La nuova America, in bianco e nero

La nuova America, in bianco e nero

Volendo semplificare di molto, potremmo dire che la retromania è un fenomeno culturale relativamente sconosciuto negli ambienti artistici afroamericani. Nel suo libro Retromania: Pop Culture’s Addiction To Its Own Past (Faber&Faber; in Italia ISBN), lettura fondamentale per un’introduzione al fenomeno ormai pressoché dominante di una cultura pop tutta ripiegata sul proprio passato, Simon Reynolds arriva a liquidare la faccenda in due pagine, citando tre mostri sacri dell’ambiente hip hop ed elettronico più sperimentale come J Dilla, Madlib e Flying Lotus.

Conoscenza e reverenza nei confronti del proprio passato musicale (anche personale, come nel caso di Flying Lotus, pronipote di Alice Coltrane) fanno parte del bagaglio culturale di questi ed altri musicisti neri, dice Reynolds. Peccato però che le altre quattrocento e passa pagine che costituiscono il volume si occupino solo ed esclusivamente di artisti bianchi angloamericani. In molta produzione artistica proveniente dagli ambienti afroamericani, infatti, ha dominato per molto tempo una tensione verso il futuro che ha spinto alcuni studiosi a coniare un termine specifico per questo fenomeno culturale: Afrofuturismo.

Di Afrofuturismo si è cominciato a parlare all’inizio degli anni ’90 negli Stati Uniti per descrivere una serie di esperienze artistiche multidisciplinari accomunate da tematiche legate alla diaspora africana nel nuovo contesto delle tecnologie di massa del XX secolo. Il progenitore letterario di questo filone viene rintracciato nel romanzo di Ralph Ellison Uomo invisibile (1952) che valse al suo autore il National Book Award for Fiction. In stretta relazione con il cyberpunk che trova proprio nel nostro paese un’inaspettata sponda culturale all’inizio degli anni ’90 (si pensi ad esempio alla rivista Decoder di Shake Edizioni), l’Afrofuturismo compie dunque i suoi primi passi come etichetta letteraria (di ambito accademico) e si sposta ben presto verso altri territori del sapere umano.

Da scrittori come Samuel R. Delany (autore di Una favolosa tenebra informe) e Amiri Baraka (suo un curioso ibrido italo-afroamericano quale The System of Dante’s Hell, recentemente ristampato) ad artisti quali Jean-Michel Basquait e Rammelzee (visionario street artist inventore di un oscuro movimento artistico chiamato Gothic Futurism), passando per gli immaginari spaziali di musicisti come George Clinton, Sun Ra e del collettivo techno Drexciya, Afrofuturismo significa contemporaneamente evasione da un presente difficoltoso e indicazione di un possibile futuro di pace per la comunità nera americana.

Il riferimento è ad un passato dove le difficoltà dovute al colore della pelle hanno saputo generare un miglioramento sensibile delle condizioni di vita della loro comunità

Recentemente, però si sono cominciati a registrare segnali che sembrerebbero indicare una nuova e, come si diceva, per certi versi inusuale tensione verso un retromania afroamericana, una afroretromania. Piuttosto che sognare nuove futuristiche frontiere, alcuni artisti neri che godono di una esposizione mediatica importante sembrano infatti preferire il riferimento ad un passato dove le difficoltà dovute al colore della pelle hanno saputo generare un miglioramento sensibile delle condizioni di vita della loro comunità. Le recenti tensioni sociali riaccesesi negli Stati Uniti in seguito alla morte (fra gli altri) di Freddie Gray, Michael Brown ed Eric Garner sembrano insomma aver avuto ripercussioni artistiche di segno diametralmente opposto rispetto al filone afrofuturista citato. In una scelta estetica che appare decisamente significativa, dunque, il bianco e nero diventa elemento rappresentativo di una nuova sensibilità artistica di stampo afroamericano, insieme suo stile e contenuto.

Il bianco e nero diventa elemento rappresentativo di una nuova sensibilità artistica di stampo afroamericano, insieme suo stile e contenuto

Il primo esempio proviene dal mondo del rap, fin dalla sua nascita laboratorio di sperimentazione artistica e sociale. Kendrick Lamar è il nome su cui puntare il riflettore: classe 1987, originario di Compton (la patria di un altro storico gruppo rap, N.W.A., nonché zona della periferia di Los Angeles travagliata dalle gang di quartiere), Lamar ha pubblicato recentemente un disco (To Pimp a Butterfly) nel quale le tematiche della diaspora africana vengono affrontate senza molti giri di parole.

Il secondo singolo tratto dall’album, infatti,cita nel titolo il romanzo dello scrittore nero Wallace Thurman The Blacker The Berry (1929) e mette in copertina, rigorosamente in bianco e nero, come per la grafica dell’album, due neonati di colore che poppano dalla loro mamma. Il testo del brano è un vero pugno diretto allo stomaco della comunità bianca: «Mi odiate, no? | Odiate la mia gente, il vostro piano è di eliminare la mia cultura | Siete schifosamente malvagi, voglio che sappiate che io sono una scimmia orgogliosa». Se nel primo singolo, i, l’amore nei confronti di sé stessi sembrava aiutare Lamar a non sentirsi ghettizzato, qui invece l’appartenenza etnica diventa travagliato territorio di scontro fra mondo esterno ed interno, fra identità nera e società a dominante bianca.

D’Angelo affronta i problemi che ancora inquinano la vita dei neri d’America nel suo recente album eloquentemente intitolato Black Messiah. In copertina una foto di protesta, ancora una volta in bianco e nero

Semi-scomparso per molto tempo a causa di problemi con l’alcol, anche il talentuoso cantante e musicista r’n’b D’Angelo si rivolge ai problemi che ancora inquinano la vita dei neri d’America nel suo recente album eloquentemente intitolato Black Messiah. In copertina una foto di protesta, ancora una volta in bianco e nero: mani alzate e pugni chiusi come alle famose Olimpiadi del 1968. Nell’album, accanto ad altri decisamente più leggeri, un brano come 1000 Deaths nel quale D’Angelo utilizza due registrazioni molto significative: un discorso di Khalid Abdul Muhammad (membro della Nation of Islam e presidente nazionale del New Black Panther Party) dove si parla della natura di Cristo («Quando dico Gesù, non parlo di un tizio biondo dagli occhi blu e dalla pelle bianca. Parlo del Gesù della Bibbia, dai capelli come lana di pecora») e un monologo di Fred Hampton (il presidente del Black Panther Party ucciso da alcuni membri del Chicago Police Department nel 1969) tristemente attuale: «I neri hanno bisogno di pace, i bianchi hanno bisogno di pace. E dovremo lottare e combattere incessantemente per ottenerla perché le persone alle quali chiediamo un po’ di pace non sono altro che un gruppo di megalomani guerrafondai, e non sanno nemmeno che cosa sia la pace. Dobbiamo combattere e lottare per far capire loro che cosa significhi “pace”».

«Le persone alle quali chiediamo un po’ di pace non sono altro che un gruppo di megalomani guerrafondai, e non sanno nemmeno che cosa sia la pace. Dobbiamo combattere e lottare per far capire loro che cosa significhi “pace”»

Proprio al movimento per i diritti civili che costò la vita a Hampton si riferisce il video del rapper e musicista Charles Hamilton (originario di Harlem, New York) per il brano New York Raining. Girato rigorosamente in bianco e nero, New York Raining racconta una storia d’amore nata fra riunioni, ciclostilati, marce di protesta, cordoni di uomini e donne di colore di fronte a quegli autobus pubblici che ricorderanno per sempre il coraggioso gesto di Rosa Parks.L’accostamento fra testo del brano ed immagini può sicuramente sembrare forzato, ma ancora una volta è significativo che un artista di colore si ritrovi a ricostruire in video le dolorose vicende che tanti afroamericani prima di lui hanno dovuto affrontare per ottenere un trattamento equo ed umano da parte del governo centrale degli Stati Uniti e della comunità bianca che quel governo votava (ricordiamo infatti che il 7 marzo sono ricorsi i cinquant’anni dalla marcia di Selma che porterà alla promulgazione del Voting Rights Act del 1965).

Chiudiamo questa breve rassegna con un esempio molto più sottile e decisamente più leggero. Originario di Fort Worth (Texas), Leon Bridges appare subito come l’incarnazione perfetta di questa afroretromania di cui dicevamo. Non contando i riferimenti etnici dei brani Lisa Sawyer e Brown Skin Girl contenuti nell’album di esordio, possiamo dire che non ci siano politica e diritti civili nell’orizzonte artistico di questa “giovane promessa” della musica soul, innamorato di Sam Cooke. Tuttavia il riferimento ad un passato nel quale l’unica popolarità concessa alle persone di colore era quella musicale appare evidente in ogni minimo particolare del nostro, dall’abbigliamento allo stile di registrazione, dalle fotografie ai video su Youtube.

«I’m coming home» canta Leon Bridges: ma dove si trova ora, nel 2015, la casa dei neri d’America?

Bianchi e neri, look anni ’60, nessun dettaglio che lasci intendere il periodo storico per Coming Home, primo singolo promosso dall’artista classe 1989 che nel videoclip si accompagna (ecco l’elemento di rottura, il gioco di rimandi fra stile e contenuto) ad una donna bianca al quale il brano sembra essere dedicato. Una storia d’amore dalla portata shakespeariana in un’America spoglia e rurale che – sono gli ultimi fatti di sangue a volerlo sottolineare – sembra non riuscire a convivere serenamente con il proprio passato e a farne tesoro per il futuro. «I’m coming home» canta Leon Bridges: ma dove si trova ora, nel 2015, la casa dei neri d’America?