Scrivere bene non basta più

Scrivere bene non basta più

Non di sola scrittura vive l’uomo, o meglio quelli che lo fanno si contano sulle dita di una mano. Alcuni mesi fa avevamo provato a rispondere ad una domanda difficilissima: quanto guadagna uno scrittore? Lo spunto per quella riflessione ci veniva da una ricerca, la Digital Book World and Writer’s Digest Author Survey, dalla quale emergeva che la maggior parte degli autori intervistati guadagnavano meno di 1000 $ all’anno. Una situazione non più rosea in Italia, se pensiamo che una ricerca condotta nel 2010 evidenziava la presenza di decine di migliaia di autori dei quali molto meno dell’1% viveva della propria scrittura.

Non che questa sia una novità o una conseguenza di una crisi che si piglia tutte le colpe. È da quando si parla di romanzo infatti che si parla anche di scrittori o aspiranti tali che fanno qualsiasi tipo di lavoro per sbarcare il lunario nell’attesa di sfondare con la loro arte. Quello che è cambiato oggi sono le dinamiche, i meccanicismi e gli interlocutori della scena editoriale, che si sono fatti sempre più complicati e numerosi, a fronte di una domanda di lettura che va invece assottigliandosi. Come emergere in un questo scenario così affollato?

La situazione attuale ha portato il settimanale britannico The Economist a interrogarsi sul fenomeno, utilizzando un termine per definire quale deve essere l’attitudine dello scrittore, o aspirante tale, nella scena editoriale contemporanea: authorpreneurship. Si tratta, come facilmente comprensibile, di un neologismo nato dall’unione tra la parola authorship e il termine entrepreneurship, imprenditorialità, che sta a suggerire che uno scrittore oggi deve essere sempre più un business man, un imprenditore di se stesso. E non è un’invenzione dell’Economist, ma un termine che circola da un po’, al punto che con una veloce ricerca on line scoprirete che nel 2014 è uscito addirittura un manuale dal titolo The 7 step guide to authorpreneurship , ovvero come approcciare la vostra carriera di scrittore come un business.

Tornando all’articolo dell’Economist, l’autore parte da una premessa lapalissiana: per emergere oggi come scrittore serve molto di più di una buona idea e di una bella prosa. Gli autori devono concepire se stessi come un brand da promuovere con vere e proprie strategie di marketing, per farsi notare in una scena caratterizzata da: un maggior numero di competitor a fronte di un numero ristretto di lettori, un numero inferiore al passato di librerie che possano ospitare nuovi titoli, nuovi interlocutori e mezzi rispetto alla vecchia critica “cartacea”. Un po’ di numeri per sostenere le affermazioni sopra: vi basti pensare che negli Stati Uniti nel 2013 sono stati pubblicati 1,4 milioni di libri cartacei (cifra esorbitante, non viene precisato a quale statistica si fa riferimento), un numero cinque volte superiore a dieci anni fa. In Italia ci possiamo rifare al solito rapporto Istat sulla produzione e lettura di libri, in base al quale nel 2013 i circa 1.600 editori attivi censiti hanno pubblicato 61.966 titoli ed hanno stampato oltre 181 milioni di copie: circa tre per ogni cittadino italiano. Una sproporzione tra domanda e offerta che balza subito agli occhi.

E cresce anche il numero di interlocutori di un autore. Per quanto riguarda infatti quelli che potremmo definire influencers, nel senso di persone che influenzano con la loro opinione l’andamento delle vendite di un libro, non si fa più riferimento a una manciata di critici blasonati, ma il web ha spalancato le porte a una miriade di interlocutori che non possono essere ignorati. Per non parlare del fenomeno tutto americano delle celebrities , che semplicemente con il loro comportamento e le loro letture influenzano le scelte di un bacino molto ampio di utenti. Avete presente l’effetto Zuckerberg ? Recentemente il fondatore e CEO di Facebook ha lanciato una sorta di club del libro nel quale ogni due settimane viene letto un libro; facile immaginare come le sue scelte abbiano fatto impennare le vendite dei titoli scelti. La figura più simile che abbiamo in Italia è Fabio Fazio.

Va da sé che in questa giungla gli editori decidano di concentrare i propri sforzi sulla promozione di quei pochi titoli e argomenti che possono garantire un successo di vendite , abbandonando a se stessi gli altri titoli (e autori) meno popolari. L’auto promozione diventa quindi una necessità non tanto e non solo per gli aspiranti scrittori, ma anche per quelli già attivi da tempo se non addirittura affermati, che devono ad esempio dotarsi di addetti stampa personali, quando fino a pochi anni fa facevano affidamento sugli staff di PR delle case editrici.

Quali sono dunque le strategie che l’articolo consiglia all’autore imprenditore? Se ambire a un premio importante o a un adattamento hollywoodiano del proprio testo non è esattamente un obiettivo alla portata di tutti, un vero business author dovrebbe provare a comparire nella lista dei bestseller, delle quali la più importante negli Stati Uniti è quella del New York Times, lista nella quale non si entra per la quantità totale di copie vendute ma per la velocità, ovvero per le vendite della prima settimana, nelle quali rientrano anche i pre order. Quindi gli autori più astuti fanno in modo che la gente acquisti il libro prima della pubblicazione, come Eric Ries, esperto di imprenditoria e innovazione, che ha fatto un pre-book tour per creare interesse intorno al suo libro e ha iniziato a venderlo online un anno prima della pubblicazione. Ha funzionato, come si può vedere dalla copertina del suo libro che vanta la presenza del titolo nella NYT bestseller list. Ma lo stratega si può spingere oltre: è noto nel settore infatti che il Times compila la sua lista monitorando le vendite di qualche migliaio tra librerie, catene e venditori online e non è difficile, anche pagando, procurarsi queste informazioni e “pilotare” la presenza dei propri titoli in quei punti vendita. O ancora rilasciare il proprio libro nei periodi più tranquilli, nei quali la competizione è minore.
E se non si riesce con il Times, Amazon è una buona seconda scelta, soprattutto per gli e-book a prezzi molto bassi, che possono facilmente scalare la classifica, come dimostra ilsuccesso di molti titoli self published.

Tornando alle considerazioni iniziali, è noto che pochissimi autori possono vivere solo con la vendita dei libri. Anche gli autori di maggiore successo devono integrare ricorrendo a conferenze, consulenze e insegnamento, con tariffe a volte molto alte. Una prassi così diffusa che Simon & Schuster ha da poco dichiarato che venderà online dei video corsi tenuti da alcuni suoi autori. Un’evoluzione simile per certi versi a quella che ha recentemente vissuto il mercato musicale, nel quale una volta bastava vendere dischi, mentre oggi la gran parte delle entrate proviene dai concerti. Insomma, volente o nolente, lo scrittore deve diventare un volto noto per i proprio fan.
Pubbliche relazioni, presenza sui social network, tour e conferenze. Se siete riusciti nell’impresa di pubblicare il vostro romanzo, non credete di essere arrivati: è adesso che comincia il lavoro vero.

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