Nel labirinto più grande del mondo

Nel labirinto più grande del mondo

«Vi siete persi?» ci chiede il giardiniere che sta potando le piante di bambù. È già la seconda volta che ci vede passare di lì. «State cercando l’uscita?» Annuiamo. «E non vi hanno dato la mappa?» La mappa è ben piegata nelle tasche dei miei jeans: «Sì, ce l’hanno data, ma non vogliamo usarla». «Auguri allora», risponde il giardiniere.

Ci troviamo a Fontanellato, nella tenuta di Franco Maria Ricci, di formazione geologo, ma che fin dagli anni Sessanta si è dedicato prima alla grafica e poi all’editoria, fondando una casa editrice dichiaratamente «di lusso» e per lo più improntata alla cura estetica dell’oggetto libro. Tra le altre cose Ricci, 77 anni, ha pubblicato tra il 1982 e il 2002 (anno della sua cessione), una rivista d’arte intitolata – in sprezzo alla modestia – FMR.

È qui, in provincia di Parma, che a fine maggio è stato inaugurato il labirinto della Masone: otto ettari, tremila metri di percorso, 150 mila piante di bambù che sostituiscono le tradizionali siepi in bosso. Il più grande labirinto permanente del mondo secondo il Guinness Book of World Records, un titolo in precedenza detenuto dal Pineapple Garden Maze alle Hawaii, costruito intorno al disegno di un ananas gigante.

Il Guinness dei primati conferma che si tratta del più grande labirinto permanente del mondo

Il labirinto classico prevede tre forme, tutte rigorosamente univiarie, cioè formate da percorsi tortuosi, ma senza bivî e vicoli ciechi. C’è il labirinto detto “cretese” a sette spire, quello “romano” ad angoli retti e suddiviso in quartieri (in pratica quattro labirinti intercomunicanti, come mostra il mosaico della cosiddetta Domus del Labirinto oggi al museo archeologico di Piadena), e il labirinto “cristiano” a undici spire, come quello disegnato sul pavimento della cattedrale gotica di Chartres. Per il suo progetto, Ricci ha deciso di ispirarsi alla seconda tipologia, aggiungendo però trappole, biforcazioni e vicoli ciechi tipici del labirinto settecentesco.

Appena entrati, si accede alla prima corte, un ampio cortile interno a ingresso libero che ospita la caffetteria, con i suoi ombrelloni rossi, una bottega di prodotti tipici locali e un ristorante. Secondo Edoardo Pepino, nipote dell’editore, l’estetica del complesso è ispirata agli architetti della Rivoluzione francese Ledoux e Boullée, noti per i loro progetti grandiosi che non videro mai la luce.

«Questo posto», ci spiega Pepino, «è nato per essere la summa dell’intera carriera di Ricci: la sua concezione di bellezza racchiusa in un luogo fisico». Si riferisce al fatto che il complesso ospita, oltre al dedalo, la collezione d’arte privata dell’editore e le sue pubblicazioni, esposte in bella vista. C’è perfino la Jaguar che guidava da ragazzo. L’impressione è quella di una sorta di mausoleo costruito tutto intorno alla figura dannunziana di Ricci. Un mausoleo in vita, dai significati e dai rimandi non sempre immediati e comprensibili. Il centro del labirinto, il luogo che il visitatore cerca di raggiungere con più o meno fatica a seconda della sua capacità di resistere alla tentazione di consultare la mappa d’ordinanza, è una costruzione con ampi porticati e grandi sale per eventi.

Ma il piccolo spiazzo di ingresso, tra i bambù, porta direttamente a una piramide alta diversi metri e al cui interno si trova una curiosa sala per le cerimonie, con panche di legno lungo tre lati e una luce soffusa, che ha tutto l’aspetto di un tempio. Il pavimento riproduce la pianta di un labirinto – non però quello che si è appena percorso – e sul lato di fronte all’ingresso c’è un altare di legno. Il rimando alla simbologia massonica sembra evidente, ma è una interpretazione che Pepino e lo stesso Ricci negano.

La foresta di bambù

Prima di addentrarci, indugiamo un po’ sulla torretta panoramica, dalla quale è possibile uno sguardo d’insieme. Secondo Mircea Eliade il labirinto è l’allegoria del rito d’iniziazione e noi ci accingiamo ad affrontarlo con lo spirito di una prova: ci siamo ripromessi, qualunque cosa accada, di non guardare la mappa che ci hanno fornito alla reception e, soprattutto, di non ricorrere mai e poi mai alla telefonata di emergenza, con la quale scatta l’operazione di recupero da parte dello staff. Operazione che durante il solo mese di giugno – quando la mappa non era in dotazione – ha coinvolto almeno 150 dei 12mila ospiti, che con luglio, dicono i responsabili, sono arrivati a 16mila.

Come si esce da un labirinto? Oggi abbiamo a disposizione una quantità di strumenti per impadronirci dello spazio, prima ancora di percorrerlo fisicamente, che non ha uguali nella storia. Abbiamo mappe satellitari di ogni angolo della Terra e possiamo percorrere in anticipo le strade che non conosciamo grazie a una semplice connessione a Internet. I navigatori sembrano aver quasi eliminato, insieme al bisogno di fare affidamento sui locali, la possibilità di perderci in posti in cui non abbiamo mai messo piede. E così, entrando nel labirinto, decidiamo con leggerezza di adottare la strategia di scegliere a ogni svolta unicamente in base al caso.

Iniziamo a percorrere il dedalo alle 11.10. Le piante di bambù che formano i corridoi si slanciano alte, e creano con il fogliame gallerie più o meno fitte. L’innaffiamento ha formato piccole pozzanghere che a causa dell’umidità sono destinate a non asciugarsi.

Sacro e profano

«Il labirinto è un simbolo che ricorre in moltissime culture», ci dirà Edoardo Pepino. E in effetti qualcosa di simile esisteva per la tribù di nativi americani Hopi come nell’isola di Malekula, in Oceania. Mentre nella cultura buddhista e indù il labirinto è un’immagine del mandala: il processo mediante cui il cosmo si è formato dal suo centro.

Il più famoso è quello di Cnosso, costruito da Dedalo a Creta. Apollodoro racconta la storia di Teseo che, grazie alla complicità di Arianna – che poi abbandona svergognatamente – riesce a uccidere il Minotauro, nascosto al centro del labirinto, e a trovare la via d’uscita.

Ma se l’opera di Dedalo fa parte del mito, forse ispirato all’enorme palazzo reale dell’isola, gli archeologi hanno trovato traccia di labirinti veri e propri vecchi di oltre quattromila anni. In Egitto, infatti, sono riemersi alla fine dell’Ottocento i resti del labirinto di Meride, che già lo storico Erodoto aveva descritto come un ampio complesso di edifici collegati tra loro e circondato da un unico muro esterno, con cripte sotterranee in cui erano sepolti i coccodrilli sacri.

Gli archeologi hanno trovato traccia di labirinti vecchi di quattromila anni, come il labirinto di Meride in Egitto

Nel Medioevo questa figura così pagana viene riassorbita nell’immaginario cristiano. Raffigurato nei manoscritti miniati e sui pavimenti delle cattedrali gotiche – come Chartres o Amiens –, il labirinto diventa l’allegoria del percorso tortuoso che porta alla salvezza dell’anima: un cammino difficile, una vita che conduce inesorabilmente alla morte, ma una morte che può significare beatitudine se, ogni volta che l’uomo incontra una tentazione, prosegue diritto secondo gli insegnamenti cristiani. «Agostino aveva scritto che Gesù è la via retta che ci salva dal labirinto circolare nel quale vagano gli empi», scrive Borges ne I teologi. In realtà si tratta di una citazione fittizia di Agostino, ma l’interpretazione del simbolo è coerente.

Dal sacro al profano, nel Settecento diventa un divertimento per nobili. In epoca barocca e rococò, infatti, il motivo del labirinto è utilizzato nella creazione di giardini: percorsi di siepi dalle forme intricate, ricchi di punti dove nascondersi o tendere agguati. Da cammino di dedizione a malizioso gioco tra le frasche. Ludico come i labirinti virtuali dei giochi elettronici o come le architetture impossibili di Escher.

«Vietato fumare»

L’esperienza del Labirinto della Masone, complici le dimensioni e l’architettura, sembra richiamare gli esempi più antichi. Stiamo vagando da almeno tre quarti d’ora. Negli spiazzi sono disposte delle colonnine numerate in modo non progressivo. Ci accorgiamo che alcuni numeri – il 4, l’8, il 3 – stanno diventando ricorrenti e ad ogni svolta il pavimento di cemento e le fronde sembrano ripetersi identiche e allo stesso tempo diverse in modo sottile, incomprensibile. Ci rendiamo conto poco a poco di quanto possa essere straniante la sensazione di essersi persi, che riveste di un’aura inquietante persino i cartelli «Vietato fumare».

Un sistema di certo fallimentare per orientarsi alla Masone è provare a distinguere le diverse specie di bambù – nel parco ce ne sono una ventina – tutte provenienti da un fornitissimo vivaio francese. La scelta è ricaduta sul bambù perché, secondo Ricci, si tratta di una pianta meravigliosa: cresce veloce, non si ammala, non teme il freddo e assorbe moltissima anidride carbonica. E in più è raffinata, «come i caratteri Bodoni». Il settecentesco Giambattista Bodoni, autore di uno dei caratteri più fortunati della tipografia– utilizzato, nelle sue molte varianti, nel logo dell’IBM come in quello della catena di alberghi Hilton – è un’altra delle ossessioni di Ricci.

Affidarsi al caso, ci accorgiamo molto presto, non è una buona strategia per domare un labirinto. Spesso ci troviamo a costeggiare quella che sembra essere la corte centrale, e quindi la via d’uscita, ma senza riuscire a raggiungerla. Altro incontro ricorrente è quello con le ragnatele, che vorremmo abitate da creature parlanti che diano consigli, anche ingannevoli, sulla via da seguire, come nel cult anni ’80 Labyrinth, il cui labirinto è pacchiano quanto questo è raffinato ed elitario: da una parte David Bowie che canta, dall’altra i caratteri di Bodoni.

L’ossessione per il tipografico parmense nasce quando, nel 1963, Ricci si imbatte per la prima volta nell’originale del Manuale Tipografico. Da lì la decisione di diventare editore e di riprendere l’uso esclusivo dei caratteri bodoniani. Il primo incontro con i labirinti, invece, sembra uscito da un romanzo di Gabriel García Márquez: «Quando ero piccolo, di tanto in tanto zingari e zingare dalle lunghe gonne colorate arrivavano a Parma con i loro baracconi (li chiamavano così) e installavano un labirinto di specchi contrapposti, che mi colmava di meraviglia». Poi ci furono i sotterranei esplorati durante gli studi di geologia e poi, naturalmente, l’incontro con Jorge Luis Borges. Furono presentati da amici comuni nel 1973, alla Biblioteca Nazionale di Buenos Aires, e stando ai racconti di Ricci, Borges gli venne incontro recitando Dante: «Tu duca, tu signore».

Da allora lo scrittore argentino fu più volte suo ospite, a Milano e a Fontanellato. «Le traiettorie che i suoi passi esitanti di cieco disegnavano in spazi per me facili e familiari mi facevano pensare alle incertezze di chi si muove fra biforcazioni ed enigmi». L’editore gli disse che gli sarebbe piaciuto, prima o poi, costruire un labirinto e aggiunse che sarebbe stato il più grande del mondo. Borges tacque. E dopo un po’ riprese: «il più grande labirinto del mondo è il deserto».

L’importanza di avere un metodo

Incontriamo una coppia di turisti olandesi. Ancor prima di rivolgere loro la parola, si affrettano a dirci che non hanno idea di dove sia l’uscita. Eppure stanno consultando la mappa.

È più di un’ora e mezza che vaghiamo. Ormai abbiamo incontrato tutte le colonnine numerate – alcune più e più volte – tranne due, che per qualche motivo continuano a sfuggirci: la 7 e la 10. Arriviamo a dubitare della loro esistenza. Deduciamo sagacemente che il procedere a caso non porta a grandi risultati, e ci adoperiamo per studiare un metodo. Per non ricorrere alla mappa decidiamo di disegnarne una noi, a mano a mano che procediamo, ma non ci vuole molto a capire che si tratta di un compito troppo arduo: basta una piccola inesattezza per vanificare tutto. E infatti, dopo un quarto d’ora, la mappa già non corrisponde più al labirinto reale.

È a questo punto, alle 13.07, quasi due ore dopo il nostro ingresso, che decidiamo di optare per un metodo grossolano, giusto per darci una regola. Poiché i labirinti pluriviari sono dotati di una certa logica costruttiva, molti matematici, a partire dal XVIII secolo, si sono cimentati nella soluzione dei loro tracciati giungendo a teorizzare diverse formule, più o meno complicate. Quella che scegliamo è tra le più semplici.

È uno stratagemma che si trova anche in un racconto di Borges, uno dei tanti che parlano di labirinti, ma in osservanza del contemporaneo orrore per gli spoiler non lo espliciteremo qui. A rigore dovrebbe essere applicato dall’inizio, ma ormai chi lo sa più dov’è l’entrata? Adottiamo quindi il metodo dal punto in cui ci troviamo e la certezza che ci è data ad ogni svolta fa l’effetto di spazzare via la monotonia inquietante delle due ore precedenti. Con nostro grande stupore, troviamo l’uscita in dieci minuti.

Visitiamo la cappella centrale – dalla forma “massonica” – che al momento non è consacrata, ma nella quale – apprendiamo poi – c’è in progetto di inserire un tabernacolo. Dalla corte centrale, il corridoio che riporta al cortile d’entrata è lungo solo poche decine di metri, un contrasto che fa risaltare la dilatazione dello spazio del labirinto, che dall’interno sembra vastissimo, infinito.

Il giardino di Polifilo

«I primi bambù» spiega Edoardo «sono stati piantati intorno al 2004. Nel 2006, di fatto, il labirinto esisteva già». Poi ci sono voluti tre anni di burocrazia e tre anni per la costruzione degli edifici, progettati dall’architetto Carlo Bontempi, grande amante della cultura neoclassica.

Sapendo di non poter realizzare uno di quei labirinti infiniti che Borges descrive nei suoi racconti, Franco Maria Ricci ha costruito un labirinto finito, ma grandissimo, progettato insieme all’architetto Davide Dutto. Ricci conobbe Dutto quando quest’ultimo, fresco di laurea, gli si presentò per parlargli della propria tesi: una ricostruzione virtuale del giardino descritto nell’Hypnerotomachia Poliphili, un romanzo allegorico quattrocentesco per molti versi misterioso (non se ne conosce con certezza l’autore).

Il grandissimo stampatore Aldo Manuzio stampò l’Hypnerotomachia nel 1499. La sua edizione, di quasi cinquecento pagine, è considerata un capolavoro. La congiunzione di arte tipografica, labirinti e rappresentazioni virtuali dovette essere parsa irresistibile a Ricci.

Persi e contenti

Lo spazio museale – una permanente di cinquecento opere tra quadri, sculture e oggetti d’arte della collezione privata di Ricci – non sembra all’altezza di un grande museo, ma la temporanea – visibile fino al 31 ottobre – dimostra le ambizioni del progetto museale, curata com’è da Vittorio Sgarbi e dedicata a “Arte e follia”, con un’ampia selezione di opere di Antonio Ligabue e Pietro Ghizzardi.

In un corridoio dedicato e nelle sale espositive si trovano i volumi pubblicati dalla casa editrice, che attualmente ha sede proprio in quegli spazi. Sono volumi di lusso, di frequente riedizioni di autori più o meno noti che spiccano per le curatele eccellenti: da Borges a Calvino a Roland Barthes. Spicca il Codex Seraphinianus, realizzato negli anni Settanta dall’artista Luigi Serafini: una sorta di enciclopedia fantastica illustrata, che ricorda nei disegni e nei colori il contemporaneo surrealismo di Moebius e ha il suo predecessore diretto in uno dei grandi enigmi della crittografia, il misteriosissimo manoscritto di Voynich del quindicesimo secolo.

Franco Maria Ricci, prigioniero volontario del suo mausoleo, si identifica con il Minotauro

Secondo Roland Barthes – che Ricci ha conosciuto, come ha ricordato più volte – il labirinto ha la forma tipica dell’incubo infantile: voler raggiungere l’essere amato (magari la propria madre, che si trova al centro) e non riuscire a farlo. Ma ha anche un valore di protezione, perché sì, ci si identifica con Teseo, «ma ci si può identificare anche con Minosse».

Franco Maria Ricci, prigioniero volontario del suo mausoleo, si identifica con il Minotauro: «Sto qui e mi aggiro come un Minotauro dentro il mio labirinto. Anche mentale. A volte ho la sensazione di essere un coglione gettato in un’epoca che non è più la sua». Tra la piramide e i quadri, tra il Codex Seraphinanus e i grandi nomi che si incontrano sui frontespizi, l’enigma del labirinto non sembra neppure il più complicato che si incontra alla Masone.

Presi da una testarda volontà di appropriarci di quella struttura fatta apposta per perdersi, subito dopo averlo completato abbiamo ripercorso il labirinto adottando lo stratagemma vincente dall’inizio (e poi ancora, con una leggera variante). Al secondo e al terzo tentativo siamo stati più veloci di Edoardo Pepino: «Quanto ci metto io ad arrivare al centro? Circa una ventina di minuti. C’è un punto in cui ancora ho dei dubbi e rischio di perdermi». Sembra però soddisfatto del nostro sprezzo nei confronti della mappa. «Bisognerebbe trovare una soluzione alternativa: la mappa toglie emozione all’impresa. All’inizio non la davamo, ma passavamo metà del tempo a recuperare la gente che si era stufata di cercare l’uscita». Eppure, dice Pepino, «quando li andavamo a prendere erano contenti: non erano seccati nemmeno dopo una lunga attesa. Si erano divertiti: erano felici di essersi persi».