Strenua difesa della madre ebrea

Strenua difesa della madre ebrea

«Non sono Khaaleesi, madre dei draghi. Però sono tua madre», comincia in un articolo sul New Yorker di qualche settimana fa Heather Havrileski e non potrebbe esserci aggancio più adatto. Quella che segue è una lunga e piuttosto noiosa tirata di una madre nei confronti del figlio (o della figlia) disubbidiente. «Non sono Khaaleesi, ma mi devi dare retta lo stesso», è il succo. Havrileski sa una cosa che sanno altre migliaia di madri ebree — e per affinità elettiva, italiane di qualsiasi credo —: non è necessario essere una semi-divinità con una storia di vagabondaggi per il deserto in compagnia di popoli liberati dalla schiavitù e creature mitologiche per ottenere il rispetto dei propri figli. Basta essere madri e applicare quella che Saul Bellow ha chiamato “autorità imprescindibile” e che per i nati dalla parte giusta della religione o del mondo rappresenta una condizione permanente. Che poi, a ben vedere, le madri ebree sono in effetti semi-divinità con alle spalle una storia di vagabondaggi per il deserto in compagnia di ex schiavi e creature mitologiche. Quindi, nessuna eccezione.

Nell’episodio Edipo a pezzi, contenuto in New York Stories e diretto da Woody Allen, Sheldon (Allen) non fa che lamentarsi della propria madre con il suo analista. La madre è sempre presente in un’incombenza petulante che non lascia spazio a nessuna forma di giustificazione. Non importa che il figlio sia ormai adulto e più o meno consapevole delle proprie azioni: non c’è niente che vada bene, dalla scelta dei vestiti a (soprattutto) quella delle ragazze. Sheldon cerca di sfuggirle disobbedendole, ma finisce per cercare la sua approvazione in ogni cosa che fa. Perché questa è la maledizione della madre: tanto vicina da smettere di essere percepita come un agente esterno, responsabile dell’educazione ma non della condotta, e da cominciare a essere considerata inconsciamente parte integrante del proprio giudizio. La madre non suggerisce, influenza a tal punto da rendere impossibile la ribellione. Così quando Sheldon affronta l’ultimo grande valico e porta la sua fidanzata shiksa — e cioè non ebrea, qui sta la difficoltà — (Mia Farrow) a conoscere l’imponente genitrice, questa pensa bene di scomparire lasciando ai due uno spiraglio di aria pulita, salvo ricomparire enorme sul cielo di New York per portare gli affari dei due sulla pubblica piazza. L’incubo di Allen è l’incarnazione dello stereotipo e allo stesso tempo la prova dell’esistenza di una “questione materna” insita nel cinema, nella letteratura e nella televisione di stampo ebraico.

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«Conosciamo le madri ebree dei film», dice Monique Schwarz nel documentario Mamadrama, del 2001. «Sono figure stereotipiche. Oppressive, autoritarie, castranti. Sappiamo come vengono rappresentate, conosciamo l’esagerazione di un concetto di fondo. Abbiamo ben presenti queste montagne di sofferenza protratta, sempre pronte a rimpinzarci di cibo». Le madri sanno qual è il bene per i propri figli e fanno di tutto per garantirglielo, è nella loro natura. Esistono però alcuni casi in cui il bene dei figli e il bene della madre si incrociano talmente strettamente da trasformarsi in due concetti indistinti e potenzialmente dannosi. Le madri americane dei film e dei romanzi americani hanno un senso innato per il distacco, che si esprime nel vecchio adagio “A diciotto anni, fuori di casa” e che a me ancora adesso fa stringere il cuore. Le madri ebree somigliano più a quelle italiane, in ciabatte e calze di nylon, sempre pronte ad accogliere più che ad allontanare, terrorizzate dall’abbandono e sinceramente convinte che in un pasto abbondante risieda la soluzione a tutti i problemi. Philip Roth ha passato gran parte della sua vita cercando, probabilmente involontariamente, di deludere sua madre. Si è innamorato di quante più shiksa poteva e ne ha sposate un paio che hanno cercato sistematicamente di rovinargli la vita. Claudia Roth Pierpont, nella sua biografia dello scrittore intitolata Roth scatenato (Einaudi, 2015, per la traduzione di Anna Rusconi) ha scaricato sulle spalle della figura di Bessie Roth tutto il peso della cattiva condotta del figlio in campo amoroso.

La madre è un posto a cui fare ritorno quando tutto smette di funzionare

L’eredità di una madre ingombrante si traduce in un rifiuto della tradizione mescolato a una costante dipendenza. Roth ha sempre cercato di proteggere i genitori dalle conseguenze della sua fama, più che di punirli per avergli confezionato un’infanzia opprimente. «Ho chiamato mia madre prima che Lamento di Portnoy uscisse e ho cercato di spiegarle che dentro c’era un po’ di loro. Che avrebbero fatto delle domande a lei e a mio padre, che probabilmente l’avrebbero associata ad alcune mie cattive abitudini», ha raccontato in un’intervista con William Karel. «Lei si è messa a piangere e più tardi ha detto a mio padre: “Nostro figlio soffre di manie di grandezza”». La madre è qualcosa da preservare intatta perché non si sa mai quando ci potrà essere bisogno di lei. E quando il momento verrà, la vorremo al massimo della sua forma fisica e della sua passione materna. «È il personaggio più incredibile che io abbia mai conosciuto in vita mia», la descrive Portnoy nel suo celeberrimo Lamento, in cui assume il nome di Sophie e fa da evoluzione della signora Patimkin di Goodbye, Columbus. Ma è anche l’elemento che tiene insieme una famiglia sconsideratamente disfunzionale in Radio Days — 1989, di nuovo di Allen — che ricorda la Molly Goldberg di una delle primissime sitcom radiofoniche, The Goldbergs appunto, andata in onda tra il 1929 e il 1955. Senza la madre gran parte di quell’umorismo che fa da spina dorsale del Popolo eletto e bistrattato per eccellenza, verrebbe sicuramente a mancare.

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Durante il suo lavoro alla Columbia, l’antropologa Margaret Mead ha cercato di collegare lo stereotipo della madre ebrea alla vita negli Shtetl dell’Est Europa verso gli inizi del secolo scorso. In realtà, nel corso delle diverse interviste che ha condotto con alcuni ebrei americani di origine polacca e ungherese, non ha ottenuto molto di più che l’ingigantimento dello stereotipo stesso, poi contenuto nel saggio You Never call! You Never Write!, il cui titolo esprime da sé la matrice del problema. «Un genitore tanto esperto nel pungolare i figli che potrebbe diventare maestro di “Agopuntura ebraica”», è la definizione di Jackie Mason che riassume meglio i risultati dello studio. È evidente come la posizione della donna, rappresentata dalla trasmissione matriarcale dell’appartenenza religiosa, sia il punto focale della questione. Abramo non avrebbe ottenuto una discendenza senza la determinazione della moglie Sara ed è da questo punto in poi che si sviluppa e si solidifica la figura di una madre forte, di pari passo con l’immagine della proverbiale “donna eroica”. Da qui in poi il cammino delle madri ebree subisce la deriva indotta dal senso di colpa, figlia della diaspora e delle continue fughe a causa delle quali si sviluppa la “Teoria del sacrificio”, tradotta nella necessità dei genitori di lavorare molto per poter concedere ai figli un futuro radioso. E in molti casi mai ripagato.

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Ultimamente la madre ebrea sembra che abbia preso le distanze dalla cultura pop e che sia andata pian piano sparendo. È resistita nelle routine di alcuni comici come Sarah Silverman e Nick Kroll. Negli anni Novanta, una sua versione standardizzata e abbastanza tenue ha trovato posto in Seinfeld, interpretata da Liz Sheridan, facendo da contraltare alla madre italo-americana di Ray Barone in Tutti amano Raymond, Doris Roberts. In South Park è la madre di Kyle Braflowski a occupare con la sua mole dissacrante tutto lo spazio destinato allo stereotipo, mentre in The Big Bang Theory è quella di Howard Wolowitz — sempre in voce, quella di Carol Ann Susi, mai di persona — sufficientemente opprimente da boicottare qualsiasi slancio di indipendenza ed emancipazione del figlio, almeno fino al momento della sua morte.

La verità è che, malgrado tutto, la madre è un posto a cui fare ritorno quando tutto smette di funzionare e a quel punto, trovarsi rimpinzati e accuditi non può certo fare male. E poi, se dobbiamo essere costantemente giudicati e occasionalmente fatti a pezzi, meglio che sia da parte di una persona di cui ci siamo sempre fidati e alla quale dobbiamo — con ogni probabilità — gran parte del nostro benessere. «Non mi sono sacrificata per tutta la vita perché tu crescessi così», dice la madre di Larry David in un vecchio monologo . «No, tu ti sei sacrificata perché io crescessi e basta. E l’ho fatto abbastanza bene».

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