Achzivland, lo stato indipendente che Israele non vuole

Achzivland, lo stato indipendente che Israele non vuole

“Io sono il presidente di un Paese molto piccolo. Ma comunque ho un mare di problemi con il governo israeliano”. A parlare non è il presidente libanese, o giordano, o palestinese. Ma Eli Avivi, presidente e anche unico abitante di Achzivland, uno staterello non riconosciuto composto da una casa vicino al confine con il Libano, nel nord di Israele. Eli Avivi ha 85 anni, abita lì dal 1950 e ha da sempre un contenzioso in atto con il governo di Israele. “È cominciato quando hanno chiesto i miei territori per farne una base. Io mi sono rifiutato e ho chiesto aiuto a Ben Gurion, che mi ha dato una mano”, riconoscendo il suo diritto di proprietà su due edifici. E chiedendogli, in cambio, di prestarsi a diventare un agente per lo Shin Bet. Si tratta di tantissimo tempo fa.

Achvizland è microscopica. Dei cancelli blu segnano il confine, ma non c’è nessuna procedura di ingresso. I visitatori arrivano e salutano il presidente. C’è un Parlamento, ma non ha mai funzionato. Un elettore (sempre Eli Avivi), che non ha mai votato. Una bandiera che rappresenta una sirena, un inno nazionale (il suono del mare) e una Costituzione.

All’inizio Eli Avivi faceva il pescatore, organizzava feste, scattava fotografie osé (ne ha a milioni nel suo magazzino) ospitava hippie (la voce gira fino a coinvolgere Paul Newman e Sofia Loren). Poi, nel 1963, il governo decise di costruire un parco al posto del Paese abbandonato. Nel progetto anche le case di Avivi dovevano essere distrutte. “Era il secondo atto della mia battaglia”. Si scontrerà con un bulldozer (che lo ferirà), fotograferà tutto e alla fine la spunta. La sua proprietà viene diminuita, recintata (vecchi metodi sempre buoni) e gli viene negato l’accesso alla spiaggia.

“Allora, per protesta, io e mia moglie strappammo i nostri passaporti e dichiarammo Achviz uno stato indipendente”. Era il 1971. Andarono in prigione, vennero multati, ma il fatto finì sui giornali e Eli ne approfittò per una conferenza stampa. Il nuovo stato, non riconosciuto, è nato. La notorietà vera però arrivò con l’attacco, via mare, di un gruppo di palestinesi di al Fatah. Erano sbarcati di notte a Achviz con l’intenzione di rapire Eli e portarlo in Libano, ma non ha funzionato: entrati in casa, si sono trovati di fronte la moglie di Eli con il fucile spianato. “Una bella bionda armata fino ai denti”, ride Eli. Da quel giorno siamo finiti sui giornali, accrescendo la nostra notorietà. Fu il periodo del botto: nel 1972 Eli organizza una sua Woodstock, che divenne un evento storico per tutto il Paese.

Da quel momento comincia il declino. Le autorità sottraggono territorio, Eli si lamenta, ma la situazione, nella sostanza, procede in una direzione. Alla fine si è raggiunto un accordo: Eli paga al governo una tassa per l’accesso al mare, e il governo riconosce, in modo sottile, inespresso, la sua sovranità su quell’area. “Non mi hanno mai lasciato fare il mio piccolo staterello. Hanno pensato che fossi un nemico di Israele. Non è vero”.

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