I “cervelli in fuga” ritornano, ma l’Italia li respinge

Expat

«Quando rientrerete vi scontrerete con diverse difficoltà. Prima tra tutte la teoria della coda. Cercando un lavoro, sarete messi in fondo». Sono parole di Mario Draghi, pronunciate qualche anno fa, ancora presidente della Banca Italiana, a due expat di Perugia durante un convegno della Banca Mondiale a Washington. Alessandra Quartesan e Michele Bruni venivano introdotti all’ospite d’eccezione in quanto “eccellenze italiane”. Era il 2009.

Oggi, 2015, c’è una prima generazione di giovani italiani expat che sta rientrando nel Paese. Lo fanno per scelta o per necessità. E tornano tutti cambiati. Hanno occhi nuovi, freschezza di obiettivi, nuove capacità relazionali.

«Quando rientrerete sarete messi in fondo alla coda», mi aveva detto Mario Draghi a Washington

Sono giovani indipendenti, autonomi. Chiacchierano poco e sono pratici e concreti. Sono innamorati dell’Italia più di quando l’hanno lasciata e hanno imparato, in costose capitali straniere, ad apprezzare le cose semplici della vita. Casa, cibo, città a misura d’uomo. E il calore di relazioni immediate, fatte anche di contatto fisico.

Ma soprattutto, tornano tutti con ancora più voglia di partecipare e di lavorare di quando sono partiti (checché ne pensi Aldo Grasso). Hanno – ancor più di prima – voglia di sentirsi utili e apprezzati.

Eppure, ascoltandoli, pare di capire che Draghi avesse ragione. Rientrare e reinserirsi non è per nulla facile. A meno che questi giovani, diventati nel frattempo adulti, non decidano di usare l’intraprendenza e le capacità acquisite all’estero, e di fare da sé. Perché l’Italia si ripresenta sempre con le stesse chiusure e rigidità.

«Tornano ancora più innamorati dell’Italia e con la voglia di cambiarla»

Sara d’Agati, 30 anni, è rientrata a Roma al termine di un Phd all’Università di Cambridge. Ha studiato la politica italiana e americana degli ultimi 50 anni. «Voglio mettermi al servizio del mio Paese», spiega. «A Cambridge ho vissuto con il 10% degli studenti più attivi e intelligenti al mondo. Ma lì non c’è spazio per me. A me non interessa cambiare l’Inghilterra, voglio cambiare il mio Paese, l’Italia che mi ha formata». Sara ha la passione per la politica fin da ragazzina e al rientro dall’Inghilterra sta cercando un modo per usare le sue competenze come tecnico politico. «Vorrei iniziare a fare esperienza lavorando nei gabinetti parlamentari». Ma la cosa più difficile, per d’Agati, è capire come fare a candidarsi. «A Cambridge era il governo britannico che mandava offerte di lavoro all’università per chiedere ai ricercatori o agli studenti di candidarsi. In Italia non esiste un percorso chiaro e trasparente. È una cerchia chiusa. E se vieni da fuori ti ritrovi spiazzato».

«A Cambridge il governo inviava offerte di lavoro all’università. Qui a Roma non capisco come si faccia a trovare lavoro come tecnico politico. Ci sono cerchie ristrette e inaccessibili»

Da Perugia Alessandra Quartesan, 39 anni, risponde al telefono con voce squillante. È in Italia da tre anni ormai. A fine 2012, dopo una vita spesa tra Nicaragua, Usa e Messico lavorando come architetto per grosse aziende private prima e per la Banca Interamericana di sviluppo poi, ha deciso con il marito Michele di tornare nella città natale. «Volevo che i miei due figli conoscessero questa mitica Italia di cui tanto avevano tanto sentito parlare». Ma anche per lei, oltre alla nostalgia per il cibo e la varietà del paesaggio umbro, si trattava di voler portare qui le capacità acquisite all’estero. Nel Paese che «ha investito su di me».

Al rientro, Alessandra ha continuato a lavorare da remoto per la Banca Interamericana. Poi, ha collaborato con il ministero degli Esteri italiano. «Era il 2013. Aspetto ancora di essere pagata». Ma «tornare – spiega – è stata per noi una scommessa. E abbiamo deciso di andare fino in fondo». Usando 20.000 euro di fondi offerti dal programma BrainBack della regione Umbria, hanno deciso di aprire una startup per il turismo di eccellenza, Autentica. L’idea è di offrire pacchetti turistici tagliati sulla mentalità, cultura e bisogni del cliente straniero. Si offrono esperienze, e non solo tour. «Portiamo i turisti a raccogliere tartufi in compagnia di un agronomo, o a visitare laboratori artigianali», racconta. «Abbiamo selezionato i migliori prestatori di servizi sul territorio». Michele, il marito, ha aperto anche lui una società in Gran Bretagna insieme a un socio conosciuto in Messico. Si chiama Enterprise project ventures ed è un gruppo di imprese a impatto sociale per risolvere problemi di sviluppo economico. «Il prodotto principale – spiega Alessandra – è !nspirafarms, centri di trasformazione agroalimentare di piccola scala (30-210m2), energeticamente indipendenti con energie rinnovabili, che siano finanziariamente accessibili a produttori di piccola scala».

«Bisogna perdere l’equilibrio per trovarne uno migliore»

Anche se Alessandra è tornata a fare i conti con la burocrazia italiana – molti impiegati pubblici «si sentono in pensione dal momento in cui mettono piede nella Pa», dice – , e i marciapiedi su cui non passa il passeggino, crede fortemente che la generazione di giovani usciti dall’Italia e rientrati nel Paese possa portare una ventata di aria fresca. «Andare all’estero serve a capire che molte cose si possono fare meglio. E siccome difficilmente si inventano cose nuove, potremmo limitarci a imparare a copiare bene quel che fuori funziona», spiega. Per questo consiglio a tutti di uscire, andare a vedere, conoscere. Bisogna perdere l’equilibrio per trovare uno migliore».

«Andare all’estero serve a capire che molte cose si possono fare meglio»

Alessandro Barba risponde dal Lago di Como. È rientrato in Italia dopo sei anni trascorsi tra Serbia, Polonia, Belgio e Olanda. Nell’ultimo Paese in cui ha vissuto, ha lavorato come consulente marketing per Expatica, un portale dedicato agli expat in ingresso in Olanda. «La gestione dei talenti all’estero è pianificata ed efficiente. Paesi come l’Olanda capiscono di quali profili hanno bisogno e poi fanno il possibile per attrarli dall’estero se non ne hanno a sufficienza in patria». Lavorando per Expatica, Alessandro ha imparato a gestire le relazioni con aziende corporate o piccole imprese interessate a raggiungere gli expat online. Rientrato in Italia ha messo a frutto quanto imparato all’estero.

«Il problema di chi rientra è che non si capisce come fare a cercare lavoro», spiega. «Non c’è una rete efficiente di centri del lavoro». E allora Alessandro ha deciso di fare da sé. In parte si finanzia affittando una vecchia casa di famiglia. E in parte sta iniziando a creare un nuovo network di clienti privati, aziende che vogliono migliorare la loro presenza sui motori di ricerca e raggiungere la propria audience. «Mi ha contattato da poco un ex cliente di Expatica, racconta. È una banca indiana che offre servizi di money transfer a indiani emigrati che vogliono spedire in patria le rimesse. L’Italia è un mercato molto interessante per loro. L’Emilia Romagna, ma anche la zona tra Brescia e Cremona, è ricca di indiani del Punjab impiegati nel settore dell’allevamento del bestiame», spiega. Alessandro sta iniziando a fare le prime ricerche per capire come aiutarli a intercettare online questo bacino enorme di potenziali clienti.

«Mi lamento di meno e faccio di più. Ho imparato che perdere il lavoro non è un dramma»

L’Olanda soprattutto gli ha insegnato ad essere più intraprendente e dinamico. «Mi lamento di meno e faccio di più. Mi sento molto più sicuro e non sono terrorizzato dall’idea di perdere il lavoro da un momento all’altro. E se mi dicessero di partire domani non avrei nessun problema a farlo», spiega. Le ragioni per cui è rientrato? Perché l’Italia, alla lunga, manca. «Quando espatri ti accorgi che fuori non è tutto rose e fiori. Ci sono sì efficienza e pragmatismo. Le cose funzionano meglio. Ma si perdono anche molte sfumature importanti per vivere bene. Ad Amsterdam devi organizzare una cena tra amici almeno due settimane prima perché tutti sono sempre impegnati e di corsa. Anzi, quanto più sei preso, tanto più sei considerato importante».

In Italia però, non va tutto bene. «Questo Paese deve diventare più attraente per i professionisti e lavoratori stranieri. Perché solo se si apre a chi viene da fuori può ripartire e migliorare». Alessandro è rientrato con la ragazza brasiliana conosciuta ad Amsterdam. Ottenere un visto per lei che le permettesse di lavorare è stato tanto difficile che alla fine hanno dovuto organizzare un matrimonio nel giro di un mese. Di modo da permettere a lei di firmare un contratto. Aprirsi all’estero vuol dire per lui anche«abbattere la barriera incredibile che la Bossi-Fini mette nell’attrarre talenti».

«Per essere utili al Paese, non dobbiamo mai smettere di guardare le cose con distacco. Se ci riabituiamo a quel che non va è finita», riprende Alessandra Quartesan. «Il futuro dell’Italia è nelle mani di noi expat», dice convinta Sara d’Agati, che per ora cerca di sconfiggere l’immobilismo italiano martellando articoli sul suo blog. «In Inghilterra stavo bene ed ero felice. Ma è qui che voglio stare, e troverò un canale nella società italiana per produrre cambiamento». L’Italia, chiede, «si apra alle idee, e anziché dire: “Non ce la farai, non è possibile, non funziona”, faccia come fanno gli inglesi: ci creda, ci provi, e ci dia gli strumenti e lo spazio per realizzarle».