Portineria MilanoTorture alla Diaz? Sì, ma in Italia li abbiamo premiati

Torture alla Diaz? Sì, ma in Italia li abbiamo premiati

Per la Corte Europea dei diritti dell’uomo sono stati dei «torturatori», come si legge nella sentenza di martedì 7 aprile a seguito del ricorso di Arnaldo Cestaro. Ma i dirigenti della Polizia di Stato responsabili e colpevoli del massacro del 21 luglio del 2001 – 63 feriti, alcuni dei quali in maniera grave e permanente come il giornalista inglese Mark Covell, e 93 persone arrestate illegalmente – sono usciti puliti da uno dei fatti più gravi accaduti nel nostro Paese negli ultimi vent’anni. E se ai dirigenti è andata abbastanza bene, meglio è andata a chi si è macchiato di sangue in quella notte dell’estate del 2001. L’Italia è riuscita solo a condannarli con una sentenza della Cassazione del 6 luglio del 2012 per i reati di falso, mentre le lesioni sono finite in prescrizione per molti di loro, quelli che materialmente picchiarono i manifestanti. «È evidente che, se ci fosse stato all’epoca il reato di tortura con una prescrizione più alta, le cose sarebbero andate diversamente» spiega Mirko Mazzali, avvocato di diversi manifestanti milanesi che parteciparono al G8 di Genova. 

Per la mattanza della scuola Diaz durante il G8 di Genova c’è chi ha pagato, senza pentimenti di alcun tipo, ricevendo al massimo arresti domiciliari per quattro anni con l’interdizione a cinque dai pubblici uffici, come Francesco Gratteri. C’è invece chi ha avuto l’affidamento in prova, come Michele Burgio che piazzò le famose molotov. C’è chi alla fine ne è uscito assolto da ogni accusa o chi ha giovato in giudizio della prescrizione per i reati di lesione, come gli otto capisquadra del VII Nucleo Speciale della Squadra Mobile di Roma, i picchiatori.

Ma c’è soprattutto chi in questi anni ha lavorato ancora tra le forze dell’ordine, ha ricevuto promozioni in posizioni apicali della macchina amministrativa e operativa del nostro Stato, come Spartaco Mortola. E infine c’è a chi è andata meglio, con una consulenza per un’azienda statale come Finmeccanica o un lavoro nel Milan, al fianco di un giocatore come Mario Balotelli: parliamo di Filippo Ferri e Giuseppe Caldarozzi. Alla fine tutti hanno quasi finito di scontare le pene o sono già in libertà. Senza dimenticare che il capo della Polizia di allora, Gianni De Gennaro, oltre a non aver ricevuto condanne, è ora presidente proprio di Finmeccanica, dopo essere stato capo di gabinetto del ministero dell’Interno.

«I poliziotti che hanno aggredito Cestaro non sono mai stati identificati, non sono stati oggetto di un’inchiesta e sono rimasti dunque impuniti», hanno ricordato i giudici di Strasburgo che «deplorano che la polizia italiana abbia potuto impunemente rifiutarsi di fornire alle autorità competenti la cooperazione necessaria all’identificazione degli agenti che avrebbero potuto essere implicati negli atti di tortura», e notano che «sono stati prescritti in appello i delitti di calunnia, abuso della pubblica autorità, lesioni» riguardanti l’irruzione alla Diaz. La Corte considera che «la reazione delle autorità non è stata adeguata, se si tiene conto della gravità dei fatti», e questo «la rende incompatibile con gli obblighi procedurali derivanti dall’articolo 3 della Convenzione». Inoltre, i giudici di Strasburgo scagionano chiaramente la magistratura italiana da eventuali colpe nella vicenda giudiziaria. 

Ora, dopo la sentenza passata in giudicato, l’unica possibilità è l’introduzione del reato di tortura anche in Italia. Si tratta di una magra consolazione, perché coloro che poi sono stati condannati nel 2012 per la notte della Diaz furono subito promossi nel 2001, in posizioni di responsabilità per il rispetto dell’ordine pubblico. Tanto che, durante il processo alcuni avvocati della difesa, portarono come attenuanti proprio il curriculum professionale degli imputati. Fatti che l’avvocato di parte civile Francesco Romeo ha più volte denunciato in questi anni. Basti pensare che in Francia la tortura e gli atti di barbarie disciplinati dal codice penale sono puniti con la reclusione fino a 15 anni, senza possibilità di poter godere di alcuni benefici quali la sospensione o il frazionamento della pena. O in Spagna, dove è inserita nella Costituzione. In questi anni governi di centrodestra e centrosinistra non hanno battuto ciglio invece sugli uomini di «mamma polizia». E adesso alcuni «sbirri» che parteciparono alla mattanza non se la passano affatto male. Basti pensare a Gratteri, condannato a quattro anni di reclusione nel 2012. Ai tempi del G8 era capo del Servizio centrale operativo della polizia (Sco) e negli anni del processo era arrivato a diventare capo dell’Anticrimine. Non mise piede in quella scuola e ha sempre definito la sentenza ingiusta. Era tra i più affermati poliziotti anfi-mafia; ai domiciliari, che scadranno tra un anno, ha goduto di telefono cellulare e di quattro ore di libertà giornaliere. 

Meglio che a lui è andata al suo vice, Giuseppe Caldarozzi, poi succedutogli pochi anni dopo, che dopo una condanna a 3 anni e 8 mesi, con interdizione anche per lui dai pubblici uffici, è stato chiamato come consulente di Finmeccanica nemmeno quattro mesi fa. Che dire poi di Filippo Ferri, ex capo della mobile di La Spezia poi trasferito a Firenze, anche lui alla fine condannato: fu chiamato dal Milan come capo della Sicurezza Interna nemmeno tre mesi dopo la condanna del 2012. A fine 2013 i vertici della società di calcio rossonera lo piazzarono al fianco di Mario Balotelli, soluzione che non deve essere servita a molto, date le prestazioni dell’attaccante italiano. 

Per l’ex comandante del nucleo speciale del Reparto mobile di Roma, il cosiddetto capo dei picchiatori, Vincenzo Canterini, ora c’è la pensione. Ma dopo il 2001 è diventato vicequestore, grazie a De Gennaro, e ha ricevuto consulenze in agenzie investigative internazionali. Il Comitato Verità e Giustizia per Genova ha denunciato in questi anni il comportamento dello Stato italiano nei confronti degli imputati, ma alla fine gli appelli sono caduti nel vuoto. Spartaco Mortola, anche lui condannato per falso, già capo della Digos di Genova, diventò poi vicequestore vicario di Torino, scatenando non poche polemiche con i No Tav durante le manifestazioni in città e in Valsusa. Giovanni Luperi, poi condannato a quattro anni, divenne dopo Genova responsabile del Dipartimento analisi dell’Aisi, l’Agenzia di informazioni e sicurezza interna, cioè l’ex Sisde. Fabio Ciccimarra, condannato per la Diaz e anche al processo a Napoli per gli abusi nella caserma Raniero (durante le manifestazioni del marzo 2001), già commissario capo a Napoli, è diventato negli anni capo della squadra mobile di Cosenza. In un altro paese forse non sarebbe accaduto. 

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