Nickolas Butler, lo scrittore venuto dal Wisconsin

Nickolas Butler, lo scrittore venuto dal Wisconsin

Nickolas Butler è un ragazzone dallo sguardo buono e dalla faccia simpatica, coperta per metà da una folta barba brizzolata, tra i cui peli emerge quasi sempre un sorriso. Viene da un piccolo villaggio del Wisconsin, un paese dove, dice lui ridendo, «voi non ci vorreste mai passare un inverno». Nei giorni scorsi è stato in Italia per la prima volta, invitato a Ivrea, in occasione del festival La grande invasione, per parlare del suo libro d’esordio, Shotgun Lovesongs, uscito in autunno per Marsilio e diventato, non solo in Italia, un piccolo caso editoriale. È lì che lo abbiamo incontrato e ci abbiamo chiacchierato, sorseggiando un paio di birre.

Butler racconta che nel Wisconsin, nei pressi di Eau Clair, ci ha passato tutta la vita. È lì che, a dieci anni, ha conosciuto la moglie — «ricordo esattamente il momento in cui l’ho vista per la prima volta, eravamo bambini», dice — ci ha fatto le scuole, frequentando al liceo Justin Vernon, più piccolo di un paio d’anni, diventato negli ultimi anni una star della musica indie fondando i Bon Iver. «Non ci vediamo da 16 anni», dice Butler, «Abbiamo preso strade diverse e non voglio che ci rivediamo soltanto perché c’è qualcosa di lui nel mio romanzo. Prima o poi capiterà, e sarà il momento giusto».

A Eau Claire, Butler è diventato padre — la prima volta sei anni fa, la seconda due — lì, tra le neve del Wisconsin, tra i campi sterminati, fiumi ghiacciati e bufali ha cominciato a scrivere, e lì ci ha ambientato il suo Shotgun Lovesongs, un libro che è partito dal Wisconsin, ha fatto il giro del mondo, ed è stato già opzionato per diventare un film, anche se a Butler pare non importare troppo: «non vorrei che venisse fuori un capolavoro, né che venisse fuori una schifezza, mi piacerebbe fosse nel mezzo. I film portano un po’ di soldi, ci potrei pagare l’università ai miei figli, l’estetica e l’aderenza al libro direi che sono cose secondarie».

Perché hai iniziato a scrivere?
La risposta più semplice a questa domanda è che non sono bravo a fare nient’altro. Ho fatto una lunga serie di lavori terribili e quando mia moglie ha partorito il nostro primo figlio io ho avuto una specie di conversazione con me stesso su cosa avrei dovuto fare, mi sono chiesto in che cosa ero bravo e l’unica risposta che mi sono dato era la scrittura. A quel punto ho messo tutto da parte ho iniziato a scrivere in maniera continuativa, ma soprattutto a leggere per affinare la tecnica. Ho sempre scritto, da che ne ho memoria. Ho scritto poesie, racconti e anche scritti che non erano narrativa, non erano fiction, quello che mi serviva era semplicemente dedicarmi completamente a quello.

«Per imparare a scrivere bisogna imparare a fallire: iniziare a scrivere cose pessime è un ottimo inizio»

Come si diventa uno scrittore? Come si migliora la propria tecnica?
La cosa fondamentale è senz’altro leggere, leggere più possibile, leggere di tutto, anche cose che a cui non sei abituato. Se sei un uomo, leggere romanzi scritti da donne. Se sei americano, leggere romanzi stranieri. E poi scrivere, fallire: iniziare a scrivere cose pessime è un ottimo inizio, per esempio. Per me è stato importante anche andare a workshop sulla scrittura, a seminari, parlare con chi già scriveva professionalmente, sentire i loro consigli. In generale la cosa migliore è cercare di avere intorno esempi migliori a cui tendere, sia come lettori, sia come scrittori, gente con cui confrontarsi, che viaggia di più di te, che legge più di te, che scrive meglio di te, a me è servito molto, perché ho capito dov’era l’asticella e quanta strada mi mancava per arrivarci. Nella vita è un lavoro duro diventare quello che si vuole diventare.

Hai un metodo di lavoro, una giornata tipo?
Non ho un metodo fisso per scrivere, perché non ho una giornata tipo a cui farlo aderire. Da sei anni a questa parte la mia giornata è quella di un padre: mi sveglio alle 6 di mattina, vesto i miei figli per andare a scuola, leggo un racconto a mia figlia, poi vediamo un po’ i cartoni insieme. Preparo la colazione, lavo i piatti, preparo il pranzo e così via, fino alle 9 di sera, quando sia i miei figli che mia moglie, che fa l’avvocato e lavora tutto il giorno fuori, sono stanchi e vanno a dormire. A quel punto, se non sono distrutto anch’io dalla giornata, divento scrittore, e ci rimango tra le 9 di sera e le 2 di notte.

Cosa leggi?
Leggo veramente di tutto. Negli ultimi tempi, dopo l’uscita e il successo di Shotgun Lovesongs, il mio editore mi manda un sacco di libri per avere un mio parere da proporre come blurp, sai, gli strilli che si mettono in prima pagina o in quarta o sulle fascette delle novità. Ora che sono in viaggio e incontro altri scrittori, o altra gente interessante con cui parlo mi piace chiedere loro cosa leggono, consigli, suggestioni, anche perché in America è difficile trovare letteratura straniera, sono pochissimi i titoli tradotti e qualche suggerimento dall’Europa per me è molto prezioso. Grazie a questi contatti, a questa specie di passaparola, ho letto negli ultimi anni tantissimi libri bellissimi.

«Quando sono in viaggio e incontro altri scrittori, o altra gente interessante con cui parlo mi piace chiedere loro cosa leggono, consigli, suggestioni. Negli Stati Uniti si traduce poco, sono consigli preziosi.»

La materia del tuo romanzo è molto autobiografica. Che rapporto c’è tra le esperienze di vita e la loro trasposizione letteraria?
Mi sembra che sia come se qualcuno ti desse in mano un quadro non finito e tu devi partire da lì e completarlo. Le storie di cui scrivo provengono dai miei ricordi, ma anche dai racconti che altri mi fanno, che siano amici o sconosciuti incontrati in giro. Hai dei pezzi di vita vissuta, brandelli di realtà senza vita, il bello della letteratura è che li puoi riunire grazie all’immaginazione, puoi unire i puntini, riattaccare i brandelli e farli rivivere. Ti racconto una cosa che mi è successa recentemente e che in qualche modo c’entra: qualche tempo fa stavo guidando dal Wisconsin all’Iowa, è una lunga strada e la stavo percorrendo di notte, su una autostrada. A un certo punto ho visto che c’era un magazzino in fiamme, fiamme alte, un fuoco immenso che era alimentato da un vento molto forte che le faceva ondeggiare nella notte. Era uno spettacolo maestoso, un pezzo di realtà che avrei potuto usare in un mio romanzo: ma c’era di più, dall’altra parte dell’autostrada ho visto due vecchietti che guardavano quell’enorme incendio. Non sapevo ovviamente nulla delle loro vite, ma in quel momento sono stato attraversato da un pensiero: quei due uomini avrebbero potuto averlo costruito quel magazzino, avere dei ricordi di quel posto, averci investito le proprie vite. Sono stato come attraversato da delle storie che non erano la mia, ed è questo il bello della letteratura, è questo quello che ti permette di fare. Magari quei due erano solo due viaggiatori come me che si erano fermati a vedere quello spettacolo maestoso, capita spesso, stava capitando anche a me. Ma nella mia testa stavano diventando qualcos’altro, stavo riempendo gli spazi vuoti della realtà con l’immaginazione.

«Hai dei pezzi di esperienza, brandelli di realtà senza vita, il bello della letteratura è che li puoi riunire grazie all’immaginazione, puoi unire i puntini, riattaccare i brandelli e farli rivivere»

Come ci si sente a sapere che c’è un pubblico, in tutto il mondo, che legge quello che scrivi?
È stranissimo sapere che tante persone in giro per il mondo hanno letto quello che ho scritto, ma quando scrivo non ci penso, non ci posso pensare, sono concentrato, sono dentro quello che scrivo. Nel libro che sto scrivendo ora c’è una scena che è tutta ambientata in un ristorante, è una conversazione tra un padre un figlio, una donna con lui ha una relazione e altri amici di famiglia. È una scena gigantesca, potrebbe anche durare un centinaio di pagine, e se la sbaglio rovino tutto quello che c’è intorno, tutto il romanzo. Se penso ai lettori, se penso a qualcun altro, quella scena la sbaglio, ne sono sicuro.

Scrivere un dialogo è molto complicato, non basta imitare la realtà, ma stilizzarla, come fai tu a scriverne?
Diciamo che è come se avessi delle persone immaginarie che mi parlano nel cervello. Non so se riesco a spiegarti bene come funziona, è molto istintivo come gesto. In Shotgun Lovesongs c’è un dialogo tra Harry e Lee che parlano da sbronzi in un bar. È una situazione che conosco, mi è capitato di parlare con amici di cose complicate seduti in una bettola a bere, sbronzi. So come ci si sente, cosa si prova, cosa succede, certo, non è facile riuscire a costruire un dialogo credibile, ma quelle voci ce le ho nella testa, basta avere pazienza, lavorare, scrivere, e loro escono.

Come sei quando sbagli? A chi fai leggere quello che scrivi?
Di solito quello che scrivo lo faccio leggere soltanto al mio agente. A mia moglie no, lei sa essere una critica molto dura e per questo ogni tanto sono tentato di chiederle di leggere quello che scrivo, ma preferisco che il nostro rapporto sia soltanto il rapporto di coppia. Siamo marito e moglie, siamo amici anche, ma non voglio che sia la mia editor, non è giusto, non c’entra nulla con il nostro rapporto.

«La vita ti mette di fronte un sacco di impedimenti alla lettura: i figli, il lavoro e tutto il resto, e quando arrivi stanco a casa dopo il lavoro, se non hai sviluppato un amore incontrastabile per la lettura, non leggerai mai un libro»

Un’ultima domanda: c’è sempre meno gente che legge libri al mondo, soprattutto tra i giovani, secondo te è possibile invertire la tendenza? Come si fa a fare di un ragazzo un lettore?
Credo che ci siano due cose da tenere in considerazione. Il primo è se sei cresciuto in una casa dove i libri ci sono e i tuoi genitori ti hanno insegnato il valore della lettura. Io sono stato tra quelli che sono cresciuti in una casa piena di libri, e miei genitori mi hanno sempre insegnato, leggendomi storie e stimolando me a leggerne, che la lettura non è una perdita di tempo, ma che è una delle cose più importanti, profonde e belle della vita. L’altro aspetto è la scuola: io ho avuto la fortuna, anche in questo caso, di avere degli insegnanti che mi hanno stimolato a leggere. Se queste due prerogative si incrociano tu diventerai un lettore quasi sicuramente, devi costruirtelo da ragazzo però, perché poi la vita ti mette di fronte un sacco di impedimenti alla lettura: i figli, il lavoro e tutto il resto, e quando arrivi stanco a casa dopo il lavoro, devi mettere a letto i tuoi figli e magari mettere a posto casa e così via, se non hai sviluppato un amore incontrastabile per la lettura, non leggerai mai un libro. Quindi la risposta è: crescete i vostri figli e passate loro la vostra passione per la lettura. Io non avrei mai sposato una donna che non amasse la lettura come me, non avrei mai accettato di vivere in una casa dove non ci fossero libri, sono fatto così e solo così posso riuscire a passare il mio amore per la letteratura ai miei figli. Per i libri in generale, perché non sono uno di quelli che non sopportano che i propri figli leggano Harry Potter o qualche altro libro di quel tipo, per me è indifferente, si inizia con qualsiasi cosa, non importa quale sia la qualità, e poi si cresce, si espande il proprio raggio e piano piano si scoprono altri libri.

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