“L’editoria deve ripartire dagli artigiani della letteratura”

“L’editoria deve ripartire dagli artigiani della letteratura”

Quella che inizia sabato a Ivrea è la terza edizione de La grande invasione, il festival della lettura organizzato da Edizioni Sur e dalla Galleria del Libro di Ivrea. La grande invasione è un festival nato nel 2013 dall’incontro tra l’editore Marco Cassini, uno dei più creativi e intraprendenti editori indipendenti, co-fondatore di Minimum Fax e ora a capo di Edizioni Sur, e il libraio di Ivrea Gianmario Pilo della Galleria del Libro.

Un evento bifronte, con una parte dedicata al pubblico dei lettori più piccoli, La piccola invasione, e una parte dedicata ai lettori adulti, La grande invasione, il festival, che si svolgerà tra il 30 maggio e il 2 giugno, avrà tra gli autori ospiti nomi di primo piano della letteratura italiana e internazionale, da Francesco Piccolo a Alessandro Baricco, da Nickolas Butler a Bjorn Larsson, ma ci sarà spazio per i fumetti, con Tito Faraci, Claudio Calie e la casa editrice Becco Giallo, e per la musica, con la presenza di Niccolò Fabi e Teresa De Sio.

Linkiesta, che è media partner de La grande invasione, seguirà il festival con approfondimenti e interviste agli autori ospiti, iniziando oggi con un’intervista ai fondatori, Marco Cassini (MC) e Gianmario Pilo (GP).

Iniziamo da un paio di domande per entrambi: cosa vi ha spinto tre anni fa a cominciare?
Quando abbiamo deciso di organizzare la prima edizione de La Grande Invasione siamo partiti prima di tutto da una grande amicizia, ma in secondo luogo dalla constatazione di avere a che fare con un panorama culturale desolante, una desolazione sostenuta dai dati che ogni anno l’Aie diffonde, dati che parlano di una chiara disaffezione del pubblico italiano per la lettura. Che dire? Eravamo preoccupati, chiaramente, ma eravamo anche annoiati dal sentire snocciolare ogni anno in più occasioni gli stessi allarmi, seguiti ogni volta da finte proposte istituzionali che non approdano a nulla, come la costituzione di un Centro per il Libro e la Lettura che fino a ora non ha fatto altro che amplificare la percezione di un prossimo fallimento, ma che, quando ha prodotto delle iniziative e delle proposte — vedi l’ultima, #ioleggoperché — ci ha sempre lasciati molto perplessi.

«Eravamo anche annoiati dal sentire snocciolare ogni anno in più occasioni gli stessi allarmi, seguiti ogni volta da finte proposte istituzionali che non approdano a nulla»

Perché avete scelto la forma del festival?
L’idea di organizzare un festival non è certo nuova, né nostra, ma per noi significa fare qualcosa, evitando di piangersi addosso e lamentarsi continuamente delle istituzioni. E poi, siamo un editore e un libraio, facciamo parte di due delle categorie più lamentose dell’Italia contemporanea. Potenzialmente insieme potevamo lamentarci ancora di più e invece abbiamo deciso di agire, e anche se il nostro tentativo non cambierà il mondo e non risolleverà da un giorno all’altro il destino della cultura e della lettura in Italia, crediamo che sia importante. È un modo di portare i libri, gli autori e il loro amore per la lettura in un territorio fecondo come quello di Ivrea, che in questi due anni ha risposto molto bene, ma è anche un esempio esportabile e scalabile di un rapporto tra lettori che funziona.

Siamo alle porte della terza edizione, il bilancio fino a questo punto com’è?
MC: Le prime due edizioni sono andate bene, il festival prospera e si sta allargando, sia in sé, con un programma più ricco e ampio, sia fuori da sé, stringendo accordi e gemellaggi con altri festival e iniziative già esistenti, come il Festival della mente di Sarzana, I Boreali di Iperborea, o addirittura con eventi musicali, come l’Home Festival di Treviso. Abbiamo anche iniziato organizzare eventi per i più piccoli, nelle scuole, nelle quali abbiamo portato gli scrittori, perché è li che si costruisce il futuro della cultura.

«Abbiamo iniziato a organizzare anche eventi per i più piccoli, nelle scuole, nelle quali abbiamo portato gli scrittori, perché è li che si costruisce il futuro della cultura»

GP: Da eporediese, prima ancora che da organizzatore, devo dire con molto piacere che la reazione della città di Ivrea al Festival è stata sempre molto buona, sia durante i giorni dell’evento, sia dopo, nei giorni e nei mesi successivi. Quando abbiamo iniziato con Marco a pensare a questo evento, il primo obiettivo era organizzare un evento vincente per la città. Perché è vero che Ivrea ha una storia importantissima, ma io personalmente sono stufo di sentire molti dei miei concittadini lamentarsi e limitarsi a rimpiangere una grandezza ormai persa nel passato. Ricordare Olivetti è sacrosanto e giusto, non lo rinnegherò mai, ma non porterà a nulla se non si crea qualcosa di nuovo. È questo quello che noi volevamo fare con La Grande Invasione, provocare una sterzata, dimostrare che le cose belle funzionano e che si possono fare. E difatti siamo riusciti in soli tre anni a far crescere il budget e di conseguenza anche l’offerta. Il bilancio è certamente positivo: la città aspetta l’evento, ma anche l’hinterland e Torino lo stanno aspettando. E questo è già un segno del successo della nostra iniziativa, che sta diventando grande.

Gli ultimi dati presentati dall’Aie al Salone di Torino hanno mostrato un aumento (e finalmente un segno positivo) per quanto riguarda le vendite nelle librerie indipendenti, mentre quelle nella grande distribuzione sono crollate. Da libraio cosa ne pensi?
GP: Ti confesso che di solito non guardo i dati, non mi interessano tanto, mi interessa di più fare qualcosa perché credo che il mio ruolo, come ogni operatore culturale, sia produrre delle idee e trovare i mezzi per realizzarle. Detto questo però, gli ultimi dati che l’Aie ha presentato a Torino contengono segnali molto interessanti: la risalita delle librerie indipendenti, soprattutto, che chiaramente, da libraio indipendente, mi danno uno straordinario piacere. È la dimostrazione di come il lavoro artigianale e indipendente sia centrale nel mondo dell’editoria, ma è anche il segnale che può tornare a funzionare.

Cosa vuol dire essere un libraio indipendente nel 2015?
GP: Essere un libraio oggi in Italia significa essere artigiani del libro e della cultura. Essere indipendenti per noi è un valore aggiunto, ci permette di fare le mie scelte in autonomia, di poter leggere quel che vendiamo, una cosa che sembra ovvia, ma non lo è affatto per la grande distribuzione o per le librerie di catena. Ma significa anche avere l’energia e la passione per fare ricerca allargando l’offerta culturale per i nostri clienti, di non aderire ad alcuna campagna di sconto. Insomma, per noi significa poter fare bene il nostro lavoro, una cosa che in un settore così delicato come il commercio dei libri, è l’unica arma che abbiamo per resistere alla crisi, e ripeto, questi segnali sono importanti soprattutto perché ci dimostrano che non ci stiamo sbagliando.

«Essere un libraio oggi in Italia significa essere artigiani del libro e della cultura. Essere indipendenti per noi è un valore aggiunto, ci permette di fare le mie scelte in autonomia»

Il crollo delle vendite nella Gdo, concentrato soprattutto sulla saggistica generalista, potrebbe essere un segnale che evidenzia l’importanza centrale delle nicchie e dei prodotti di qualità?
MC: Oggi leggevo un’intervista a Giuseppe Laterza e anche lui parlava del momento difficile per la saggistica, ma sottolineava come anche in quel campo le nicchie sopravvivano. Credo anch’io che quella del costruirsi un pubblico forte, una nicchia, sia l’unica via possibile per costruire un progetto solido e sostenibile. Certo, forse è paradossale fare un discorso del genere oggi, a pochi giorni dalla possibile fusione tra i due gruppi editoriali più grandi del mercato, Mondadori e Rizzoli, fusione che porterebbe alla creazione di un moloch, un mostro che occuperebbe il 40 per cento del mercato ovvero la più completa negazione del concetto di nicchia. Ma io credo che questi siano dinosauri, e che un’operazione come questa non faccia che rafforzare la necessità per tutti gli altri — noi compresi — di consolidare il proprio pubblico di riferimento, la propria nicchia, per l’appunto.

Cosa significherà questa fusione per voi indipendenti?
MC: Io non mi sento di difendere la categoria degli indipendenti come giusta e sana a priori. Esistono realtà indipendenti che lavorano male, così come esistono major che fanno bei libri. E così come questa fusione non sancirà automaticamente che tutti cataloghi dei marchi coinvolti diventino di colpo spazzatura, anche nel caso dei piccoli editori indipendenti, la dimensione e la modalità di produzione non bastano a garantire la qualità del prodotto.

«Non mi sento di difendere la categoria degli indipendenti come giusta e sana a priori. Esistono realtà indipendenti che lavorano male, così come esistono major che fanno bei libri»

Oltre alla fusione dei due più grandi editori italiani, nei mesi scorsi è avvenuta un’altra fusione, quella dei principali distributori editoriali del paese, Messaggerie e Pde, da libraio come valuti queste dinamiche?
GP: Io da libraio indipendente — a me piace rivendicare l’indipendenza — non temo queste mosse di concentrazione né dal punto di vista editoriale né da quello distributivo, semplicemente perché sono sicuro che non cambieranno il mio modo di lavorare. Anzi, in qualche modo mi servono da stimolo, per fare il mio lavoro insieme alle mie colleghe ancora meglio, per continuare a cercare i libri che valgono. Io poi ho contatti con tutti gli editori, grandi, medi, piccoli, credo che sia doveroso per una libreria offrire ai propri clienti una vasta scelta. Da noi un lettore deve poter trovare un po’ tutto, poi sta a noi cercare di capire chi abbiamo davanti e riuscire a stimolarlo e a seguirci. In questo ci aiuta molto essere in 4 a lavorare in libreria, io e tre mie colleghe, in modo da poter coprire più campi e diversificare la nostra offerta permettendoci di fare veramente ricerca, di avere rapporti diretti con alcune realtà editoriali che ci piacciono, Sur e Becco Giallo, per esempio. Alla fine questo è il lavoro che paga e infatti sopravviviamo e resistiamo, e in questo periodo di crisi economica, sopravvivere vuol dire vincere.