Giovani anziani, gli over 65 che non si sentono vecchi

Giovani anziani, gli over 65 che non si sentono vecchi

Una nuova regione grande come la Toscana. Entro il 2030 la popolazione italiana conterà 3,5 milioni di individui in più sopra la soglia dei 65 anni. Non semplici anziani, ma “giovani anziani”, quelli tra i 65 e i 74 anni, come li chiama la ricerca “Non mi ritiro”, curata da un team di sociologi, demografi e psicologi dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, che da tempo studia il fenomeno dell’active aging (invecchiamento attivo). Sono la generazione dei baby boomer, oggi così numerosi da mettere in crisi anche il welfare tradizionale, ma che costituiscono una fascia importante per i consumi. La maggior parte di loro è in pensione, alcuni lavorano ancora, altri fanno le due cose insieme o sono impegnati tra associazionismo e volontariato. Anziani attivi, che non si sentono “vecchi” e che fanno da “generazione sandwich”: da un lato curando i propri genitori, i cosiddetti “grandi anziani”, dall’altro i figli, che spesso vivono con loro e che sono molto meno garantiti di loro.

In base al sondaggio effettuato dall’Università Cattolica su un campione di 900 soggetti residenti nelle 20 regioni italiane, nell’83,8% dei casi i giovani anziani sono in pensione, anche se tra loro è presente una quota di lavoratori-pensionati. «La scelta di mantenere un lavoro retribuito anche dopo la pensione», spiega Fausto Colombo, coordinatore della ricerca, «non è legata solo a necessità di tipo economico, ma è dovuta a percorsi di soddisfazione personali nella consapevolezza che la produttività lavorativa porti anche a un migliore invecchiamento».

Nel 73,3% dei casi i giovani anziani italiani sono sposati, il 4,2% è separato o divorziato, il 16,5% è vedovo. E quasi un quarto di loro (24,6%) ha ancora figli adulti a carico. «È un fenomeno tipico dell’Europa meridionale cresciuto con crisi economica», spiegano Giovanna Rossi e Donatella Bramanti, le due sociologhe che hanno curato la parte della ricerca dedicata alle relazioni familiari, «ma questo fenomeno è in crescita anche nell’Europa del Nord».

“C’è una attitudine di questa generazione a dare, anche se non per forza inquadrata in una logica di produttività in senso industriale”

Se per lo stato di salute i giovani anziani italiani si posizionano ben oltre la media europea, per quanto riguarda titolo di studio e professione si collocano invece alle ultime posizioni. Il tasso di occupazione nella fascia 55-64 anni risulta tra i più bassi nel mondo sviluppato: 36,6% nel 2010, dieci punti sotto la media dell’Europa a 27. Cosa non di poco conto, visto che, come è emerso dalla ricerca, gli over 65 che hanno maggiori risorse culturali possono contare anche su una rete di relazioni sociali più ricche. C’è comunque una forte differenza di genere: gli uomini sono quelli che sembrano godere di migliori condizioni sotto il profilo della salute e del livello di soddisfazione individuale, le donne sono invece soggette di più al rischio di isolamento, soprattutto nel Mezzogiorno.

L’Italia oggi ha il 27% di ultrasessantenni sul totale della popolazione, seconda al mondo solo al Giappone per longevità e tasso di invecchiamento. Da un lato la fecondità si è ridotta, fino a raggiungere nel 2014 il livello minimo dall’Unità d’Italia. Dall’altro l’aspettativa di vita è cresciuta di più rispetto alla media dei Paesi sviluppati: dal 1974 a oggi, per ogni anno vissuto la vita degli italiani si è allungata di tre mesi, toccando un’aspettativa di vita di 80,2 anni per gli uomini e di 84,9 anni per le donne. «La soglia in cui si entra nell’età anziana e si esce da quella adulta è slittata in avanti», spiega Alessandro Rosina, demografo dell’Università Cattolica. «Ed entro il 2030 ci saranno due over 65 ogni under 15».

I giovani anziani italiani non sono soggetti isolati. Il 33% di coloro che hanno risposto alla ricerca risulta attivo, il 53% appartiene al gruppo che “dà e riceve”. «Il ritratto che ne esce», si spiega nella ricerca, «è quindi quello di una fase della vita in cui sono ancora molto ricche le relazioni sociali e gli interscambi, ovvero una fase in cui già oggi la maggioranza delle persone è più una risorsa sociale che un peso». «C’è una attitudine di questa generazione a dare», dice Fausto Colombo, «anche se non per forza inquadrata in una logica di produttività in senso industriale». 

L’età in cui si è anziani dipendenti da qualcun altro slitta dopo i 75 anni. Prima, c’è un interregno in cui sono diffuse attività di ogni tipo, legate alla famiglia e non

L’età in cui si è anziani dipendenti da qualcun altro slitta dopo i 75 anni. Prima, c’è un interregno in cui sono diffuse attività di ogni tipo, legate alla famiglia e non. Con il volontariato in testa: secondo l’Istat, gli ultra 64enni volontari sono 703mila. «I giovani anziani fanno volontariato in associazioni di tipo intergenerazionale», spiega la sociologa Lucia Boccacin, nel team della ricerca. «Quello che è emerso è che non fanno solo volontariato, ma fanno anche volontariato, insieme a una serie di altre attività».

Compreso usare la tecnologia. Anche se in misura ridotta rispetto ai coetanei europei. Molto dipende dal bagaglio culturale e dalle condizioni economiche. Alcuni dei giovani anziani sono stati pionieri nell’uso del computer sul luogo di lavoro, ma solo il 16,7% dichiara di avere e usare un computer. «Le percentuali salgono nella fascia d’età tra i 65 e i 69 anni, dove chi possiede e usa un computer è il 20%», spiega il sociologo Piermarco Aroldi. «Questo significa che c’è una generazione che si sta digitalizzando anche se non è nativa digitale». Per quanto riguarda invece la frequenza nell’uso di Internet, il 71% degli anziani che dichiarano di connettersi a Internet va in Rete quasi tutti i giorni. «Chi comincia ad accedere a Internet lo fa in modo rilevante», dice Aroldi. Con il rischio che Internet diventi uno strumento di isolamento in casa. Chi usa la Rete lo fa per tenersi aggiornato, ma molti sono spaventati da possibili violazioni della privacy. Forse per questo gli iscritti ai social network sono pochi: tra gli uomini il 9,7% ha un profilo Facebook, tra le donne la percentuale scende al 5,5%; numeri ancora più bassi per Twitter, che si attesta all’1,3% per le donne contro il 3,7% per gli uomini.