River Phoenix: estetica della morte prematura

River Phoenix: estetica della morte prematura

Hollywood finisce sempre per innamorarsi delle persone sbagliate. Geni talmente sregolati da non sopravvivere alla propria confusione, pazzoidi talmente confusi da essere scambiati per geni e santificati prima del tempo. Hollywood si innamora delle vite difficili, dei comportamenti incomprensibili e delle morti giovani. Generalizzazioni, ma sostenute dai continui abbagli che l’industria cinematografica prende osservando astri nascenti e stelle cadenti. Non bastano il Joker proto-emo di Heath Ledger e un presunto suicidio — tragico, per carità — a sostituire il ricordo della perfezione che al personaggio aveva dato Jack Nicholson. Come non basta un finale anticipato e carico di passione a sostituire una vita isterica.

È capitato che l’estetica della morte prematura non cadesse troppo lontana dalla radice di un apprezzamento sincero: James Dean, Chris Farley, John Belushi, Gilda Radner, Marilyn Monroe. Che poi, ci sarebbe da stabilire che cos’è “prematuro” e da includere alla lista James Gandolfini , Robin Williams, Philip Seymour Hoffman e Marlon Brando, ma questa è un’altra storia. È la storia di uno che è morto davvero troppo giovane, nel completo marasma che sono stati i suoi vent’anni, la sua recitazione e un futuro che probabilmente era destinato a essere radioso: River Phoenix.

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Phoenix, nato in Oregon il 23 agosto del 1970 da una famiglia di rinati in Cristo che presto avrebbe abbracciato la causa missionaria a Portorico per evitare il tracollo finanziario, è stato chiamato River in omaggio al fiume della vita di Herman Hesse, in Siddharta, e Jude per via della canzone dei Beatles, Hey, Jude. Non ha mai ricevuto un’educazione regolare. Ha imparato a leggere e a scrivere in casa, da sua madre, e non ha saputo nulla di storia, matematica e letteratura fino a che non ha cominciato a interessarsene da solo. «Era rimasto fuori dall’istituzione così a lungo che non aveva idea di cosa fosse il passato e di cosa ci si aspettasse per il futuro. Era naturalmente propenso a imparare tutto, perché nessuno gli aveva mai insegnato quasi niente», ha scritto Naomi Forner sull’Independent nel 1993. Quando ha deciso di adottarlo, al suo esordio nel film per la televisione Celebrity nel 1984 — dopo essere stato scoperto assieme alle sorelle Summer e Rain mentre racimolava qualche soldo cantando per strada, aver partecipato a una lunga serie di spot pubblicitari e aver avuto una parte nel telefilm Sette spose per sette fratelli — era come se Hollywood prendesse in casa un cucciolo smarrito. È diventato quasi immediatamente il beniamino di tutti, perché era talmente esageratamente limpido e schietto da dare l’idea di non aver veramente nulla da nascondere.

Hollywood gli voleva bene. Si era affezionata a lui come ci si affeziona alle cose rotte

Era un attore. Ma, come scrive il giornalista Gavin Edwards nella sua biografia Last Night at the Viper Room, nel corso della sua breve vita ha adottato un milione di identità: è stato una star adolescente, un’icona per l’universo gay, un pinup, un drogato, un vegano, un fervente cristiano, un artista di strada, un cantautore, un attivista per la difesa delle foreste pluviali, un possibile premio Oscar. Ogni volta con la stessa intensità e con lo stesso trasporto, quale che fosse la causa che abbracciava o il ruolo che interpretava. Può darsi che si trattasse di maschere che utilizzava per camuffare la propria natura semplice, come si è detto di Marlon Brando, o la propria debolezza, come si è detto di Marilyn Monroe. Una cosa è lampante: sapeva recitare. Le sue convinzioni al limite della devozione e il suo attivismo al limite del fanatismo lo mettevano su un terreno instabile, tanto per l’opinione pubblica, quanto per la critica cinematografica. Centinaia di volte si sono visti personaggi interessanti animati da una passione incontenibile al punto da suonare improbabile, schiantarsi in una serie di flop imbarazzanti. Il caso, qui, è diverso.

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Come faceva un ragazzo così scarsamente preparato, sfacciatamente stereotipico, del tutto fuori dal mondo, a contenere un talento tanto evidente?

Phoenix ha recitato in quattordici film, il primo a quattordici anni e l’ultimo a ventitré. Titoli che sono diventati classici, come Stand By Me, di Rob Reiner (1986) e Belli e dannati, di Gus Van Sant (1991), e pellicole al limite dell’inguardabile, come Nikita, di Richard Benjamin (1988). Con Vivere in fuga, del 1988 per la regia di Sidney Lumet, è stato nominato all’Oscar, mentre con Quella cosa chiamata amore, di Peter Bogdanovich (1992), ha rischiato di lasciare un pessimo ricordo di sé. Ogni volta ha applicato alla preparazione per la parte lo stesso rigore e la stessa passione che ha messo in tutte le sue imprese: giuste o sbagliate, condivisibili o deprecabili. «Un attore americano è morto sull’asfalto, con le membra rivoltate come un giocattolo meccanico», ha scritto di nuovo Forner nell’articolo che ha seguito la notte del 31 ottobre 1993, fuori dal Viper Room di Los Angeles. Sembra di leggere l’impossibilità di fermarsi, l’incoscienza di chi a vent’anni non conosce molto di meglio che continuare a portare il limite delle proprie passioni un passo oltre, per vedere fino a quando il fisico è capace di seguirlo. Un po’ come quando in un ristorante di Manhattan l’attrice Martha Plimpton, allora sua ragazza, ha ordinato molluschi per cena. Phoenix ha lasciato il ristorante e ha cominciato a camminare lungo Park Avenue, disperato. «Ti amo così, tanto. Perché?», diceva tra i singhiozzi. Un passione incomprensibile e francamente sfiora il ridicolo, ma anche incontenibile e che nel suo caso ha fatto la sua, pur breve, fortuna.

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MESSAGGIO PROMOZIONALE

Hollywood gli voleva bene. Si era affezionata a lui come ci si affeziona alle cose rotte, con la presunzione di poterle aggiustare che finisce per diventare rassegnazione e quindi abitudine nei confronti della loro stortura. La fascinazione per i meccanismi che funzionano male e la curiosità per l’inspiegabile. Come faceva un ragazzo così scarsamente preparato, sfacciatamente stereotipico, del tutto fuori dal mondo, a contenere un talento tanto evidente? A diventare il più promettente della sua generazione, con il rischio di lasciarsi scappare tutto ogni volta che prendeva un’iniziativa?

«Poteva tirarti scemo, farti impazzire di nervoso o farti innamorare perdutamente di lui. Qualche volta le due cose succedevano contemporaneamente»

«Era il migliore di noi», ha detto di lui Brad Pitt. «È. Era. È il migliore dei giovani. Non lo dico tanto per dire — lo pensavo anche prima che morisse. Aveva qualcosa che io non ho e non riesco a spiegare». Ha detto Ethan Hawke: «River era una di quelle persone che vivono con un aura di stranezza attorno. Poteva tirarti scemo, farti impazzire di nervoso o farti innamorare perdutamente di lui. Qualche volta le due cose succedevano contemporaneamente». L’intensità è probabilmente la risposta a tutte le domande attorno alla carriera di Phoenix, che per una volta non ha nulla a che vedere con il modo in cui ha deciso di morire. È probabile che col tempo si sarebbe normalizzato, avrebbe trovato la sua dimensione, avrebbe continuato a saltare da una parte all’altra e sarebbe stato inglobato nel sistema. La Hollywood che si è lasciato alle spalle, per tornare a citare Edwards, non ha avuto il tempo di vederlo sorgere ma nemmeno quello di vederlo declinare. È andata così, non ci sono spiegazioni convincenti.