aziende italiane coinvolte in operazioni commerciali. Amore e odio post coloniale. Durante la dittatura del Colonnello e dopo la sua caduta gli italiani sono stati i benvenuti. «Ai tempi di Gheddafi – racconta un manager di lungo corso – un nostro cliente, un ente pubblico, ci mostrò una lettera in cui il Raìs chiedeva di affidare i lavori dando la priorità alle aziende italiane». È la storia di imprese che in Libia hanno delocalizzato o aperto rami d’azienda. Qui hanno fatto affari e amicizie. All’ultima Fiera delle costruzioni e dell’edilizia “Libya build” c’erano 55 imprese tricolori. Eventi internazionali e incontri di business anche al lussuoso hotel Corinthia di Tripoli, assaltato dai terroristi a fine gennaio. Oggi il ponte d’oro scricchiola: nei primi sei mesi del 2014 l’export dell’Italia verso la Libia è stato pari a 1,732 miliardi (-15,4%) e l’import a 3,054 miliardi (-58,6%). Complice la guerra interna, sempre più imprenditori sono stati costretti a fare i bagagli per problemi legati a sicurezza, pagamenti e approvvigionamento materiali. Adesso domina il pessimismo. Chiusa l’ambasciata a Tripoli e organizzato il rimpatrio dei connazionali a febbraio, la Farnesina rimarca «l’imprescindibilità per gli operatori economici di guardare al mercato libico con un approccio cauto e oggettivo». 

L’attentato all’hotel Corinthia (Mahmud Turkia/AFP/Getty Images)

Sul campo, oltre all’eroica testimonianza del vicario apostolico di Tripoli Giovanni Innocenzo Martinelli, restano progetti ambiziosi e infrastrutture sospese. Dall’accordo Berlusconi-Gheddafi che valeva cinque miliardi ai piani di ricostruzione post-dittatura. Le aziende temono per il futuro e affrontano i crucci del presente. Chi deve riportare i macchinari in patria e chi prova a coordinare i dipendenti a distanza. La guerra ostacola la logistica, i movimenti diventano sempre più difficili. Riccardo Zago è il vicepresidente della Ferretti International, impresa di costruzioni bergamasca. «Nel 2008 – racconta a Linkiesta – avevamo un portafoglio di 100 milioni di euro di progetti da realizzare in Libia, abbiamo portato lì macchine e attrezzature per 10-12 milioni che ora sono chiuse nei cantieri, coi lavori fermi perché è impossibile continuare in queste condizioni». La Ferretti ha una filiale a Misurata dove operano un direttore libico e alcuni dipendenti, mentre i supervisori italiani sono stati evacuati. «Il futuro? Sono molto scettico, vorremmo ultimare i progetti che già subirono una battuta d’arresto con la rivoluzione del 2011. Ma stavolta ho avvertito grande timore anche da parte dei nostri partner libici».

Il dopo-Gheddafi sembrava schiudere una nuova stagione economica di ricostruzione e investimenti. Ma la guerra civile è tornata a paralizzare gli operatori. Vuoti di potere, tribù in lotta, rapimenti e logistica incerta. A marzo 2014 l’Istituto per il Commercio Estero censiva 133 imprese italiane stabilizzate in terra libica. Colossi come Unicredit, Iveco ed Eni ma soprattutto decine di pmi. Realtà attive in manutenzione, impiantistica, infrastrutture, infissi, food. «Abbiamo 300 aziende associate – spiega il presidente Damiano – alcune hanno chiuso o alleggerito la loro presenza in Italia e si sono riconvertite in Libia. Le nostre pmi rappresentano il meglio sul mercato». In molti casi incarnano una seconda vita per imprenditori che, ostacolati dall’asfissia del mercato italiano, hanno trovato lavoro e guadagni al di là del Mediterraneo.

Il ristorante italiano a Tripoli (foto Tripadvisor)

«Mai mi sarei sognato che un Paese ricco come il nostro obbligasse i suoi cittadini ad andare all’estero». Chi parla è Giuseppe Cirina, un imprenditore immobiliare veneto. Con la crisi decise di trasferirsi in Libia e nel 2012 apriva un ristorante italiano nel centro di Tripoli,subitodiventato il punto di riferimento per connazionali e uomini d’affari. «Organizzavamo feste, incontri di business, cene tra branch manager e operai». Nel suo locale, primo classificato su Tripadvisor, si attovagliavano delegazioni ONU, ministri e compagnie petrolifere. «Poi la situazione si è fatta pesante, era come stare in carcere, rapimenti e spari, in città c’era l’anarchia ed è cominciata la grande fuga degli occidentali». Tentennano anche gli ospiti istituzionali del ristorante: «Anticipavano la cena alle 18 per motivi di sicurezza». E nell’agosto del 2014, complici gli avvisi dell’ambasciata, Cirina decide di tornare in Italia.

Oggi tutto è fermo, o quasi. Dopo la ritirata della Farnesina, in data 15 febbraio, «sono rimasti alcuni imprenditori italiani nei pressi di aree estrattive e altri nei settori di manutenzione e servizi». Il presidente della Camera di Commercio fa sapere che i nostri connazionali in Libia «sono più di quelli ufficialmente censiti, oltre sessanta, mantengono un profilo basso ma continuano a lavorare». Un contesto non facile per le pmi, cui si aggiunge il nodo dei crediti vantati nei confronti delle istituzioni libiche. Circa un miliardo di euro. Soldi che hanno fatto fallire alcune imprese e che ne tengono altre con l’acqua alla gola. Tutto senza il potere di lobbying che possono esibire le grandi multinazionali. «La situazione – fanno sapere – è congelata per gli attuali conflitti ma speriamo di riaprire il tavolo quanto prima».

L’ambasciata d’Italia a Tripoli (Mahmud Turkia/AFP/Getty Images)

Con la chiusura di ambasciata e consolato la Camera di Commercio rimane uno dei pochi punti di riferimento per gli italiani in Libia. L’ufficio di Tripoli è aperto, segnala «paura» per l’imprevedibilità delle mosse dei miliziani. Oltre ai jihadisti ci sono i «delinquenti puri» tornati in libertà grazie all’apertura delle galere del 2011. Ma il mercato non vorrebbe fermarsi. «In Libia – racconta Damiano – sono abituati a vivere situazioni critiche, hanno un modo “arabo” di concepire la realtà, con meno preoccupazioni di noi. Capita che rimangano senza corrente elettrica, in questo periodo scarseggiano i carburanti». Oggi le aziende italiane «non aspettano altro che tornare in Libia, sanno che ci sono enormi potenzialità». In questi giorni schivano gli inviti in tv, aspettano in silenzio. L’orizzonte resta il Mediterraneo. D’altronde, ripetono gli imprenditori, coi libici hanno instaurato un rapporto privilegiato. Relazioni salde, conoscenze ramificate. «Nessuna corsa all’oro, siamo arrivati con umiltà e rispetto ma soprattutto con la voglia di stare in Libia» chiosa il restaurant man Giuseppe Cirina, che laggiù conserva amici e progetti. Le parole d’ordine per gli italiani in trasferta? Fiducia e affari, anche durante i tumulti. «Negli scontri del 2011 – ricordano alla Ferretti International – il personale libico portò al sicuro i nostri connazionali, ci hanno sempre salvaguardato». Non è un caso che l’ambasciata d’Italia a Tripoli sia stata l’ultima struttura occidentale a chiudere, a febbraio 2015. «Non è mai stata attaccata – sottolinea Gian Franco Damiano – nè ha subito violenze, questo significa qualcosa». 

Nicolò Casassa è area manager di Libia, Malta e Sudan per la Safet, azienda torinese presente in Libia dal 1969. «Avere una sede in loco è un fattore decisivo – spiega a Linkiesta – puoi avere il prodotto migliore del mondo, ma laggù servono conoscenze e “vita sociale” per aumentare le possibilità di business». La Safet ha creato una società di diritto libico con sede a Janzour, attualmente “congelata” per la situazione del Paese. Lì Casassa si fermava almeno una settimana ogni mese, firmava contratti importanti. «Ma siamo pronti a tornare appena possibile, è un mercato ottimo e i libici amano gli italiani, ti accolgono come fossi uno di loro, corrono ad aiutarti se ti si ferma l’auto in tangenziale». Nel 2014 la Safet ha effettuato due forniture in Libia giunte al porto di Tripoli, che è tuttora operativo. «Prima della rivoluzione del 2011 era uno degli scali più attivi al mondo, con piani di espansione molto importanti». Poi la situazione è precipitata. Cosa vuol dire, per un’azienda, lavorare nell’instabilità della guerra? «Oltre ai problemi di sicurezza e incolumità – prosegue Casassa – significa rischiare di trovare il porto chiuso, il cliente impaurito che si tira indietro, le spedizioni che saltano e i pagamenti che vengono bloccati».

La parata delle forze di sicurezza a Tripoli (Mahmud Turkia/AFP/Getty Images)

C’è il “peccato originale” della guerra a trazione francese del 2011, disconosciuta da molti uomini d’affari italiani. Gli addetti ai lavori masticano amaro anche davanti all’escalation post-Gheddafi. La vedono come una gigantesca occasione persa dal nostro Paese, che aveva la chance di giocare un ruolo chiave nella transizione libica. A partire dalla leadership economica, «mai sfruttata pienamente». Pace e stabilità interna erano le parole d’ordine per rilanciare il mercato. Piovono accuse di «dilettantismo» nei confronti di scelte politiche rivolte ad altri scenari, lontani dal paradiso nordafricano che oggi ha le sembianze dell’inferno. «Noi Italia avevamo tutte le carte in regola, relazioni eccellenti e canali aperti, ma siamo stati fermi». Qualche conferenza internazionale, nulla di fatto. «Una politica estera inconsistente». Le elezioni del giugno 2014 hanno sancito una Libia spaccata, la stessa che avrebbe chiesto un coinvolgimento diretto di Romano Prodi come intermediario nella trattativa interna allo Stato africano. Silenzi e immobilismo fino a queste ultime settimane in cui alcuni ministri sono arrivati a paventare l’intervento militare. «Pensare di andare giù con gli scarponi dei soldati è una spinta suicida – chiosa Damiano – significa non conoscere la storia, il territorio e le persone». Secondo il presidente della Camera di Commercio «serve una soluzione politica che contempli un tavolo tra Tripoli e Bengasi e il dialogo tra le tribù, sono una decina quelle che contano».

Ma il problema non è solo in Africa. «Da parte dei paesi occidentali c’è spesso un’asimmetria culturale ed economica. Non emerge nessuna strategia nè comprensione nei confronti di realtà come la Libia, che non interessano per partnership ma solo per energia e petrolio, quasi in un’ottica neocolonialista». In questi giorni l’ONU prova a far ripartire i negoziati tra i due Parlamenti di Tobruk e Tripoli. Le milizie di Misurata e Zintan siglano una tregua, dalla Francia si avvicina la portaerei Charles De Gaulle e a Tripoli un’attivista anti-Califfato è stata uccisa a colpi di pistola. Intanto le aziende italiane restano in apnea, con un prezioso capitale di relazioni e lavori che ora traballano. Il presidente Damiano si dice «pessimista con la ragione perché ottimista nella volontà». Lo scenario libico, spiega, è diverso da quello di Siria e Iraq. «La Libia ha un reddito pro capite alto e un’ottima redditività dal petrolio, i libici hanno tutto da perdere. Ma in questo momento io sono preoccupato per l’atteggiamento dell’Occidente».