Dejan Savicevic, da Manchester ad Atene

Dejan Savicevic, da Manchester ad Atene

Non esistono prove né testimonianze precise. Nessuno sa quando sia accaduto esattamente, ma in fondo, a pensarci bene, non è difficile indovinare. È stato – molto probabilmente, quasi certamente – la sera del 19 novembre 1991, in quella che doveva essere la partita d’andata e che invece è stata la partita unica della Supercoppa europea. Manchester United contro Stella Rossa di Belgrado, finale secca giocata all’Old Trafford perché in quel momento a Belgrado era molto meglio non giocare.

Finale secca per forza di cose in un tempo in cui le cose si facevano per bene, andata e ritorno e si giocava durante la stagione. Un tempo beatamente lontano dalle cafonate estive in Georgia o Repubblica Ceca e lontano anche dalle famigliole che si fermano a fare una foto ricordo davanti alle rovine della torre dell’acquedotto di Vukovar. Probabilmente, quasi certamente, è stato quella sera.

Due giorni prima il nuovo Milan aveva battuto senza troppi problemi la Sampdoria campione in carica, a Marassi, grazie a una doppietta di Ruud Gullit. Berlusconi aveva visto il suo Milan in fuga. Gullit sembrava rinato e tornava a incarnare il miraggio del numero dieci del futuro, potenza e furia imprevedibile, gamba e cannonata.

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Sul campo di patate dell’ Old Trafford, in un umido autunno inglese in cui faceva freddo e nessuno sapeva se l’anno successivo ci sarebbe stato ancora un campionato jugoslavo (probabilmente no, effettivamente no),

Poi però era arrivato quel 19 novembre, la sera in cui – dev’essere per forza andata così – Berlusconi si è seduto davanti alla tv e ha visto la Stella Rossa giocarsi la penultima finale internazionale della sua storia e Dejan Savicevic giocare la migliore partita della sua carriera. Due fatalità, queste, che Berlusconi non conosceva e non poteva conoscere. Sapeva invece che il suo Milan aveva battuto la Samp ed era in fuga verso lo scudetto, ma ancora, come dall’inizio della sua presidenza, non aveva un vero numero 10.

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