Israele al voto, Palestina in bancarotta

Israele al voto, Palestina in bancarotta

Lo Stato che dà la cittadinanza a qualunque ebreo la richieda si prepara a rinnovare, per la ventesima volta dal 1949, la Knesset, il parlamento monocamerale composto da 120 membri in cui mai nessun partito ha ottenuto la maggioranza assoluta. Mancano poche ore alle elezioni in Israele. Questo voto – anticipato rispetto alla scadenza naturale del mandato – è stato voluto dal premier Benjamin Netanyahu in seguito alla cacciata dal governo degli ex ministri Tzipi Livni (Giustizia) e Yair Lapid (Finanze). Gli ultimi sondaggi – dopo il 13 marzo ne diviene illegale la diffusione – lo danno in leggero svantaggio: lo sfidante laburista Isaac Herzog, sostenuto dalla coalizione Zionist Camp (formata dal Labour e dal partito liberale, Hatnuah, guidato dalla Livni)  potrebbe ottenere tra i 3 e i 5 membri in più del Likud, partito del premier uscente. Ma questo potrebbe non bastare per ottenere un cambio di leadership.

L’opinione prevalente degli esperti è infatti che difficilmente potrà nascere un governo guidato da Herzog che non abbia il sostegno anche del Likud. Nel gioco delle alleanze Netanyahu può sperare di formare una coalizione con la destra nazionalista e con le formazioni religiose ultra-ortodosse, mentre Herzog – per escludere Netanyahu – si troverebbe di fronte alla missione impossibile di far convivere i laici socialisti di Meretz con l’estrema destra di Avigdor Lieberman, o il moderato Lapid proprio con quegli ultra-ortodossi con cui ha avuto scontri feroci fino alla sua cacciata dal governo. Gli scenari più probabili, dunque, vedono comunque al centro l’attuale premier: leader di un governo fortemente spostato a destra – anche se probabilmente mitigato da una forte ipoteca dell’ex Likud moderato, Moshe Khalon – oppure capo di una grande coalizione composta da Likud e Zionist Camp.

Israele arriva da anni in cui è stato ai margini delle dinamiche mediorientali

In entrambi i casi a livello macroregionale le cose non cambierebbero drasticamente. Al netto dell’esposizione mediatica, Israele arriva da anni in cui è stato ai margini delle dinamiche mediorientali. I suoi avversari regionali più agguerriti sono stati prima scossi dalle Primavere Arabe e poi coinvolti nella faida intra-religiosa tra sunniti e sciiti, usata da Iran e Sauditi come paravento per la loro lotta per l’egemonia. Con Netanyahu e il Likud ancora in posizione centrale nell’indirizzare la politica estera israeliana gli analisti si aspettano continuità: opposizione dura alla trattativa sul nucleare con l’Iran e ai suoi tentativi di emergere dall’isolamento internazionale; contrasto militare agli alleati di Teheran, specialmente all’Hezbollah libanese e al regime di Assad in Siria (pur mitigato dall’esigenza di non avvantaggiare l’Isis); partnership strategica con l’Egitto di Al Sisi (che pure non ha invitato Israele al recente summit di Sharm el Sheik) e con i Sauditi (l’attuale vicinanza è evidente ma non è un inedito nella storia); rapporti tesi con la Turchia di Erdogan (anche se – dovendo Ankara uscire dall’isolamento in cui l’ha sprofondata il sostegno ai Fratelli Musulmani nel dopo Primavere Arabe, e avendo come sponda più realistica l’Occidente – non si escludono cambi di rotta nel prossimo futuro) e con l’amministrazione Obama. 

Da dicembre 2014 Israele non trasferisce all’Anp i dazi doganali che riscuote per conto dei palestinesi in base agli accordi di Oslo. Questo come ritorsione per l’annuncio di Abu Mazen di voler denunciare Israele alla Corte Penale Internazionale

La questione su cui queste elezioni andranno ovviamente ad avere un impatto maggiore è quella della Palestina. Specularmente al disinteresse (o quasi) da parte dei suoi nemici storici verso Israele, negli ultimi anni è cresciuto anche quello verso la causa palestinese. Vecchi sostenitori (come il regime di Assad) e nuovi (l’Egitto pre-golpe guidato dai Fratelli Musulmani) hanno man mano chiuso i rubinetti, e se questo ha colpito più Hamas che al-Fatah le ultime decisioni del governo di Netanyahu hanno invece praticamente mandato in bancarotta l’Autorità Nazionale Palestinese (Anp). Da dicembre 2014 Israele non trasferisce all’Anp i dazi doganali che riscuote per conto dei palestinesi in base agli accordi di Oslo. Questo come ritorsione per l’annuncio di Abu Mazen di voler denunciare Israele alla Corte Penale Internazionale, non appena la Palestina vi avrà ufficialmente aderito ad aprile. I mancati trasferimenti ammontano a centinaia di milioni di euro, che coprono circa il 70% dei costi di funzionamento della burocrazia palestinese. Grazie ai sussidi europei e internazionali, pur con una riduzione degli stipendi di un terzo, l’Anp è riuscita ad andare avanti ma alla fine di questo mese le casse dovrebbero essere definitivamente vuote. 

Il rischio – secondo fonti diplomatiche dell’Unione europea che preferiscono rimanere anonime – è che a fronte di questa situazione, se riconfermata da un vittorioso Netanyahu, la Anp rinunci a gestire la sicurezza nei territori occupati (attualmente viene fatto in modo congiunto) e lasci a Israele il compito per intero. Questa ipotesi sarebbe tuttavia molto rischiosa anche per l’Anp, dal momento che sarebbero loro i primi e più facili bersagli per Hamas. Addirittura – sempre secondo fonti diplomatiche – si potrebbe arrivare a una decisione drammatica dell’Anp di rinunciare completamente a qualunque ruolo istituzionale – figlio degli accordo di Oslo – e scaricare su Israele tutti gli oneri di una potenza occupante. A quel punto con la Cisgiordania in rivolta la minaccia per la sicurezza di Israele diverrebbe gravissima. 

Abu Mazen, complice anche l’età anagrafica avanzata, sembra intenzionato a giocarsi il tutto per tutto e a ricattare Israele per ottenere importanti concessioni

Normalmente una minaccia di questo tipo non sarebbe ritenuta credibile: l’Anp è una struttura clientelare e abbarbicata al potere. Tuttavia Abu Mazen, complice anche l’età anagrafica avanzata, sembra intenzionato – secondo alcuni esperti – a giocarsi il tutto per tutto e a ricattare Israele per ottenere importanti concessioni, oltre al ripristino dei pagamenti dovuti. A quel punto potrebbero essere gli stessi generali israeliani di Tsahal (le Forze Armate) a consigliare a Netanyahu un atteggiamento più dialogante. Ma la finestra temporale è strettissima: dopo la denuncia ufficiale di Israele di fronte alla Corte Penale Internazionale (primi di aprile) il premier non potrebbe ripristinare i pagamenti all’Anp senza perdere la faccia, e fino al 17 marzo non può apparire debole in vista delle elezioni. La questione dovrebbe essere risolta nelle ultime due settimane di marzo per non esplodere.

Un governo senza Likud potrebbe inaugurare una nuova stagione di negoziati coi palestinesi, e lo scenario peggiore – quello di uno scontro totale con l’Anp – potrebbe essere allontanato. Al contrario un governo di coalizione potrebbe comunque non essere in grado di impedire il precipitare della situazione, con l’aggravante di lasciare la comunità internazionale orfana di interlocutori credibili alternativi al governo reo di aver infranto la legalità internazionale. Ma l’eventualità di un’uscita dalle stanze del potere di Netanyahu e del Likud è uno scenario su cui nessun analista si sente per ora di scommettere.

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